Aritmetica opinabile per universi paralleli

Oggi, su l’Unità, compare un commento del responsabile economico del Pd, Filippo Taddei, sulla proteiforme “ripresa” che staremmo vivendo. C’è qualcosa di vagamente fattuale, nelle considerazioni di Taddei, ma anche moltissimo di soggettivo. Del resto, nel paese che ha mandato al macero il fact checking a causa della propria innumeracy, non poteva essere altrimenti.

Prendete questo passaggio del commento di Taddei:

«È un cambiamento epocale che segna questa intera fase politica. Il dato di ottobre diffuso da Istat sull’andamento del mercato del lavoro proprio ieri ci consegna un quadro completamente nuovo. Il numero di disoccupati è calato di 410mila persone mentre gli occupati sono cresciuti di 75mila posti di lavoro rispetto ad un anno fa. L’occupazione è cresciuta per i lavoratori con meno di 35 anni e per quelli che hanno più di 50»

Sono numeri “autentici”, per carità. Solo che, se andiamo a guardare il senso “numerico” del concetto di occupazione “cresciuta” nell’ultimo anno, emerge altro. Prendete i dati Istat, qui sotto:

Condizione lavorativa

Da essi si scopre che, nell’ultimo anno, la fascia 15-24 anni ha 4mila occupati in più, e quella 25-34 ne ha 19mila. Parliamo di sfridi, di errori statistici di campionatura, di intervallo di confidenza, altro che di “aumento degli occupati”! Per contro, se aguzzate la vista ed osservate la variazione annua degli inattivi, scoprirete che sono aumentati di 27mila nella fascia 15-24, e 59mila in quella 25-34. Non male, vero? E questi numeri, come li spiegherebbe Filippo Pangloss Taddei? Possiamo fregarcene della fascia 15-24, perché a quella età magari si studia, in vario modo ed a vario titolo, quindi è tutto relativo, ma che dire della fascia 25-34 anni, quella in cui si esercita la massima spinta nella vita lavorativa di una persona? Avere 59mila inattivi in più in un anno in quella fascia come si legge? Un altro “cambiamento epocale”? E vi facciamo grazia della coorte 35-49, altra fascia centrale nel lavoro, che in un anno ha perso 175mila occupati ed ha 55mila inattivi in più. Un altro trionfo?

Prosegue Taddei, in questo victory lap lisergico:

«Si parla, giustamente, della ripresa dei consumi, ma il dato più interessante continua a rimanere la dinamica degli investimenti: prima in mezzi di trasporto per ricostruire la logistica del nostro sistema produttivo. Poi in macchinari nei primi sei dell’anno. A questi investimenti si aggiunge la ricostruzione delle scorte. Questa ripresa si regge quasi interamente sulla domanda nazionale -la misura materiale della nostra fiducia in noi stessi – non sulla domanda estera. Questa invece, anche nel terzo trimestre 2015, continua ad avere un contributo negativo sul PIL»

Ah certo. Se non fosse che il traino viene quasi esclusivamente dalla Fiat, come conferma anche l’andamento delle immatricolazioni di vetture, più che dalla “ricostruzione della logistica del nostro sistema produttivo”. E se guardiamo i contributi della componente “investimenti fissi lordi” alla variazione congiunturale del Pil negli ultimi quattro trimestri, scopriamo che sono questi:

0, +0,2%, 0, -0,1%

Però c’è una ripresa spinta da investimenti e consumi, che dobbiamo dirvi. Ultima chicca, segnalata su La Stampa da Alessandro Barbera: i mitologici “tecnici del Tesoro” avrebbero “scoperto” che l’obiettivo di un Pil 2015 allo 0,8% è fattibile. E sapete perché? Perché la variazione annuale è calcolata da Istat senza correzione per i giorni lavorati, ed il 2015 ha avuto tre giorni lavorativi in più. Slurp! Ecco il senso dell’ormai storico sms inviato da Padoan a Renzi, circa il tenere il punto sullo 0,8%. Peccato che il prossimo anno ci sarà la restituzione dei giorni in più, con quello che ne conseguirà, ma sono dettagli. Dai dati lordi a quelli grezzi a quelli non corretti per il numero di giorni lavorati, la disperazione di una banda di illusionisti illusi avanza a grandi falcate.

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