Tsipras e il regime change con amnesie

Oggi Angela Merkel riceve a Berlino il premier greco Alexis Tsipras. L’incontro dovrebbe rappresentare un estremo tentativo di conciliazione tra la Ue (rappresentata, curiosamente ma non troppo) dal suo egemone riluttante, e l’orgoglioso leader di un paese massacrato da sei anni di una austerità apparentemente inevitabile ma eseguita in modo assurdo, per magnitudine e tempistica, oltre che (soprattutto) per la scarsa idoneità del tessuto economico greco all’operazione. A tutto ciò si aggiungano le formidabili resistenze dei gruppi di interesse greci, profondamente radicati nella pubblica amministrazione di quel paese, ed il disastro è servito. A che servirà l’incontro di oggi?

È impressionante notare come nelle ultime settimane, tra Ue e Grecia, si sia prodotta una surreale coazione a ripetere, del tipo “non guardarmi, non ti sento”, con entrambe le parti ben arroccate sulle rispettive posizioni ma con la Grecia a recitare l’assai poco decifrabile ruolo del partner affetto da disturbi della personalità. Dopo gli accordi all’Eurogruppo del 20 febbraio, che parevano aver incanalato la vicenda verso l’avvio di un esito ordinato, pur se al termine di inevitabili teatrini dialettici che hanno visto protagonista il ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, siamo rapidamente tornati al via, e c’è stato un nuovo vertice ristretto, terminato la notte tra giovedì e venerdì scorso con dichiarazioni di principio a cui hanno fatto nuovamente seguito, una manciata di ore dopo, nuove incomprensioni e nuovi proclami di Tsipras.

Ma quali sono i termini della questione? Probabilmente, gli stessi di sempre, e che si possono ricondurre ad un solo punto: la Grecia ed il suo premier esigono una “riparazione di guerra” dalla Ue. E le riparazioni di guerra non poggiano su condizionalità. La Grecia vuole soldi, tanto nella forma di cash per i fabbisogni correnti che di drastico taglio del debito con la Troika. A fronte di queste richieste, motivate dal sentimento di aver subito una violenza inaudita e di portata superiore a quella di una occupazione militare in tempo di guerra, il governo greco non offre riforme sostanziali, come dimostra la lista-sberleffo di “misure” presentate da Varoufakis tempo addietro, incluso l’utilizzo di turisti, studenti e pensionati microfonati e dotati di telecamera per combattere l’evasione fiscale.

Dopo la sollevazione dei leader europei, che sono al limite della pazienza, la palla è passata a Tsipras in persona, che vuole trattare il tema nelle massime istanze politiche, ed è già stato accontentato, col vertice di giovedì e venerdì, a cui peraltro non ha partecipato il nostro ciarliero premier, Matteo Renzi. Su quest’ultima vicenda, un piccolo inciso: siamo alle solite, l’Europa è il direttorio franco-tedesco più il presidente del Consiglio europeo più quello dell’Eurogruppo più, ove serva, Mario Draghi. Gli altri paesi, inclusi i grandi creditori come l’Italia, restano a guardare. Renzi non la vede così, poiché è riuscito ad affermare che il vertice della scorsa settimana era una sorta di fine tuning degli accordi di febbraio, a cui l’Italia ha partecipato. Interessante un vertice di “manutenzione” con figure minori come Merkel ed Hollande, ma contento Renzi e le sue fiabe per i gonzi italiani, e chiuso l’inciso.

La Grecia, dicevamo, a nostro giudizio non intende dare seguito ad alcuna richiesta sostanziale di riforme strutturali. Vuole i 7,2 miliardi di chiusura del programma precedente, “e poi si vedrà”. Purtroppo per lui, Tsipras non ha di fronte un gruppo di autoctoni con l’anello al naso con cui scambiare perline avendone in cambio oro. Merkel ha provato a suggerire a Tsipras di riprendere una vecchia lista di promesse del predecessore Samaras e di rielaborarle in modo da ottenere esiti vagamente (e politicamente) equivalenti ma che almeno avessero una base operativa credibile almeno sulla carta. Nulla da fare: Tsipras si inalbera, non vuole neppure sentire il nome del suo predecessore, dice che in pratica in Grecia c’è stato un regime change, una rivoluzione. E che di conseguenza, sembra essere il messaggio manco troppo subliminale, il passato è passato. Approccio vagamente suicida, diremmo.

Tsipras, così puntiglioso a rivendicare il regime change, come presupposto ideologico alle “riparazioni di guerra” che esige dalla Troika, viene colto da amnesia quando invoca il rispetto di promesse fatte a Samaras, o esige dalla Bce lo stesso trattamento riservato al suo precedessore. Valga questa lettera inviata nei giorni scorsi dal premier greco ad Angela Merkel, e che è stata magistralmente annotata e decodificata da Peter Spiegel del Financial Times. In essa, Tsipras ricorda che a Samaras era stato promesso un intervento di sgravio parziale del debito (debt relief) se e quando la Grecia avesse conseguito un avanzo primario. L’avanzo primario è arrivato (con Samaras, sotto Tsipras sta squagliandosi come neve al sole) ma il sollievo di debito no.

