Strani giorni, viviamo strani giorni

Riepilogo delle puntate precedenti: la Troika rilascia molto lentamente le erogazioni previste nel piano di aiuti alla Grecia, lamentando che il paese è ancora indietro nelle leggendarie riforme strutturali. Attendendo un Renzopoulos, Atene aspetta che i tedeschi diano seguito alla promessa di tagliare il valore nominale dell’esposizione greca verso gli aiuti sovranazionali. E’ utile sapere che, al 2015, la Grecia avrà un buco di funding di 12 miliardi di euro. Capita, quando si è in deflazione e si continua ad avere un enorme deficit pubblico.

Ma la Grecia, che nelle scorse settimane è riuscita a collocare sui mercati internazionali un bond quinquennale, ora punta a piazzarne un altro triennale per fare marameo alla Troika. Interessante notare che questi bond hanno tutti scadenza anteriore ai finanziamenti sovranazionali, e finiscono quindi con l’essere in qualche modo sovraordinati ai medesimi. Questa vicenda non finirà bene, temiamo.

Nel frattempo, il mefistofelico Hans-Werner Sinn, l’economista tedesco che guida l’istituto IFO per lo studio della congiuntura, ha scoperto l’acqua calda ed invoca una “conferenza sul debito” per dare sollievo parziale agli stati del Sud Eurozona. In astratto Sinn ha ragione ma in pratica in cosa consisterebbe questa misteriosa “conferenza” sapendo che, per il nostro paese, la cancellazione di parte del nostro debito pubblico richiederebbe il salvataggio del nostro sistema bancario, oltre ad avere ricadute enormi sul sistema previdenziale? Ma non dovrebbe esserci pericolo, il ministro Padoan ha detto proprio ieri che il debito pubblico italiano è tra i più sostenibili d’Europa. E certo, visto quanto resta da tassare sul piano patrimoniale, tra attività finanziarie e reali!

Come che sia, le proposte di Sinn restano rigorosamente nell’ambito del “fosse così semplice”, attività in cui notoriamente gli economisti tendono ad eccellere. A questo riguardo vi segnaliamo l’ennesima proposta dei “due euro”, che ovviamente è infattibile, ma che a intervalli regolari si ripresenta come la peperonata, e viene pure elegantemente spiegata dall’economista di turno. Perché vedete, du’ eur is megl’ che uan, come direbbe una pubblicità. E pensate, un secondo euro servirebbe come “strumento negoziale” nei confronti della Germania, mica pizza e fichi. E pazienza che servirebbero anni di negoziati, rigorosamente segreti (perché se così non fosse avremmo immediato panico e fughe di capitali verso il blocco tedesco), per creare una seconda banca centrale europea, decidere quali paesi ne farebbero parte, e finire ad impiccarsi sulle successive divergenze interne all’area dell’euro2. Almeno sin quando un economista non giungesse a spiegarci che in realtà tre è il numero perfetto, e con un terzo euro avremmo risolto i nostri problemi. E così via, fino al diciottesimo passaggio.

In mezzo a tutto questo food for thought (che non si addice al dibattito pubblico italiano, che sotto questo aspetto è a dieta stretta), c’è pure spazio per un paio di considerazioni domestiche, nel senso che potrebbero essere state elaborate da una colf (con rispetto parlando). La prima è che l’Italia sarà pure contributore netto al bilancio dell’Unione europea, ma prima di intonare la canzone del Piave sarebbe utile riflettere circa il fatto che non dovrebbe essere colpa della matrigna Europa se i soldi che riceviamo finiscono nelle tasche della criminalità organizzata e/o della cleptocrazia politico-affaristica, giusto? La seconda: ma perché, ad intervalli regolari, l’Italia finisce sempre con lo sbriciolarsi i denti contro il vincolo esterno? Forse esiste un cromosoma italiano che ci programma per necessitare di periodiche svalutazioni competitive altrimenti siamo spacciati come un tonno che decida di farsi una passeggiata sul lungomare? Ah, saperlo.

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