Tra inflazione e salario minimo

Le pressioni inflazionistiche proseguono, in Europa come negli Stati Uniti, e alimentano il dibattito sul ruolo e la funzione di misure come il salario minimo. Soprattutto nel Vecchio continente, dove è in corso di elaborazione una direttiva, regolarmente fraintesa dai politici di casa nostra, finalizzata a stimolare ed estendere la contrattazione collettiva. Il rischio, in questo contesto, è che il salario minimo divenga troppe cose e produca esiti disfunzionali.

La tendenza in atto, in Europa, è quella di fare crescere il salario minimo in misura sufficientemente elevata da eccedere l’inflazione di breve periodo, o meglio di recuperare quella, in complesso contenuta, cumulatasi negli ultimi anni. Il nuovo governo tedesco punta, il prossimo luglio, ad un aumento del 10% su base annua, al livello di 10,45 euro per poi raggiungere i 12 euro l’ora.

La corsa al rialzo dei minimi

In Portogallo, Polonia, Repubblica Ceca e Romania gli aumenti di inizio anno superano il 6% mentre in Francia, che già ha uno dei salari minimi più elevati tra le economie sviluppate, si punta ad adeguamenti al livello dei prezzi e in Regno Unito il prossimo aprile (mese che rischia di essere infausto sul costo della vita per molti motivi), si prevede un aumento del 6,6%.

Obiettivo della direttiva europea in gestazione è, come detto, quello di potenziare e proteggere la contrattazione collettiva e arrivare a fissare salari minimi pari all’obiettivo del 60% del valore mediano. Ma gli aumenti di salario minimo, soprattutto se diventassero una forma di scala mobile “dal basso”, cioè a partire dagli strati meno protetti e più deprivati di lavoratori, difficilmente resterebbero confinati a quell’ambito.

È verosimile, in caso di persistenza di pressioni inflazionistiche, immaginare rivendicazioni salariali estese e tali da tenere conto della dinamica dei prezzi. In altri termini, esiste il rischio che si inneschi una spirale prezzi-salari. Senza dimenticare che la struttura salariale è una scala, e come tale è assai improbabile, di fatto e di diritto, che innalzare la base non porti ad aumenti anche dei livelli retributivi superiori.

Reazione di maggiore precarietà

Ci sono tuttavia anche altri effetti collaterali, causati da aumenti “robusti” dei salari minimi. Ad esempio, il rischio che le imprese riducano gli orari al crescere dell’onere unitario, o si spostino su tipologie contrattuali più “flessibili”. In altri termini, il rischio è che rincorse da salario minimo portino a un aumento di precarietà ed erosione delle tutele, come reazione. Superfluo anche immaginare il rischio di sommerso, sia pur parziale.

Un ulteriore rischio è quello che aumenti di salario minimo determinino una contrazione dell’offerta di lavoro formale. In che modo? Molti dei beneficiari vivono con partner a reddito più elevato: quando i minimi si innalzano, i lavoratori possono perdere benefici di welfare o pagare più tasse in conseguenza. Ecco perché ogni intervento sui minimi deve essere inquadrato in una manovra complessa di ridisegno e non limitarsi all’ambito salariale. Almeno, se si vogliono evitare effetti perversi.

Limitazioni alla mobilità dei lavoratori

L’Ocse ha poi recentemente indagato la presenza di diseguaglianze salariali a livello di impresa, stimate sino a un terzo del totale, identificandone alcune determinanti. Tra cui spicca la bassa mobilità del lavoro, che può essere causata dalla presenza di pratiche anti-competitive come clausole che limitano la possibilità di cambiare lavoro. Non è quindi solo questione di skills ma anche di concorrenza.

Come si intuisce, ci sono molti elementi in gioco e il ricorso da parte dei governi a strumenti quali il salario minimo è causa ed effetto di distorsioni. L’aumento di produttività resta il cardine della crescita reale dei salari, ma se le dinamiche competitive tra capitale e lavoro, cioè la negoziazione, restano sbilanciate a favore del primo, anche la relazione tra produttività e standard di vita si attenua.

Inoltre, è importante essere consapevoli che il salario minimo come strumento di contrasto alla povertà lavorativa rischia di essere grezzo e impreciso. Oltre alle dinamiche competitive tra capitale e lavoro, non si scordino istituti di welfare meno invasivi e orientati alla riattivazione, come l’EITC statunitense o l’Universal Credit britannico o Working Tax Credit.

Materia di complessità affascinante. Un vero peccato che, un po’ ovunque, finirà vittima di proiettili d’argento e scorciatoie di corto respiro.

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