Coperture tossiche per riforme nocive

Come forse saprete, la maggioranza ha deciso di utilizzare l’extragettito ricevuto in eredità dal governo di Mario Draghi (circa 10 miliardi da crescita superiore alle stime) associandolo ad un’altra ventina di miliardi di extradefict (dal 3,4% tendenziale al 4,5% programmatico) per spesare nuovi sostegni a imprese e famiglie per l’energia.

Nel frattempo, la premier ha fatto sapere che l’Italia è “ovviamente favorevole” a nuovo debito mutualizzato europeo per creare il SURE 2. Vero che i soldi sono fungibili ma, ove mai questa misura vedesse la luce, andrebbe a finanziare la cassa integrazione delle aziende costrette a fermarsi per il caro energia.

A parte ciò, destinare trenta miliardi ai sostegni energetici (cosa purtroppo inevitabile), rende necessario trovare coperture “vere” per tutte le altre misure presenti nel programma della coalizione. Il che è certamente commendevole, nel senso che almeno a questo giro ci siamo risparmiati le intimazioni alla Bce a stampare e la minaccia, rivolta non è chiaro a chi, di venderci a russi e cinesi.

guai ai kulaki

È stata quindi lanciata una spending review dei ministeri, di cui il MEF si prenderà in carico la metà dei risparmi, come disse Giancarlo Giorgetti, ma sarà poca cosa. Pare, ma sono ancora indiscrezioni di stampa o meglio ballon d’essai interni alla maggioranza, che ci si accinga a una stretta su alcune tax expenditures, quelle che determinano le detrazioni d’imposta al 19%, che già oggi vengono progressivamente ridotte per redditi da 120 mila euro lordi annui azzerandosi a 240 mila.

Pare, si diceva, che le soglie possano essere dimezzate. Quindi il décalage parte da 60 mila e si azzera a 120 mila. Le tax expenditures che resterebbero intoccabili sono quelle per sanità e mutui prima casa, che da sole rappresentano i tre quarti del totale interessato, cioè circa 20 miliardi su 27. Sarebbero invece tagliate progressivamente quelle per assicurazioni vita, locazioni fuori sede, istruzione inclusa quella universitaria, assistenza personale, sport per ragazzi.

Applicando l’aliquota marginale massima ai 7 miliardi “aggredibili”, e dimezzando il risultato per ipotizzare una distribuzione lineare della perdita di beneficio, si produrrebbe una copertura di 1-2 miliardi, assai mal contati.

C’è già chi dice che questo risparmio andrebbe a finanziare l’estensione della flat tax agli autonomi, sino a 100 mila euro, con aliquota al 15%, e forse la demenziale flat tax incrementale. La prima, come noto, è una indecente violazione del principio di equità orizzontale, oltre ad alimentare innumerevoli altre distorsioni; la seconda…beh, non mi vengono commenti sufficientemente pregnanti. Possiamo definirla uno sfoggio di crassa ignoranza economica, per essere generosi e costruttivi.

Quello che va enfatizzato è che il décalage delle detrazioni d’imposta colpirebbe soprattutto i lavoratori dipendenti di reddito medio e medio-alto, i famosi kulaki da massacrare di tasse; da destra per pagare cambiali al proprio elettorato ad alta incidenza di evasione fiscale, e da sinistra per il noto obiettivo programmatico di “far piangere i ricchi”, quelli con imponibili sopra i 40-50 mila annui. Qui partiremmo da 60 mila, quindi sarebbe un progresso.

Non so se questa misura vedrà mai la luce. Se così fosse, sarebbe la prosecuzione della picconatura a danno dei soliti noti che tuttavia non godono di buona reputazione perché non sufficientemente poveri, e che quindi vanno impoveriti prima e più di quanto previsto dalla traiettoria di declino del paese.

Il gioco dell’oca di cittadinanza

Passiamo oltre: nella ricerca di improbabili coperture per improbabili regali elettorali, la destra si è notoriamente concentrata sul reddito di cittadinanza, o meglio sulla parte dei percettori che sono astrattamente idonei a lavorare. E sin qui, ci può tranquillamente stare. Ma, come sempre, il diavolo poggia le terga sui particolari.

Il primo, decisamente macroscopico, è il fatto che il reddito di cittadinanza non è una erogazione individuale ma per nucleo familiare, come spiegato più volte da Luigi Oliveri su questi pixel. Come scindere l’importo destinato a un nucleo in cui ci sono soggetti potenzialmente occupabili (circa 660 mila persone situate all’interno di un milione di nuclei beneficiari) e altri che non lo saranno mai? Con delle scale di equivalenza che il governo dovrà definire, immagino.

