La frontiera del debito (verso la Cina)

Col termine “mercati di frontiera” si indicano quelli che potremmo definire i “mercati emergenti dei mercati emergenti” o “pre-emergenti”, cioè quelli di paesi in via di sviluppo che tuttavia sono più piccoli, rischiosi ed illiquidi dei fratelli maggiori. Sono investimenti che tendono ad avere maggior potenziale di ritorno di lungo periodo e minore correlazione con gli altri mercati. Sono anche paesi che si (ri)scoprono incravattati dal debito pubblico.

Secondo uno studio di Oxford Economics, citato dal Financial Times, i mercati di frontiera sarebbero ai massimi di debito pubblico dal 2004, in conseguenza della fame di rendimento degli investitori internazionali, nell’epoca dei tassi a zero, ma anche e soprattutto come ricaduta dell’inondazione di capitali cinesi relativi alla Belt and Road Initiative (BRI), che gli italiani hanno di recente imparato a conoscere (si fa per dire, ovviamente: in Italia si fanno slogan, non analisi).

I numeri dei capitali cinesi affluiti nei mercati di frontiera sono imponenti:

Il project finance verso i 17 paesi di frontiera esaminati da Oxford Economics è cresciuto di 26 volte dal 2009, a 280 miliardi di dollari, quasi metà dei quali sono affluiti in tre soli paesi: Pakistan, Nigeria e Argentina, secondo il China Global Investment Tracker (CGIT) dell’American Enterprise Institute. Circa 32 miliardi di dollari di tali operazioni sono già classificati come “transazioni problematiche” dal CGIT.

L’aspetto inquietante della situazione è che questa esplosione di debito pubblico non pare essere andata a finanziare investimenti, come mostrano i dati disponibili. Non solo: il debito pubblico di questi paesi sta crescendo sempre più in base a prestiti concessi a tassi di mercato e non agevolati, come sono invece quelli che si ottengono da organizzazioni multilaterali. Ciò rischia di rendere complesso e doloroso anche il processo di eventuale ristrutturazione del debito.

Il nuovo debito pubblico contratto per finanziare opere infrastrutturali è spesso garantito da attivi patrimoniali e relativi flussi di reddito, rendendo quindi la posizione di questi creditori (spesso la Cina) senior rispetto ai normali possessori di debito pubblico. Esempio eclatante di esercizio di queste garanzia è divenuto il porto di Hambantota, in Sri Lanka, e dei 15.000 acri di terreno ad esso adiacente, sviluppato come investimento greenfield con un prestito cinese. Non aver onorato quel debito ha costretto il governo dello Sri Lanka a cedere il porto in concessione ai cinesi per 99 anni.

Sulla situazione debitoria del Pakistan, grande “beneficiario” della BRI, e che è ora costretto a negoziare un aiuto del FMI, potete leggere qui. Mentre in Europa, i Balcani sono il target di capitali cinesi. L’allarme è già suonato per il Montenegro, il cui rapporto debito pubblico-Pil è arrivato all’80% con la costruzione di un’autostrada di 165 chilometri destinata ad unire il porto montenegrino di Bar alla Serbia.

L’opera ha preso la forma di una partnership pubblico-privata tra i cinesi ed il governo del Montenegro, che ha finanziato la sua parte con aumento di tasse, congelamento dei salari dei dipendenti pubblici ed eliminazione di sussidi pubblici a favore delle madri. Parliamo però solo del primo tratto dell’opera, di 41 chilometri. Ma ora le casse di Podgorica sono vuote. Che faranno i cinesi? Molto probabile che applicheranno il “modello Sri Lanka”, prendendosi una concessione secolare sull’opera.

Utile anche sapere che due analisi costi benefici, del 2006 e del 2012, consideravano l’opera antieconomica, raccomandando un semplice ammodernamento delle vie esistenti. Ma poi è arrivata la Cina, la cui Export-Import Bank ha pagato alcuni accademici dell’Università del Montenegro e, come per magia, lo studio di fattibilità ha consigliato vivamente l’opera. Superfluo aggiungere che quello studio non è mai stato pubblicato. Nel frattempo, i cinesi hanno finanziato anche i primi lotti dell’opera in territorio serbo.

Per dare la misura dei termini del contratto con la Cina:

The 809 million euros Montenegro received from China’s Export-Import Bank covers 85 percent of the cost of the first section of the road. The dollar-denominated loan carries a 2 percent interest rate, 20-year repayment schedule and 6-year grace period – attractive terms but a major long-term burden for a country of roughly 620,000 people. Under the terms of the contract, an arbitration court in China would have jurisdiction in the event of any legal dispute. CRBC won commitments that all imported construction materials, equipment and other goods be exempt from customs and value-added tax. Chinese workers were given 70 percent of the work.

Ovviamente, la Cina usa i dollari del suo surplus commerciale col resto del mondo per finanziare queste iniziative. Nel frattempo, l’apprezzamento del dollaro ha aumentato del 13% il costo dell’opera ed ora siamo a un debito del Montenegro verso la Cina di circa 1 miliardo di dollari, oltre il 20% del Pil del paese balcanico. Il tutto per il primo lotto, un quarto del totale, pur se il più difficile. Non male.

Ma ovviamente, questi sono solo casi “isolati”, pur se sempre più numerosi, in cui i capitali infrastrutturali cinesi hanno creato problemi ai paesi “beneficiari”. Nulla di ciò potrà mai accadere in Italia, dove i contratti pubblici sono notoriamente assai trasparenti, non c’è traccia di corruzione e le analisi costi benefici sono rigorose e svolte nella pubblica agorà, teatrini televisivi inclusi. E poi, come direbbe qualcuno qui da noi, questi saranno “accordi economici, non politici”.

Pare incredibile che ci sia chi riesce ad esprimersi in questi termini, restando serio.

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