Il diciotto lo rifiuto

Oggi su Repubblica lunga intervista al presidente del consiglio, realizzata da Claudio Tito. In essa vi sono un paio di spunti meritevoli di segnalazione, e qualche ingenuità del nostro premier.

L’intervista servirà soprattutto ad alimentare l’imponente produzione di anidride carbonica del dibattito pubblico italiano, con lo stucchevole riferimento ai poteri forti, che ormai ogni premier italiano invoca quando si accorge che il sistema ha un’inerzia formidabile e che non intende portare in trionfo l’inquilino pro tempore di Palazzo Chigi, di chiunque si tratti. Ma non vi parleremo di questo aspetto bensì di quello che Matteo Renzi pensa dell’articolo 18. Che poi, sarebbe elemento di discussione ancor più stucchevole di quello sui poteri forti, ma in questa sede ci serve in realtà come cartina di tornasole per evidenziare il pensiero strategico di Renzi, e non solo suo. Intanto, e sia detto senza ironia alcuna, è positivo che Renzi rifiuti logiche di compromesso che finirebbero col produrre nuovi danni al sistema, oltre che essere espressione dell’ipocrisia nominalistica che da sempre infetta questo paese.

Parliamo dei famosi “periodi di prova” pluriennali, che non si possono chiamare in questo modo, e che sono in realtà l’immancabile pasticcio di un sistema politico che non riesce a chiamare rosa una rosa. Vogliamo giocare con le parole, invocare le “tutele crescenti” e mettere la licenziabilità pressoché assoluta e a costi risibili per le aziende sino al terzo, quarto anno dall’assunzione? E perché non oltre, magari a dieci, quindici, vent’anni? Ieri, in una intervista al Corriere, siamo riusciti a leggere che il ministro dell’Agricoltura, il pd Maurizio Martina, sostiene che questo periodo di prova che non si può chiamare così dovrebbe durare sei anni. Sei anni, pensate. Martina ha una pregevole cultura del compromesso ma è del tutto privo di senso del ridicolo. Del resto non si può avere tutto, nella vita.

Ecco quindi che Renzi non accetta questi compromessi deformi, ed occorre rendergliene merito, non foss’altro che in termini di “innovazione” politica in un sistema in via di decomposizione. Solo che, nella foga dell’argomentazione, Renzi svela il cuore della questione e del problema, oltre a fare una discreta confusione su cause ed effetti:

Però una soluzione la minoranza la sta proponendo: congelare per i primi 3 o 4 anni il diritto al reintegro?
«Scusi, ma che senso avrebbe? Sarebbe un errore: significherebbe essere un Paese in cui il futuro dell’economia e dell’industria dipende dalle valutazioni dei giudici. L’articolo 18 o c’è per tutti o non c’è per nessuno. Lasciarlo a metà non tutela i cittadini e crea incertezza alle aziende. Oggi una delle loro preoccupazioni è che le aziende non sanno come va a finire un’eventuale causa di lavoro. È l’incertezza che ci frega E siamo passati dal 7% di disoccupazione a quasi il 13%»

Ora, pensare che abbiamo questa disoccupazione a causa della “incertezza” appare una lieve forzatura, anche in un paese come l’Italia, in cui -ad esempio- il frastuono fiscale oltrepassa da sempre la soglia dell’indecenza. E non per essere benaltristi ma diremmo che, riguardo l’incertezza, un investitore in Italia ha solo l’imbarazzo della scelta, come ben ricordava qualche tempo fa il gemello di Renzi, oggi finito chissà dove.

Il punto pare quindi essere: i giudici (del lavoro) hanno troppa discrezionalità. Questo è il punto di Renzi, emerge in ogni suo commento. Ed il tema è stato segnalato giorni addietro anche in un corsivo di Dario Di Vico. Se le cose stanno in questi termini, tuttavia, Renzi e non solo lui dovrebbe riflettere sul fatto che, anche rimuovendo del tutto la reintegra per tutti i casi di giustificato motivo e giusta causa, resta sul tappeto la fattispecie di discriminazione. Visto il modello culturale italiano, è sin troppo facile ipotizzare che tutte le cause di lavoro si scaricherebbero su questa fattispecie, che andrebbe quindi ristretta, come si diceva qui.

