Tra Mao e Renzi, attendendo il senso del ridicolo

Che Matteo Renzi non piaccia a Luca Ricolfi, è acquisito da molto tempo. Non che questa sia informazione rilevante, per carità. E’ solo che questa inclinazione tende talvolta a produrre commenti che hanno scarsa dimestichezza con la logica, e finiscono con l’affastellare argomentazioni astrattamente condivisibili con altre che poco o nulla ci azzeccano, col tema ed il soggetto. E’ il caso odierno.

Ricolfi lamenta che il ritorno del “primato della politica”, per mano di Renzi, stia avvenendo in realtà come certificazione della vittoria finale di demagogia e populismo in questo paese. E la cosa ci può stare perfettamente: avendo una genetica avversione alla realtà ed una morbosa inclinazione a negare la responsabilità individuale, l’elettorato italiano continua pervicacemente a produrre uomini della provvidenza ed analfabeti economici (o analfabeti tout court), di ogni coorte anagrafica, estrazione sociale e retroterra culturale. Tra le vittime del renzismo paiono esserci, dopo il caso Cottarelli, anche i tecnici (o tecnocrati, a seconda che vi stiano simpatici o meno). Sostituiti da criteri di selezione del personale basati sulla fedeltà al capo e su improbabili categorizzazioni di genere, per ciò stesso bastevoli alla bisogna. Ma Ricolfi non si ferma ai tecnici, tra le vittime dello spoils system cultural-tribale renziano, ma decide di metterci dentro anche dell’altro, entrando in colluttazione con la logica:

Alcune vittime del ritorno della politica si vedono ad occhio nudo. I magistrati e i sindacati, ad esempio. Non che questi due poteri siano stati riformati o meglio regolamentati, come da qualche decennio si attende. Però sono stati subito «messi a posto»: verso i magistrati Renzi ha dichiarato che non aveva alcun problema a tenersi degli indagati fra i membri del governo, verso i sindacati ha detto chiaro e tondo che potevano scordarsi i riti della concertazione, perché lui avrebbe deciso anche contro il loro parere.

A parte il riflesso forcaiolo (probabilmente involontario): scusi, professor Ricolfi, secondo lei “magistratura” (sottinteso “associata”) e sindacati a quale categoria apparterrebbero, a quella dei “tecnici” oppure a quella dei “politici” con cui premier e partiti costruiscono da sempre coalizioni, implicite ed esplicite? Dove poi Ricolfi va letteralmente a schiantarsi, data questa premessa, è un paio di paragrafi a valle, nell’argomentazione che segue, che vi pregherei di leggere in modalità giustapposta alla citazione di cui sopra:

«Pensare che problemi di enorme complessità e delicatezza, come il cambiamento della Costituzione, la riforma del mercato del lavoro, la riorganizzazione della Pubblica amministrazione, si possano affrontare mediante un negoziato fra partiti, gruppi parlamentari e fazioni varie, senza un disegno coerente e meditato, con la sola logica delle concessioni reciproche, significa non avere la minima idea degli enormi limiti cognitivi della politica, tanto più di questa politica, con questi politici, nell’Italia di oggi. Nessuno costruisce un aereo, o un’automobile, o un computer, cercando di mettere d’accordo tutti i produttori che ambiscono a fornirne parti e componenti. Eppure è questa la pretesa della politica in Italia. Ed è questa, probabilmente, la ragione per cui la stragrande maggioranza degli aerei, delle automobili e dei computer funzionano, mentre le nostre leggi di riforma non funzionano quasi mai»

Gentile professor Ricolfi, non essendo lei di primo pelo, forse ricorda che pressoché tutte le leggi di riforma o presunta tale (quelle che “non funzionano quasi mai”), in Italia, sono state fatte con l’amorevole assistenza (rectius dettatura) dei sindacati riguardo gli aspetti lavoristici, e della Associazione nazionale magistrati riguardo la giustizia, molto spesso “con la sola logica delle concessioni reciproche”, signora mia. Ciò premesso, lei è ancora dell’idea di stracciarsi le vesti per “magistrati e sindacati”, in quanto componenti “esperte” e “tecniche” e come tali da non escludere dalla concertazione riveduta e corretta? O forse lei vede Anm e Cgil come l’equivalente di Boeing, Volkswagen ed Apple?

