Quella che segue è la nota sulla situazione politica italiana prodotta dal broker Fidentiis, e firmata dal managing director Gianluca Codagnone, che ho tradotto dall’inglese. Personalmente, condivido l’analisi e lo scenario previsto, che porterà ad un aumento stabile del premio al rischio sull’Italia, che finirà ad avere ripercussioni negative su conti pubblici e crescita economica, anche in ipotesi di stallo prolungato della situazione politica e aborto del tentativo corrente di governo tra Lega e M5S.

Come scrivevo ieri, il governo che M5S e Lega stanno tentando di costruire dovrà fatalmente misurarsi, prima o poi, con la lista di promesse elettorali copiosamente generate dai due partiti. La controparte contrattuale sarà la solita stronza di realtà, intenta a fumarsi una sigaretta mentre si appoggia mollemente ad una staccionata. La giornata di ieri è stata, in questo senso, illuminante.

Vorrei doverosamente premettere che non ho letto il libro del responsabile dell’ufficio studi di Consob, Giovanni Siciliano, che si presenta come aureo manualetto per uscire dall’euro senza procurarsi molto più di una sbucciatura al ginocchio. Ho tuttavia letto una entusiastica recensione del medesimo, per mano di prestigioso esponente no-euro di fede comunista (ma questa è solo una qualificazione eccedentaria, sia chiaro), che lo presenta come nuova ed ennesima pietra miliare (e non emiliana, come diceva Totò) della lunga guerra di liberazione dalla moneta unica, che da ormai molti anni assedia molte menti nella nostra amata penisola. E quello che ho letto mi ha incuriosito non poco.

Nei giorni scorsi, su Project Syndicate, è apparso un commento di Daniel Gros, economista direttore del think tank Center for European Policy Studies (CEPS), in cui si evidenziano le mutazioni intervenute nell’economia dell’Eurozona dopo la Grande Crisi, e che fare per affrontare la prossima, soprattutto quella che colpisse singoli membri dell’area. Un’analisi interessante che giunge ad una considerazione di fondo: nessun problema prevalentemente domestico potrà mai essere gestito con un sistema di prestiti o trasferimenti dall’estero.

Si fatica a comprendere lo stupore ed i febbrili lanci d’agenzia di ieri nel tardo pomeriggio, quando, durante la registrazione di Porta a porta, il candidato premier del M5S, Luigi Di Maio, ha ribadito il concetto: “Non credo che per l’Italia sia più il momento di uscire dall’euro”, anche perché per l’Italia “ci sarà più spazio”, visto che “l’asse franco-tedesco non è più forte come prima”. Che c’è di inedito?

Giorni addietro, nella tradizionale retrospettiva di fine anno, il Financial Times ha ricordato la triste storia di Marine Le Pen, che solo un anno fa di questi tempi pareva percorrere un tappeto di rose che l’avrebbe portata trionfalmente all’Eliseo. Pur riuscendo ad arrivare al ballottaggio contro Emmanuel Macron, la leader del Front National si è schiantata contro la realtà, fatta di un confronto finale disastroso e della opportuna resipiscenza dei francesi, che hanno detto molto chiaramente che loro, ad ampia maggioranza, di privarsi dell’euro non avevano intenzione alcuna e che non si sarebbero bevuti (a differenza degli italiani, pare) purissime stronzate come quella sulla doppia moneta.