Chi contribuisce davvero alla lentezza del processo legislativo

di Luigi Oliveri

Come ormai consuetudine di questo governo, il testo del disegno di legge di stabilità a giorni e giorni dalla sua approvazione in Consiglio dei ministri non si conosce. Né è stato inviato in Parlamento o all’Unione Europea. Circolano solo alcune slide e documenti tecnici messi insieme in fretta e furia per non urtare troppo le istituzioni europee di controllo dei bilanci. Una storia che si è ripetuta moltissime volte e che fa chiedere cosa esattamente esamini il Consiglio dei ministri, destando il sospetto che il collegio approvi solo idee, titoli e poco altro, ma certamente non il contenuto di provvedimenti solo formalmente oggetto di approvazione, mentre ancora li si scrive e modifica.

Al di là dei rilievi di ordine giuridico (come è possibile dare lecitamente per approvato un testo inesistente?) che si potrebbero muovere a questo modo di attivare il processo legislativo, alcune considerazioni si dovrebbero porre a proposito della riforma della Costituzione, tenendo presente che una parte molto significativa della legislazione è svolta dal Governo. Non solo mediante l’iniziativa politica, come si vede adottata in maniera molto disinvolta, facendo apparire testi molto più tardi della loro formale approvazione. Ma, anche mediante l’esercizio della delega legislativa. La Costituzione consente al Parlamento di delegare al Governo il compito di legiferare su determinate materie: facoltà negli ultimi tempi sempre più utilizzata.

La cosiddetta “riforma Madia” è l’insieme di molte deleghe legislative, conferite nell’agosto 2015, e che si esauriranno nel maggio-giugno 2017: quasi due anni per completarle. Il dato appare abbastanza rimarchevole: una delle ragioni a fondamento della riforma costituzionale è la necessità di velocizzare le decisioni e, quindi, l’iter di approvazione delle leggi.

Come si nota, tuttavia, è proprio il Governo a non brillare affatto per particolare celerità nell’esercitare iniziativa legislativa e deleghe legislative. E quando ci ha provato, come nel caso del codice dei contratti, approvato in circa 3 mesi dalla delega, la fretta è stata pessima consigliera. Non solo, infatti, il codice non ha affatto rilanciato appalti e investimenti (come propagandato) ma li ha addirittura bloccati, è stato scritto pieno di errori che hanno richiesto un primo decreto correttivo, mentre adesso si invoca un secondo decreto correttivo per rimediare proprio al sostanziale stop agli appalti pubblici. Nel frattempo, anche la cosiddetta soft law, l’idea, cioè, di completare la regolazione degli appalti con atti adottati non da Parlamento o Governo ma dalla mitica Anac, non è che stia particolarmente aiutando a velocizzare i processi decisionali: delle circa 50 linee-guida assegnate alla competenza dell’Autorità, solo 2 sono state approvate formalmente a distanza di ormai 6 mesi dall’entrata in vigore del codice.

Il tutto, a ben vedere, lascia intendere che il problema del complesso e delicatissimo processo legislativo non sta solo nel bicameralismo perfetto. Anche se la riforma della Costituzione abolisse del tutto il Senato (e non è affatto così, perché il Senato resta e continua ad intervenire in circa dieci sistemi diversi su praticamente tutte le materie normative), comunque non risolverebbe di certo problemi di velocità, ma soprattutto di efficacia e correttezza delle decisioni direttamente adottate dal Governo.