Ma chi scrive le leggi, in Italia?

Arriva il Recovery Fund e non ho nessun manager da mettermi, dice la politica. Ma conta anche presidiare la fase di scrittura delle norme, senza la quale si spalanca l'abisso della paralisi

Meno azzeccagarbugli e più “tecnici”? Prima di tutto, saper scrivere le norme

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

su Italia Oggi del 18 dicembre 2020, Roberto Morassut, sottosegretario al Ministero dell’Ambiente, nell’articolo “Non basta la semplificazione, ci vuole anche il personale adatto per sveltire gli investimenti”, osserva pensoso: “Abbiamo una pubblica amministrazione ricca di ragionieri e dottori in legge, c’è bisogno di ingegneri ambientali, di geologi, di biologi, di chimici, di matematici che abbiamo una chiara visione della sfida dei cambiamenti climatici e delle metodologie e degli strumenti da mettere in campo”. Si potrebbe osservare che se al Ministero dell’Ambiente abbondano di legulei e contabili e non di tecnici ambientali è un bel problema da sempre: non lo si dovrebbe scoprire per effetto del Next Generation EU.

Ma, non è questo il tema. Fa eco al Morassut un riflessivo articolo di Montesquieu su Il Sole 24 Ore, sempre del 18 dicembre, dal titolo “Con il populismo fallisce la riforma della PA”. L’approfondimento tesse le lodi delle riforme della PA previste a suo tempo dal ministro Franco Bassanini, magnificata perché introdusse “novità quasi epocali”, come la separazione delle competenze tra politica ed apparato gestionale “favorita dall’ apertura di una competizione tra pubblico e privato per l’ingaggio dei migliori manager”; e, si badi: “Manager, non giuristi”!!

Si potrebbe osservare che, mentre le riforme magnificate da Montesquieu (beninteso, quello che scrive sul Sole) prevedevano la separazione tra politica e gestione, si introdusse il devastante spoils system all’italiana, così da vanificare nei fatti l’affermazione di principio della presunta separazione.

Ma, non è questo il tema.

Il tema è il problema dei pochi tecnici, soprattutto dei pochi manager (la parola magica che risolve tutto) e dei troppi contabili e, soprattutto, “giuristi”, ma, in realtà, null’altro che azzeccagarbugli.

La scadenza ci colse impreparati

Tutto vero. Servono nuove professionalità. Sarebbe anche interessante se gli organi di governo, oltre a dirlo e ripeterlo da anni, iniziassero anche a modificare le dotazioni organiche, rivedendo i profili e iniziassero ad assumerle, queste professionalità. Per non lasciarsi sorprendere da scadenze – perfettamente note, ma ignorate finché non giungono a fine corsa – come la transizione digitale, essendo rimasti, però inerti nel provare a reclutare e formare gli esperti tecnici del caso.

Tuttavia, Titolare, è anche da auspicare che, nella foga comprensibile di esautorare gli azzeccagarbugli, qualcuno rimanga a presidiare il grigio lavoro di chi deve scrivere (e anche applicare) le norme.

Già da troppi anni abbiamo traccia che, probabilmente, forse sono troppi tecnici, ingegneri, filosofi, biologi, pranoterapeuti e alchimisti a scrivere le leggi, invece dei giuristi, visto il modo col quale esse sono redatte.

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E le prove si accumulano. Un esempio, Titolare. Negli emendamenti alla legge di conversione del decreto “ristori omnibus” troviamo una perla: la modifica di un articolo della “legge Biagi” (d.lgs 276/2003), che consente alle imprese di assolvere l’obbligo di assumere disabili, affidando a cooperative sociali commesse, in modo che dette cooperative assumano e, tuttavia, l’adempimento si riverberi sulle imprese committenti. L’emendamento vuole, meritoriamente, estendere questo meccanismo anche alle “imprese sociali”. Ottimo.

C’è un solo neo: il testo della norma (si tratta dell’articolo 14) viene interamente riscritto, ripetendo, però, in gran parte quello precedente. Compreso il passaggio a mente del quale i servizi pubblici per il lavoro, per determinare i contenuti delle convenzioni che regolano i rapporti tra imprese e cooperative/imprese sociali debbono sentire “l’organismo di cui all’articolo 6, comma 3, del decreto legislativo 23 dicembre 1997, n. 469”; ma, per altre incombenze, sentire anche “gli organismi di concertazione di cui al decreto legislativo 23 dicembre 1997, n. 469”, demandando alla “Commissione provinciale del lavoro” il compito di verificare la congruità della computabilità dei lavoratori inseriti in cooperativa sociale sarà verificata dalla.

Abrogate, abrogate: qualcosa resterà

Ecco, Titolare: peccato che il decreto legislativo 469/1997 sia stato abrogato, trascinando con sé nell’oblio la Commissione provinciale per il lavoro (che poi era l’organismo previsto dall’articolo 5 del d.lgs 469/1997).

Non sappiamo chi abbia scritto questa norma. Abbiamo il forte sospetto, o forse la speranza, che il redattore sia, appunto, un manager, un teologo, un pilota, un gastronomo, ma non un giurista. In ogni caso, si nota che all’autore della norma non è saltato per nulla in mente di verificare se le leggi richiamate fossero ancora operative; né, al leggere l’aggettivo “provinciale” accanto al sostantivo “commissione” gli è minimamente sovvenuto che, forse, alcuni anni fa, tra le tante, troppe, riforme devastanti della PA, è stata adottata quella delle province. Che ha sottratto loro le competenze in materia di lavoro…

Lungi da me l’idea di fare l’esegeta di Luigi: oltre a non averne bisogno lui, non ne sarei capace io. Ma ciò che traspare, da questo scritto, è che la politica che scopre a intervalli regolari di aver bisogno di manager e “tecnici”, è la stessa che ha aperto la strada nella pubblica amministrazione allo spoils system integrale, quello dove anche i ruoli strettamente tecnici sono ormai frutto di scelte discrezionali dell’eletto pro tempore. Il quale, come dire, non pare eccellere per capacità di selezione in base a competenze. Altro chiodo nella bara del Recovery Fund italiano, temo. Un chiodo che viene da lontano. (MS)

Foto di Arek Socha da Pixabay

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