L’idea, nella illustrazione del sottosegretario leghista al Lavoro, Claudio Durigon, è di assimilare l’erogazione del reddito di cittadinanza alla Naspi, nel senso di prevedere anche qui un décalage mentre il soggetto viene sottoposto alla leggendaria “formazione”. Leggiamo:

Dopo i primi 18 mesi, se la persona non ha trovato un lavoro, viene sospesa dal sussidio e inserita per sei mesi in un percorso di politiche attive del lavoro. Per esempio, corsi di formazione adatti al suo profilo e alle richieste delle aziende. Percorso che, ha detto la premier Giorgia Meloni, potrebbe essere retribuito ricorrendo alle risorse del Fondo sociale europeo. Se dopo 6 mesi la persona è ancora senza lavoro, dice Durigon, potrebbe ottenere di nuovo il Rdc, «ma con un importo tagliato del 25% e una durata ridotta a 12 mesi», durante i quali continuerebbe a fare formazione. Se anche dopo questo periodo il beneficiario non è entrato nel mercato del lavoro, verrà sospeso per altri sei mesi, passati i quali potrà chiedere per l’ultima volta il Rdc, questa volta «solo per sei mesi e per un importo decurtato di un altro 25%.

Come si nota, da questa proposta e da altre simili si evince che deve necessariamente essere definita una quota di reddito di cittadinanza imputabile al soggetto da occupare, e che va espunta dall’assegno al nucleo familiare. Domanda: come trattare i nuclei familiari che, in conseguenza di questa decurtazione, cadessero in condizione di povertà, anche assoluta?

E ancora: comprendo il senso dell’erogazione decrescente ma servirebbe tener presente che, come sanno ormai anche i sassi (ma solo quelli in buona fede), ci sono soggetti talmente privi di competenze e conoscenze, anche di base, che non si deve trascurare il rischio che siano effettivamente inoccupabili al di fuori della solita economia di vicolo.

E in quel caso, che accadrebbe? Termina il periodo di formazione obbligatoria e quello di erogazione decrescente del reddito di cittadinanza. Il soggetto continua a non essere occupato. Il suo nucleo familiare resta (anzi, sprofonda) in povertà, e l’assegno viene reintegrato perché il componente passa da occupabile a inoccupabile?

Se così fosse, sarebbe un movimento ciclico che torna al via e, nelle more del percorso di “formazione”, si libererebbero forse un paio di miliardi annui, anche qui assai mal contati e per eccesso.

So che molti tra voi lettori saranno a questo punto frustrati e irritati verso il sottoscritto, e avranno pronunciato l’abituale “e quindi, non si può fare nulla?”. Beh, tutto si può fare, incluso tagliare le erogazioni alle famiglie. Senza ipocrisie, se obiettivo è quello di fare cassa su questa erogazione. Si può anche tagliare il reddito di cittadinanza se il beneficiario non accetta un lavoro da 781 euro mensili a Milano e vive a Enna, per dire. Ma, preliminarmente, occorre sapere che forse bisogna ridefinire il reddito di cittadinanza a livello individuale e non familiare.

Quanto ai fondi per compensare parzialmente il ridotto reddito di cittadinanza, si possono certamente reperire da quelli europei ma avendo presente che sono sempre risorse con impieghi alternativi e quindi un costo opportunità. Se li spendo in un modo, non li avrò per altro. Ricordate il famoso tradeoff tra burro, cannoni e cannoli? Ecco, quello.

Il circo delle riforme

Se la coperta è corta, e lo è, serve evitare di rendersi ridicoli e inseguire mance elettorali incenerendo risorse fiscali. Ad esempio, evitare di dire che si può finanziare la proroga di Quota 102 col reddito di cittadinanza, tagliando le erogazioni ai soggetti potenzialmente occupabili. Perché, se obiettivo è quello del moto perpetuo, arriverà il giorno in cui teorizzeremo di occupare i percettori di reddito di cittadinanza al posto di quelli che vengono fatti andare in pensione anticipata, a coltivare i loro “progetti di vita” a carico delle prossime generazioni di contribuenti. Che tuttavia non ci saranno: sia perché non nati oppure perché espatriati, anche come lavapiatti.

Funziona così: si fanno “riforme”, o meglio deforme, che non reggono costi e realtà. Si cerca disperatamente di metterci una pezza, al grido di “fate presto” o di “lotta contro il tempo” per evitare gradoni e spigoli contro i quali si è già più volte battuta la testa, e si creano nuovi casini.

Ricordiamo anche che tutto questo circo deriva da un paio di eventi accaduti un lustro addietro, durante il governo gialloverde: Quota 100, quella che doveva scatenare la staffetta generazionale di tre nuovi assunti per pre-pensionato e -appunto- un reddito di cittadinanza costruito con piedi e altre parti anatomiche, pur se presentato come il gioiello della riattivazione, da Bolzano a Siracusa, e il moto perpetuo per fare più deficit e coltivare la nostra joie de vivre, che il mondo invidia.

Indovinate quale è il partito a “fattor comune” tra ora e allora? Ma sì, sempre quello. Quello che punta a estinguersi un minuto dopo il paese. Anzi, dopo la nazione; che mai fu tale.

Siamo sempre nel regno della micologia: dai funghi allucinogeni di campagna elettorale all’amanita falloide dei provvedimenti attuati.

Foto di Arek Socha da Pixabay

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