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Brevetti sospesi per i vaccini?

Niente guerre di religione, c’è modo di migliorare la situazione globale

Ha suscitato scalpore ed emozione, la decisione dell’Amministrazione Biden di dare la propria disponibilità a discutere in sede di WTO, l’agonizzante Organizzazione mondiale del commercio, per giungere a una sospensione dei brevetti sui vaccini anti-Covid, in modo da accelerare la produzione e giungere a una efficace immunizzazione planetaria. Tema molto sensibile, per definizione, con argomenti a favore e contro, e numerosi ostacoli da superare.

Intanto, gli americani hanno dato disponibilità a discutere, in sede WTO, per capire se e in che modo sia possibile sospendere le coperture brevettuali, e se serva davvero questo per dare una spinta decisiva alla campagna vaccinale mondiale. Le risposte sono tutto fuorché scontate e i tempi per giungervi non paiono brevi, visto che in sede WTO serve consenso unanime per progredire.

Le obiezioni dei produttori

Le obiezioni dell’industria farmaceutica sono note, ma le riepiloghiamo. La principale è che, in questo modo, si disincentiva l’innovazione. Di deroga temporanea in deroga temporanea, i piani finanziari alla base degli investimenti in ricerca e sviluppo avrebbero un duro colpo in termini di incertezza, e questo manderebbe a monte la pianificazione.

Le aziende potrebbero minacciare di spostarsi in paesi che promettono di difendere in ogni sede i loro brevetti: non si inventa nulla, dopo tutto, e questa dinamica è equivalente alla concorrenza fiscale. Che oggi pare passata di moda, almeno a Washington, ma le mode sono per definizione effimere.

Altra obiezione che potrebbe avere orecchie sensibili, per motivi geopolitici, è che i vaccini a RNA messaggero sono un filone di ricerca molto promettente, destinato ad applicazioni che vanno molto oltre l’attuale pandemia, e che la sospensione dei brevetti fornirebbe (ad esempio) a cinesi e russi il modo per accedere gratuitamente a questo know how.

La replica dei sostenitori della sospensione temporanea dei brevetti è che il contributo diretto e indiretto di soldi pubblici allo sviluppo di queste linee di ricerca è determinante e di conseguenza, tirando le somme, il settore privato non “possiede” realmente l’innovazione. Questa argomentazione apre la strada alla successiva, secondo la quale gli stati devono porsi alla guida dell’innovazione attraverso la distribuzione di capitale di ricerca.

Il pianificatore centrale dei farmaci

Tutto molto bello se non fosse che la ricerca non è mai neutra, che obiettivi di profitto sono ineliminabili e che la creazione di una pianificazione centrale pubblica dei fondi di ricerca finirebbe a sbarrare molte strade, oltre a costringere a percorrerne altre le cui motivazioni stanno solo nella mente del pianificatore e nella sua funzione di utilità. Non mi pare casuale che i fondi pubblici siano arrivati copiosi ma nell'”ultimo miglio” della ricerca, o quasi.

A ciò si deve aggiungere che i singoli stati, ammesso di avere risorse fiscali sufficienti per guidare la ricerca, potrebbero non essere entusiasti all’idea che i soldi delle loro tasse producano “esternalità” di questo tipo.

La controreplica è altrettanto intuitiva: Joe Biden ha deciso di fare questo passo perché consapevole che una pandemia ha per definizione delle esternalità pesanti, e che avere il virus attivo, e mutante, in ampie parti del pianeta mette a rischio l’economia dei paesi sviluppati. Quindi, almeno in questo caso, l’interesse a tenere in casa i brevetti potrebbe attenuarsi.

Servirà comunque una valutazione dei tradeoff della decisione. Debellare la pandemia tenendosi in casa le galline dalle uova d’oro, e negoziarci a tutto campo, resta obiettivo centrale di un governo mediamente intelligente.

A essere cinici, si può poi ulteriormente ipotizzare che Biden abbia compiuto questo passo per motivi di relazioni pubbliche internazionali e di gestione dell’ala sinistra del suo partito. In altri termini, non bastava limitarsi a dire di no alla richiesta di 60 paesi di sospendere temporaneamente i brevetti, come fatto finora.

Prima combattere il protezionismo

Al momento, come si nota, siamo ancora nel campo delle ipotesi e in quello preliminare agli studi di fattibilità. Le aziende farmaceutiche ribattono, non senza fondamento, che la catena di produzione e fornitura dei vaccini ha tali e tante componenti, e altrettante criticità nei processi di produzione, che la sospensione dei brevetti nulla sortirà, rispetto all’eventuale alternativa di licenze co-gestite nei paesi bisognosi dai titolari dei brevetti.

Basta un minimo di protezionismo da parte di un paese fornitore di materie prime, o colli di bottiglia nella produzione di componenti, e tutto si blocca. Il vaccino Pfizer/BioNTech richiede 280 componenti da 86 fornitori in 19 paesi. Quindi forse la WTO servirà soprattutto per evitare protezionismi, che dite?

Detto in altri termini, l’imperativo morale ed economico per i paesi sviluppati è quello di espandere la produzione mondiale, ma non è affatto detto che la strada passi necessariamente per la sospensione dei brevetti.

Ora inizierà un negoziato, che non sarà breve né semplice. Valuteremo le posizioni degli altri paesi, che sinora non avevano ritenuto di aderire alla richiesta di sospensione. Le aziende farmaceutiche negozieranno col coltello tra i denti, minacciando guerre legali che fatalmente metterebbero altra sabbia nell’ingranaggio, con buona pace delle invocazioni a fare presto. Non solo bastone ma anche carota: dalle aziende arriveranno offerte di forti donazioni di dosi ai paesi meno sviluppati. L’ho già scritto che non si inventa nulla?

Credo che alla fine si troverà un compromesso necessario a tutti: alle aziende, al soft power americano, all’equilibrio tra blocchi sempre più concorrenti sul piano geostrategico. Nel mezzo, avremo la solita guerra di religione su principi non negoziabili, che impegnerà il dibattito e gli intellettuali per mesi a venire. Se dovessi essere ottimista, scommetterei che l’esito finale sarà comunque migliorativo rispetto allo status quo.

Foto di hakan german da Pixabay

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