Mentre attendiamo il lieto fine posticcio della ristrutturazione del debito pubblico greco detenuto dai privati (che non cambierà di una virgola lo stato tragico dell’insolvenza di Atene), da qualche giorno il Portogallo è tornato nel mirino dei mercati, con un violento allargamento degli spread ed un altrettanto vistoso aumento dei rendimenti su titoli che non sono mai stati particolarmente liquidi.

Mentre i mercati sembrano storcere il naso di fronte alle nuove misure pro-Grecia, giudicandole insufficienti e/o ancora indeterminate (cioè con un elevato execution risk, come direbbero quelli che sanno l’inglese), la Frankfurter Allgemeine Zeitung ha fatto due conti sull’evento epocale della compartecipazione dei privati ai sacrifici sul debito greco, ed avrebbe scoperto che le banche tedesche pagheranno circa 1 miliardo di euro, per effetto delle decisioni di giovedì, mentre per quelle francesi il cartellino del prezzo sarebbe di circa 1,5 miliardi. Nel complesso, nulla che gli accantonamenti a rischi non possano sostenere.

Ancora una volta, le agenzie di rating sono sul banco degli imputati. L’ultimo ceffone, in ordine di tempo, è quello di Moody’s sul Portogallo, privato di quattro notch (livelli), in territorio junk (la “spazzatura” che tanto piace alla stampa italiana, senza ovviamente avere neppure la più remota idea di che cosa significhi un rating di quel tipo), e mantenuto in negative outlook, il che equivale a nuovi declassamenti a breve-medio termine.

di Mario Seminerio – Libertiamo

Nel pomeriggio di venerdì 6 maggio, un lancio dello Spiegel Online ha causato il panico sui mercati finanziari, europei e non solo, già reduci da una settimana di forti ribassi delle materie prime. Il giornale segnalava la convocazione di un meeting straordinario tra ministri delle Finanze della zona euro per affrontare la minaccia della Grecia di uscire dall’euro. Tentiamo di decodificare i segnali, e di capire cosa potrà accadere ora.

di Mario Seminerio – Linkiesta

I 78 miliardi che saranno presto versati al Portogallo rispondono alle esigenze di un paese con un cattivo rapporto deficit/Pil, che cresce pochissimo da un decennio e che ha bisogno di riforme strutturali profonde.
Un paese, insomma, che potrebbe diventare perfino l’Avatar dell’Italia se non procediamo al più presto con una manovra di rilancio e riforme vere.

In un regime di moneta unica, quando vi sono squilibri da sanare e per definizione non si dispone della leva monetaria, gli economisti prescrivono il ricorso alla cosiddetta “svalutazione interna”: una deflazione che, riducendo prezzi e salari nel paese in crisi, consenta di ritrovare competitività. Un processo di aggiustamento molto doloroso, che tende ad impiccare i debitori, che vedono salire alle stelle il valore reale del debito contratto.