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Datemi una leva fiscale e svuoterò i conti

A intervalli regolari, in Italia scopriamo “il” proiettile d’argento, quello che risolverà i nostri problemi di comunità nazionale. Un tempo, sino a poco fa, era il cosiddetto contrasto d’interessi. Ne parlavano tutti, dal ministro al guitto televisivo, passando per gli opinionisti che urlano dentro microfoni e davanti a telecamere. Sarebbe stata la soluzione finale: “scarichiamo tutto, facciamo come gli americani”. Che non lo hanno mai fatto ma transeat. La pressione a conformarsi su questo nuovo sacro precetto era tale che nella fallacia caddero persino prestigiosi economisti, prima di una opportuna pur se tardiva resipiscenza.

Oggi, in attesa che il contrasto d’interessi torni a risolvere i nostri problemi, abbiamo un proiettile d’argento appena fuso: l’eccesso di liquidità sui conti correnti, che mette piombo nelle ali di un paese che non attende che di librarsi in volo e mostrare al mondo la propria geniale creatività.

I conti correnti non sono materassi

Ne ho scritto e parlato alla nausea, soprattutto la mia. Per riepilogare: no, la liquidità sui conti correnti non è sottratta all’economia nazionale. Lo sarebbe se i soldi fossero fisicamente nelle abitazioni delle persone o nelle cassette di sicurezza. E no, la possibilità delle banche di fare credito non dipende dalla preesistente disponibilità di depositi, visto che le banche creano depositi e moneta concedendo prestiti, in virtù del meccanismo del moltiplicatore dei depositi e della riserva frazionaria. Pare che invece sia decisiva la domanda di prestiti. Incredibile, non l’avrei mai immaginato.

Poi occorre considerare che parte dell’accumulo di liquidità dell’ultimo anno ha natura precauzionale, da forte aumento di incertezza, ma anche “meccanica”, nel senso che chi ha mantenuto il proprio reddito ha avuto un crollo di consumi correnti causato dalle limitazioni al movimento (trasporti, abbigliamento, pasti fuori casa). Quando la pandemia sarà alle spalle, anche quella liquidità si scongelerà.

Malgrado ciò, tra politici, editorialisti e banchieri è tutta una gara a pressare per “investire” quella liquidità, oltre che per stigmatizzare la condotta antipatriottica di chi l’ha lasciata accrescere.

Più prestiti e più depositi

Oggi tocca al presidente del sindacato dei banchieri, Antonio Patuelli, intervistato dal Corriere. Gli impieghi delle banche sono in forte aumento, purtroppo a causa del fatto che molte aziende e attività produttive hanno dovuto sostituire i ricavi col debito: una tragedia che peserà per molto tempo su questo paese. La garanzia pubblica su tali aumenti di indebitamento lascia dormire ai banchieri un sonno relativamente tranquillo, almeno per ora.

Sonno che, invece, viene irrimediabilmente disturbato da quella liquidità sui conti. Proprio non si può vedere, signora mia. Perché sì, d’accordo, la garanzia dello Stato sui prestiti va bene, per carità, MA

Sì, questo conta. E anche delle moratorie. Ma dobbiamo anche notare i dati sulla raccolta, sulla ricchezza detenuta in banca. Ci sono le premesse di liquidità che andrebbero incentivate con misure fiscali che incoraggino gli investimenti.

Sale il livello dei mari

Ormai un grido di dolore, questo sulla liquidità, che ricorda le previsioni di arretramento della linea costiera in tutto il mondo causa innalzamento del livello dei mari per cambiamento climatico. Stesse dinamiche, pare. Patuelli ha un’idea:

Se i risparmiatori avessero una minore pressione fiscale per i rendimenti sui loro investimenti detenuti a medio-lungo termine, non solo sui titoli del debito pubblico (che hanno già un’aliquota inferiore) ma su tutti gli investimenti, di ogni tipo e natura, in società quotate e non quotate, e non il 26% al pari di chi fa speculazione, incoraggeremmo gli investimenti nel risparmio.

In effetti, chi non vorrebbe meno tasse sul risparmio? Sembra una gigantesca operazione-PIR: se tieni gli “investimenti” a lungo, ti tasso di meno e finanche zero. Tutto molto bello e siamo certi che gli italiani, sentendo parlare di riduzione della pressione fiscale, accorrerebbero in massa al punto da porre in secondo piano la valutazione di liquidità, redditività attesa e compatibilità col proprio profilo di rischio e conoscenza dello strumento di investimento.

E tuttavia, scusate se insisto: non è scritto da nessuna parte che l’eventuale riduzione della fiscalità servirà a ridurre in modo decisivo la preferenza per la liquidità. Allo stesso modo in cui se l’economia non chiede prestiti se non quelli di sussistenza, è inutile pensare che meno tasse possano essere decisive.

Comprendo che per i banchieri è decisivo ridurre gli oneri sulle giacenze liquide, che oggi sono costose. Ma quel costo è traslabile sui clienti, in ampia misura. Ricordando che noi e i banchieri dovremo convivere con margini d’interesse molto bassi ancora per molto tempo.