E’ altrettanto evidente a chiunque vada oltre il dito che il surreale dialogo tra Renzi e la minoranza Pd sul mantenimento della reintegra in ipotesi di “discriminazione” è in realtà un negoziato su come circoscrivere questa fattispecie, per evitare che i tribunali esplodano di ricorsi. Squarciate il velo dell’ipocrisia e dei messaggi in codice, e riuscirete a capire perché l’Italia sembra improvvisamente diventata un paese del Terzo Mondo, o un paese emergente di una volta, in cui fervevano dibattiti (in Occidente) sulla necessità di tutelare i diritti umani.

Altro punto interessante: Renzi viene accusato di voler portare in Europa lo scalpo dell’articolo 18 per ottenere l’agognata flessibilità-sarchiapone. Il premier nega vigorosamente, e questo diniego è una eclatante conferma:

Non è che questa riforma è un prezzo da pagare all’Europa e non una esigenza reale?
«Non scherziamo. Quando hai il 43% di disoccupazione giovanile se non intervieni sul mercato del lavoro sei un vigliacco. Certo, se la riforma sarà approvata come io la propongo questo costituirà un cambio di gioco in Europa. Perché dopo aver impostato riforma costituzionale, legge elettorale, riforma della giustizia civile, pubblica amministrazione, la riforma del lavoro ci permetterà di andare in Europa senza più nulla da dimostrare. Della serie: ok, noi le riforme le abbiamo fatte. Adesso abbiamo tutte le carte in regole per dire basta a questa politica di austerità miope e sterile»

Quindi: fatta anche la riforma del mercato del lavoro, non ho più nulla da dimostrare, giusto. Ora “cambia il gioco in Europa”. E come cambierebbe, quindi?

Eppure sembra un baratto con la cosiddetta flessibilità
«No, la flessibilità non è una gentile concessione. E una possibilità prevista già adesso. Chi ha fatto le riforme ha sempre usato la flessibilità. Negli anni delle riforme la Germania – non la Grecia, dico la Germania – ha superato il 3%. Noi invece faremo le riforme mantenendoci dentro questo limite come concordato con il Ministro Padoan»

Scusi, Renzi, ma se la flessibilità è “prevista già adesso”, e noi comunque ci manterremo entro i limiti delle regole vigenti, in cosa “cambia il gioco in Europa”, esattamente? Forse nell’ottenere il rinvio di un anno del pareggio strutturale di bilancio? E’ già qualcosa ma non mobilizza risorse reali, a dire il vero. Continua a sfuggirci qualcosa, si direbbe. E non solo a noi.

Ultima nota a margine, per quelli tra voi che proprio non riescono a separare concetti e considerazioni dal soggetto che li veicola (che poi è una delle innumerevoli varianti del dito e della luna): noi troviamo piuttosto condivisibile, per realismo, la seguente frase di Massimo D’Alema (tratta da qui), ma ci teniamo a significarvi che la nostra condivisione non sarebbe cambiata anche se a pronunciarla fosse stato, chessò, Claudio Lotito:

Torniamo a Bruxelles. Cosa sta sottovalutando Renzi?
«L’Europa doveva “cambiare verso”, ma non sta andando nel verso che i progressisti auspicavano. Anzi. I popolari hanno una decina di eurodeputati in più, ma in Commissione hanno fatto l’en plein. La Merkel ha ottenuto le presidenze della Commissione, del Consiglio europeo e dell’Eurogruppo. E ha pagato un prezzo modesto ai socialisti, nominando il francese Moscovici agli Affari economico-sociali, ma di fatto sotto il controllo di un super-falco come Katainen. I conservatori hanno 14 commissari, i liberali 5 e i socialisti 8. Insomma, il predominio conservatore è impressionante. Temo che tutto ciò non potrà non avere effetti sulla politica dell’Unione, tanto è vero che c’è grande malcontento nel gruppo socialista a Bruxelles».

Ecco, forse per “cambiare verso” bisogna partire da questi numeri. E da ciò che ad essi è sottostante. A meno di non voler affrontare Katainen con la katana del “io ho avuto il 41%, capito?” Ma si finirebbe come nella celeberrima sequenza del film Indiana Jones, temiamo.

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