Altro punto, che rende Tsipars inkazzat0 come un puma verso Mario Draghi, è la limitazione agli acquisti di titoli di stato greci da parte delle banche elleniche. Il motivo è presto detto: poiché i greci vivono ormai immersi in un clima da 8 settembre, hanno smesso di pagare le tasse (una, in particolare, l’equivalente dell’Imu prima casa, che Tsipras in campagna elettorale ha promesso di cancellare) e stanno prelevando dai propri conti bancari, temendo il peggio, cioè il ritorno della dracma. Draghi, nel frattempo, vista l’assenza di progressi sul negoziato con la Ue, ha cancellato la deroga della Bce ad accettare titoli di stato greci a garanzia di propri finanziamenti alle banche elleniche. Siamo passati in regime di ELA (Emergency Liquidity Assistance), in cui è la banca centrale greca a “stampare”, sotto tetti quantitativi stabiliti dalla Bce, e fornire ossigeno alle banche locali. Tsipras voleva da Draghi, in ordine decrescente di desiderio: il mantenimento della stanziabilità in Bce dei titoli di stato greci (waiver, cioè deroga al fatto che hanno rating non accettabile perché troppo basso); l’aumento del tetto di acquisti di titoli di stato che il Tesoro greco può vendere alle proprie banche; in subordine, un aumento del tetto delle autorizzazioni ELA alla banca centrale greca, con stessa finalità. Per “riuscire a pagare stipendi e pensioni”, in attesa che il nuovo “programma” di assistenza veda la luce. Solo che, in assenza di uno straccio di riforme ed interventi sull’economia, questo equivaleva sic et simpliciter a monetizzazione del deficit greco. Ovvio che la Ue e Draghi abbiano detto di no.

Ma non un diniego da carnefici, sia chiaro. Il tetto ELA viene continuamente innalzato, sia pure in modo frenato. Nel frattempo, vista la “emergenza umanitaria”, la Commissione Ue ha trovato due miliardi di euro per i buoni pasto e l’assistenza ai più poveri in Grecia. Ma a Tsipras non basta. Il giovanotto strepita che le visite di esponenti del cosiddetto Brussels Group, cioè la Troika più il fondo salvastati ESM, anche quelle di basso livello, col fine di verificare i conti e la situazione della macchina pubblica greca, sono “violazioni della sovranità nazionale”. Al che, gli è stato fatto notare che anche il FMI compie periodiche visite in loco per esprimere giudizi sull’economia di un paese, e nessuno grida al nazismo. Ciò detto, come finirà? Da un lato abbiamo Tsipras, a cui forse non è chiaro a cosa andrà incontro il suo paese, in caso di perseveranza in questa linea di condotta. Ma forse pensa che alla fine sarà la Ue a cedere, timorosa della Grexit e del fatto che con essa si sancirebbe il principio della non irreversibilità dell’euro. Il governo greco vuole, in modo molto evidente (ed anche comprensibile, se non fosse per le tattiche negoziali da tiraschiaffi) un default sovrano entro l’euro. Noi pensiamo che, anche in questo caso, i problemi greci resterebbero largamente irrisolti, soprattutto con un governo di sinistra onirica come questo. Ma non divaghiamo.

Dall’altro lato, la pazienza sta esaurendosi, non solo a Berlino. Siamo tutti pesantemente creditori della Grecia, solo gli astutissimi grillini non lo hanno ancora capito. Quello che Tsipras pare non aver colto è che la Grecia sta andando alla deriva verso un esito cipriota, fatto di controlli feroci sui capitali (quelli si, introdotti in una notte, visto che è molto semplice farlo, a differenza del cambio di moneta), ed un pesantissimo bail-in ai depositi bancari greci, tutti. I greci, che lo hanno intuito, reagiscono razionalmente ma così facendo accelerano l’epilogo. Abbiamo sempre la speranza che alla fine la razionalità prevarrà anche nel premier-giovanotto ma non ci scommetteremmo dei soldi. Tsipras ci sembra prigioniero della sua logica da “liberazione dal nazismo” e questo gli sta ottenebrando la psiche e la capacità negoziale, esponendo lui e- soprattutto- il suo popolo a rischi catastrofici.

In attesa di capirne di più, un piccolo plauso al senso dell’umorismo e della autoironia dei tedeschi. Era evidentemente ben occultato ma è un peccato non liberarlo, visti esiti di questo tipo:

Aggiornamento – Per contro, chi mostra non solo di non aver senso della autoironia ma essere ormai preda di una sindrome paranoide, è la classe politica greca, e l’attuale maggioranza di governo. Questa vicenda finirà male.

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