Risparmio previdenziale, aperta la caccia al tesoro

Intervistato ieri dal Quotidiano Nazionale, il sottosegretario all’Economia, Pier Paolo Baretta, ha lanciato (o meglio, rilanciato) un tema da qualche tempo accarezzato da alcuni personaggi del confuso teatrino italiano: mettere le mani sulla previdenza integrativa per rilanciare la crescita. Questa è un’estate climaticamente anomala ma la propensione della nostra presunta classe dirigente ai colpi di sole resta intatta.

Baretta premette che occorre evitare ad ogni costo una manovra correttiva, che “significa solo tasse”. E fin qui, nulla quaestio. Sull’evidente rallentamento congiunturale, che interessa tutta l’Eurozona, sia pure con differente intensità, Baretta vede come antidoto i mitologici “investimenti”. Certamente quelli pubblici, visto che l’ex dirigente Cisl ipotizza di fare “politiche espansive”. Con quali soldi? Con quelli della “flessibilità” europea, che domande. Perché

«Daremo battaglia, litigheremo, romperemo le scatole perché in Europa cambi la politica. Comunque va detto che tre mesi fa nessuno parlava di flessibilità, ora questa parola è nell’ordine del giorno dei documenti comunitari»

Dopo aver fatto gli auguri per questa iniziativa, è opportuno segnalare l’altra idea geniale di Baretta. I soldi dei fondi pensione:

«E vogliamo immettere nel circuito di sostegno all’economia reale quota parte dei fondi pensione che ora hanno tra i 100 e i 120 miliardi investititi in titoli. Il 10% di quei fondi è un punto di Pil»

Interessante. E come dovrebbe avvenire, questa “immissione in circuito”? Andiamo con ordine. Col termine “titoli”, immaginiamo che Baretta parli di titoli di stato. Al sottosegretario la quota appare eccessiva? Può essere, non sappiamo. Pare di capire che l’idea sia quella di consentire ai fondi pensione di concedere credito al settore privato, sviluppando quel concetto di shadow banking all’Italiana o di prestatori non tradizionali che il governo attuale sta cercando di incoraggiare tra non pochi problemi. Come la possibilità, fortemente condizionata, che gli assicuratori concedano credito.

Bene. Tutto ciò premesso, se mancano e continuano a mancare opportunità di concedere credito, ad esempio perché manca domanda, che cosa può realisticamente cambiare ampliando la platea dei prestatori? Ve lo diciamo noi: nulla. E’ incredibile la confusione che politici, sindacalisti, grandi imprenditori continuano a fare tra domanda ed offerta. E comunque, diciamola tutta: ammesso e non concesso che i fondi pensione divengano prestatori (ci può certamente stare, in modica quantità e con tutte le cautele del caso), se parliamo di 10 miliardi di euro, è utile sapere che trattasi di importo semplicemente ridicolo. Se invece andiamo sopra, molto sopra, si pone il problema di chi sostituirà i fondi pensione nella sottoscrizione del debito pubblico. Di certo Baretta ha una risposta anche per queste problematiche, la attendiamo ansiosi in una delle sue prossime interviste. Forse tassare al 50% gli strumenti finanziari emessi da privati, cattivoni a giorni alterni, lasciando i titoli di stato al 12,5%?

Questo per restare nell’ambito del credito al settore privato. Se invece Baretta pensa a soldi dei fondi pensione da usare coattivamente per finanziare non meglio precisate “opere pubbliche”, è utile sapere che un investimento deve avere un ritorno, e non tutti gli investimenti pubblici hanno caratteristiche tali da generare questo rendimento. A meno di voler riprendere i ragionamenti di Maurizio Landini e Susanna Camusso, che chiedono, con sfumature differenti, “investimenti” tricolori in cui la redditività è variabile indipendente (dalla realtà) e comunque residuale. Sfortunatamente, i fondi pensione hanno come compito istituzionale quello di guadagnare soldi (gli odiati profitti) per il futuro dei propri iscritti.

Niente di nuovo sotto il sole. O forse sì: cresce il rischio che, per manifesta disperazione, qualcuno decida di attaccare frontalmente il risparmio degli italiani, non pago di quanto fatto finora con patrimoniali immobiliari e mobiliari, e con l’inasprimento della tassazione sui redditi di capitale diversi da quelli provenienti da debito pubblico.

Sostieni Phastidio!

Dona per contribuire ai costi di questo sito: lavoriamo per offrirti sempre maggiore qualità di contenuti e tecnologie d'avanguardia per una fruizione ottimale, da desktop e mobile.

Per donare, clicca qui!