Un giocatore d’azzardo a Palazzo Chigi

Interessante intervista programmatica di Matteo Renzi al direttore del Foglio, Claudio Cerasa. Tra gli argomenti trattati, vi segnaliamo la visione di Renzi sui conti pubblici, come è venuta distillandosi in oltre un anno di governo, per approssimazioni successive. È una cornice che contiene un quadro non privo di rischi, soprattutto.

Prescindiamo dall’ossessione di Renzi per il tasso di risparmio degli italiani, che il Nostro vede quasi come un affronto personale, nella sua ipersemplificazione della realtà e delle motivazioni degli agenti economici. Dopo anni trascorsi a dire che serve tagliare la spesa e smettere di fare debito “non perché ce lo chiede l’Europa, ma per i nostri figli”, Renzi aggiusta il tiro: la spesa va riqualificata, in senso di maggiore efficacia ed efficienza, soprattutto per quella intermediata dalla pubblica amministrazione. E sin qui, in astratto, ci siamo. Chi scrive sostiene da tempo che il problema italiano non è la quantità di spesa pubblica ma la qualità della stessa. Solo che la qualità della spesa pubblica deriva in misura decisiva dalla qualità del sistema paese e dal sistema valoriale condiviso. Pensare di essere, oggi, alla vigilia di una simile “rivoluzione”, in un paese da sempre malato di ipercorporativizzazione e profonda reciproca diffidenza tra cittadini e stato e tra gruppi sociali, appare una scommessa esistenziale, o più banalmente un azzardo. O forse ancora una patente furbata.

Ma che dice, “programmaticamente”, Renzi?

Problema: siamo sicuri che sia sano per un paese ridurre le tasse senza ridurre in modo organico la spesa pubblica?
«Qui arriviamo al nocciolo del problema. La revisione della spesa per me è una priorità, ok? Ma dire che le tasse si abbassano solo tagliando la spesa è una sciocchezza. Non è e non sarà la strada dell’Italia, ma pensate all’Inghilterra del mio amico Cameron: lì le tasse sono state tagliate, sì, ma vengono tagliate, come è successo anche in Spagna, facendo leva soprattutto sul deficit»

Non è esattamente così: la Spagna ha chiesto ed ottenuto flessibilità nel raggiungimento dell’equilibrio dei conti pubblici procedendo comunque a ridurre il deficit strutturale, cioè corretto per il ciclo economico. Lo abbiamo fatto anche noi, ovviamente, e più di altri. Ma è difficile sfuggire alla sensazione che Renzi si sia “preso invidia” della manovra di alleggerimento fiscale del governo Rajoy, che cade in un anno elettorale ma è resa possibile dal fatto che il Pil nominale spagnolo sta crescendo in modo robusto e confortante, ove rapportato al costo medio del debito pubblico. Mentre lo stesso non può dirsi per l’Italia, come sappiamo.

Ecco quindi che Renzi ritiene giunto il momento di prendersi la “flessibilità” di cui ha bisogno, e di farlo sfruttando il tetto del 3% al rapporto deficit-Pil, invocando la par condicio con altri paesi, che quel limite sforano sistematicamente, in primis la Francia. Semplice ed efficace, no? In realtà non troppo, o meglio solo in astratto. Il problema italiano è lo stock di debito, e la necessità di piegarne la curva ascendente. Se la crescita nominale del Pil è inferiore al costo medio del debito, serve un avanzo primario elevato e stabile nel tempo per stabilizzare e ridurre il rapporto d’indebitamento. Per chiarire ulteriormente il concetto: se il Pil nominale cresce ben oltre il costo medio del debito, è possibile anche fare deficit senza che questo pregiudichi il rapporto d’indebitamento. L’Italia non è in questa condizione, come i più perspicaci tra voi avranno intuito.

Ma Renzi ha una risposta anche per questo: il rapporto debito-Pil lo faremo scendere dal 2016. Ohibò, e come, se allarghiamo il deficit e tagliamo l’avanzo primario? Ecco la risposta:

«Serve un’attenzione particolare per la Pubblica amministrazione. Concretamente? Garantire più efficienza, per esempio valorizzando il ruolo di Consip. E sarà azionando anche queste leve che dal prossimo anno faremo quello che avevo promesso, per rispetto del paese e per rispetto dei nostri figli: la riduzione del debito pubblico attraverso riduzioni della spesa ma anche attraverso operazioni ad hoc: dal 2016 diventerà una delle priorità del governo»

Ora, a parte la lieve contraddizione di “ridurre la spesa” dopo aver tagliato le tasse in deficit (e magari lamentarsi che i cittadini reagiscano all’accresciuta incertezza aumentando il proprio tasso di risparmio), Renzi ci informa che vuole ridurre il debito “attraverso operazioni ad hoc”. Tuttavia, poiché gli incassi da cessione di quote di Poste, Ferrovie e poco altro non servono allo scopo di ridurre il debito (perché sono noccioline), e visto che se percorriamo la strada dell’aumento di deficit con riduzione di avanzo primario il debito aumenta anziché ridursi, il mistero si infittisce. A meno di qualche colpo di ingegneria finanziaria per disperati e treccartari, con la collaborazione della Cassa Depositi e Prestiti.

In sintesi, questa è la nostra chiave di lettura ed i nostri due cent:

  • Renzi si è accorto che tagliare la spesa pubblica della misura prevista (anche e soprattutto per disinnescare clausole di salvaguardia introdotte in larghissima parte dal suo governo), è sentiero molto difficile da percorrere. Gli servono disperatamente 17 miliardi di euro, o il castello di carte di cemento armato gli crollerà in testa;
  • Quindi tenta di ridurre le tasse facendo deficit entro la soglia del 3% di Pil ed invocando la par condicio con altri paesi europei;
  • Così facendo ignora tuttavia la fondamentale equazione del rapporto di indebitamento, o meglio la riconosce (forse) ma tenta di neutralizzarla promettendo “operazioni ad hoc”, cioè soprattutto magheggi contabili.

Il tutto astraendo e prescindendo dallo scenario economico esterno e globale, s’intende. Che oggi non pare essere molto rassicurante. Quello di Renzi è uno spregiudicato gioco d’azzardo, molto coerente col personaggio. Le prossime settimane e mesi andranno a vedere le sue carte, ed il suo bluff.