Più capitale alle PMI

Patuelli suggerisce la leva fiscale per rafforzare il capitale proprio delle imprese, che è cosa buona e giusta, in un paese banco-centrico e debito-centrico come il nostro. Le imprese

Hanno necessità di essere capitalizzate e per questo va rafforzata l’Ace, cioè l’incentivo alla capitalizzazione. La scarsità di capitale delle imprese frena la loro crescita dimensionale. Anche qui possiamo mettere in campo politiche di carattere nazionale, di tipo fiscale, incoraggiando anche i cassettisti a fare investimenti in settori produttivi e oltre ai titoli di Stato.

Tutto molto interessante ma ribadiamo: se io, risparmiatore, partecipo a un aumento di capitale di una serie di piccole e medie imprese, che prospettive di redditività devo attendermi? E il mio investimento, che liquidabilità avrà? Devo tenermelo per alcuni lustri o posso contare su strutture di mercato secondario, cioè quotazione? E le piccole e medie imprese sono interessate ad avermi come “socio” oppure per loro conta solo avere i soldi e non anche qualcuno tra i piedi in assemblea dei soci, che in molte PMI si tiene nel tinello di casa?

Come si nota, è troppo semplice chiedere meno tasse su capitale di rischio in modo da ridurre questa liquidità sui conti che sta togliendo il sonno ai banchieri. Prima serve domanda di capitali, sia sotto forma di prestito che di equity, e poi strutture di mercato che connettano questa domanda con l’offerta, sperando che quest’ultima sappia di che si sta parlando e non sia così ignorante, etimologicamente parlando, da volere solo esenzioni fiscali.

Ah, e in questa richiesta di alleggerimento fiscale per i risparmiatori non abbiamo fatto i conti con quelli che chiederanno di “tassare i sovraprofitti di chi con la pandemia ha guadagnato”. Quindi anche di chi ha visto aumenti di risparmio. Vedo all’orizzonte un corto circuito non da poco.

Una banca alle crociate

Ma la mitezza argomentativa del presidente Abi è certamente preferibile rispetto ai toni da crociata con cui da qualche tempo si cimenta l’amministratore delegato di Fineco, che ha deciso che gli italiani devono “aiutare lo Stato” in questo sforzo di ricostruzione. Il punto è sempre questa maledetta liquidità, costi quel che costi:

Abbiamo 1.900 miliardi nei conti correnti e allo stesso tempo un’economia che fatica a ripartire e settori che fanno fatica a finanziarsi. Quindi il grande sforzo è sulle spalle dello Stato.

E chissà come mai ci sono settori che faticano a finanziarsi. Che fare quindi? Alessandro Foti ha avuto un’idea: niente commissioni di intermediazione su tutti i titoli di Stato se detenuti per almeno un anno o sino a scadenza, se inferiore:

Agevolando l’investimento in Btp i clienti trovano una forma alternativa alla giacenza sul conto e danno un contributo allo sforzo che il Paese sta compiendo. E noi anche, rinunciando a qualsiasi forma di guadagno.

Che, mutatis mutandis, è la stessa richiesta di Patuelli: convenienza economica contro mantenimento in portafoglio dei titoli. Solo che qui parliamo di debito pubblico e di un banchiere che ha deciso che bisogna ridurne la movimentazione, per non creare volatilità ai prezzi.

Obiettivo ammirevole anche se mi pare frutto di un ego un filo sovradimensionato. Bisogna agevolare i cassettisti di debito pubblico, e d’accordo (più o meno). Ma bisogna anche penalizzare chi lo negozia con frequenza che, a insindacabile giudizio di qualche banchiere, potrebbe essere “eccessiva”?

Clienti patriottici e disfattisti

Ad esempio, che fare con i clienti che operano in day trading su titoli di stato sulla bellissima piattaforma di Fineco, che tante commissioni produce per la banca? Per loro deroga dal banchiere benevolo o penalità e chiusura del conto? Ah, saperlo.

In attesa che il dottor Foti minacci sovracommissioni ai clienti che non assolvono il loro patriottico dovere, vorrei ricordare sommessamente che ogni investimento a dossier titoli paga la patrimoniale del 2 per mille annuo sul controvalore.

Con questi rendimenti vuol dire perdita quasi certa, a meno di stare su scadenze molto lunghe ed altrettanto lunghi periodi di possesso, cioè farsi erodere il capitale da quella stessa inflazione da cui qualche banchiere zelante ha deciso di proteggerci. Oltre che di esporsi a forti oscillazioni di prezzo: per ogni punto percentuale di aumento dei rendimenti, il prezzo di un titolo decennale scende di quasi il 10%, con i rendimenti attuali. Embè? Io intanto lotto contro l’inflazione, dirà qualcuno col naso rosso.

Però, fatemici pensare: lo Stato potrebbe imporre una patrimoniale del 3 per mille (almeno) sui saldi di conto corrente. In tal modo, il pubblico sarebbe incentivato a investire e anche i banchieri potrebbero tornare a dormire sonni tranquilli. O no?

Tutto ciò premesso, a me viene un solo pensiero: prima avevamo solo la politica, a minacciare prelievi straordinari sul risparmio dei cittadini, anche sotto forma di vincolo di portafoglio. Ora temo si stiano aggiungendo anche i banchieri. E non è per nulla rassicurante.

Foto di Martin Str da Pixabay

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