Andiamo avanti, e giungiamo al vero motivo per cui Ricolfi ha scritto questo editoriale: i pensionamenti “forzati” di magistrati, medici e, soprattutto accademici, in prossimità dei settant’anni. E per lanciare il suo grido di dolore (avendone peraltro egli 64), Ricolfi si lancia in un parallelo lisergico:

Per chi è della mia generazione, e ha preso atto degli obbrobri della rivoluzione culturale cinese, con le sue epurazioni di intere categorie di persone, medici, insegnati, ingegneri, professionisti, intellettuali, colpevoli soltanto di essere «borghesi» anziché «contadini poveri», fa un certo effetto la leggerezza con cui la politica sta procedendo a rottamare medici, magistrati, professori semplicemente in base alla loro età, senza alcuna considerazione sulle loro competenze o la loro utilità. Come fa effetto sentire che qualcuno è stato scelto «in quanto donna», o «in quanto giovane», senza alcun riferimento ai suoi meriti rispetto ad altri candidati.

Da Mao e Pol Pot al pensionamento dei baroni settuagenari italiani il passo è evidentemente breve, per Ricolfi. Non scenderemo in valutazioni di effettiva idoneità al ruolo, soprattutto in alcuni ambiti di ricerca scientifica, per soggetti ultrasettantenni, anche se qualcosa da dire ci sarebbe (pure per le altri coorti anagrafiche in Italia, ma lasciamo correre). Non diremo neppure che la pianta organica della Corte di cassazione sarebbe risultata scoperta al 50% se si fosse proceduto a pensionare gli over 70 in unica soluzione, il che è una lieve anomalia. Quello che sarebbe utile che Ricolfi dicesse è che i sistemi di cooptazione sono qualcosa che prescinde dall’età e da competenze specialistiche, e nell’università italiana il concetto è piuttosto evidente. E peraltro, a Ricolfi è mai capitato di vedere tecnici (anche accademici) cooptati dal potere politico affermare che il sole sorge ad ovest, soprattutto in economia? Coraggio, un piccolo sforzo.

Il problema è un paese ammalato di cooptazioni e guerre per bande, ad ogni coorte anagrafica: perché sorprendersi che anche Renzi faccia lo stesso, accantonando gli appartenenti ad altre bande? Sa che c’è, professor Ricolfi? Che magari le altre bande faranno atto di sottomissione al nuovo sire e verranno cooptate nel gruppo, magari con adeguato periodo di prova. E’ già successo dall’avvento del renzismo, basta avere gli occhi per vedere: numerose cariatidi hanno trovato nuova vita nel giovane leader, che avversavano sino ad un minuto prima della sua ascesa al potere. Alcune di quelle cariatidi peraltro sono quarantenni, ed ora magari fanno i presidenti di partito. No alle quote rosa come unica discriminante per accedere a ruoli di rilievo, d’accordo, ma anche no alla semplice appartenenza (ad esempio) al mondo accademico per essere classificati come “competenti”. Altrimenti torniamo alle etichette neocorporative, che poi è obiettivo dell’editoriale di Ricolfi.

Tutto ciò premesso, e fermo restando che, secondo chi scrive, il signor Matteo Renzi andrà a schiantarsi contro gli scogli della realtà, e la sua costellazione di potere durerà assai poco rispetto alle precedenti, costruite secondo criteri del tutto analoghi ai suoi, forse sarebbe opportuno che Ricolfi si sforzasse di verificare la coerenza logica di quanto scrive. Eviterebbe di indurre nel prossimo la sensazione che, oltre a scrivere pro domo sua, egli cominci ad avere problemi riconducibili all’età.

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