Chissà che pensano, i professori de lavoce.info, dell’accordo tra governo e sindacati sul pubblico impiego. Loro, sempre così pronti a bacchettare la prodigalità e l’indisciplina fiscale dei governi, soprattutto di quelli che non sono di centrosinistra. Perché qui da scrivere ce ne sarebbe, eccome. Un accordo che rappresenta una vera e propria rivoluzione copernicana: prima diamo gli aumenti, poi verifichiamo se e cosa fare, con gli “atti di indirizzo”, cioè la sostanza del rinnovo contrattuale, sul piano organizzativo e dello sviluppo della produttività. Si può capire l’esigenza del governo, con il primo turno delle amministrative lontano solo 40 giorni. Ancora una volta, c’è da testimoniare della persistente lotta, sul filo della dissociazione mentale, tra il dottor Padoa e mister Schioppa. Questa volta a perdere è l’economista, a vincere è il piccolo demagogo politico:

“È una tappa molto importante del cammino che abbiamo intrapreso da circa un anno. Ha due elementi fondamentali: quello di dare sicurezza economica ai dipendenti della pubblica amministrazione. Grazie alla Finanziaria e al suo effetto sui conti abbiamo infatti potuto firmare il rinnovo senza mettere in pericolo il risanamento dei conti. Il secondo elemento è l’intesa che contiene un profondo rinnovamento delle amministrazioni pubbliche. Adesso si tratta di saperlo attuare e accettare”.

Quale possa essere l’evento epocale in una simile sbracatura ai diktat sindacali non è dato sapere. Nel frattempo, Romano Prodi decide di scendere in campo sul caso-Telecom.

Nel disperato tentativo di galleggiare (governare è altra cosa), il governo Prodi ha iniziato una strategia lineare quanto può essere l’andatura di un ubriaco alla ricerca delle chiavi di casa in prossimità di un lampione. Ha iniziato D’Alema, parlando di “oggettiva continuità” nella gestione della missione italiana in Afghanistan da parte dell’attuale esecutivo rispetto al precedente. Per il capo della Farnesina, inoltre, mettere la fiducia sul rifinanziamento della missione afghana, sarebbe nientemeno che “un atto di ostilità” verso l’opposizione, segnatamente verso la componente centrista della medesima, a cui ampia parte della maggioranza continua a fare gli occhi dolci, sperando in nuove vocazioni folliniane. Evidentemente, il patto con gli elettori vale solo per i parlamentari del centrosinistra, mentre per quelli del centrodestra sarebbe un’optional, anche se noi restiamo rispettosi del disposto dell’articolo 67 della Costituzione, che in troppi tendono a dimenticare, anche in un paese di trasformismo patologico quale l’Italia.

Nel frattempo, Prodi confessa candidamente a Radio24 che il suo dodecalogo non ha alcuna cogenza giuridica, e rappresenta solo una forma di moral suasion o, più realisticamente, una supplica rivolta alla propria maggioranza. Prodi rimembra i bei tempi andati quando a Bruxelles, da presidente della Commissione Europea, aveva in tasca la lettera di dimissioni dei propri commissari con data in bianco. Chissà, forse oggi il premier avrebbe bisogno di una riforma costituzionale come quella approvata dal centrodestra nella scorsa legislatura, e bocciata dagli elettori nel referendum confermativo (o più propriamente conservativo), al termine di una forsennata campagna di terrorismo psicologico da parte del centrosinistra, che preannunciava la liquefazione dell’entità statuale italiana in caso di approvazione della riforma. Una riforma imperfetta, da rivedere e correggere in Parlamento, ma pur sempre un passo avanti sulla strada della governabilità. Invece, Prodi e i suoi sodali hanno preferito gridare a quella “dittatura del premier” che negli ultimi mesi l’ineffabile Scalfari ha poi invocato a beneficio del suo adorato Professore. Valli a capire.

Nuovi, prestigiosi riconoscimenti per il governo che ha restituito all’Italia credibilità ed un ruolo di protagonista sulla scena internazionale. Per il capo economista ed analista di politica finanziaria di Moody’s Investor Service, Pierre Cailleteau,

“L’Italia è uno dei paesi all’interno dell’Unione Europea con il più basso livello di riformabilità”.

Cailleteau precisa inoltre che i dodici punti del patto voluto da Romano Prodi “sono più un riflesso di sopravvivenza che una chiara piattaforma“.

Mark Gilbert, su The National Interest, descrive il monolitismo della coalizione prodiana:

Holding his [Prodi’s] coalition together was always going to be akin to herding cats. It contains parties such as Communist Refoundation and the Communists of Italy whose ideological position is on the anti-globalization left; yet it also contains conservatives and free market liberals. His coalition contains Catholic hardliners, but also doctrinaire anti-clericals.

Gilbert enumera poi i problemi strutturali italiani, e individua ciò che servirebbe al paese per affrontarli e sperare di risolverli:

The economy’s structural weaknesses, the shortcomings of the country’s schools and universities, the widespread problems of poverty and law and order that still afflict southern Italy in particular, all require decisive action from a strong democratic government. But strong government is precisely what the political elite, both right and left, seem unable to provide.

di [Ja], esule, ex-elettore della sinistra italiana

Tutte le famiglie sono uguali di fronte alla legge, ma alcune famiglie sono più uguali di altre.
Mentre nella maggior parte dei paesi civili, dalla Danimarca che lo ha fatto nel 1989 al vicino svizzero e calvinista che ha appena ampliato il Concubinat, si pensa a estendere i diritti civili per venire incontro alla società che cambia, in Italia si pensa a difendere la famiglia. Ora, posto che quello di famiglia è un concetto relativamente recente, e che si può anche comprendere la difesa della cosiddetta famiglia tradizionale [*] da parte di gente genuinamente convinta che le unioni civili siano il male assoluto, quel che non si capisce è l’ipocrisia di chi parla di famiglie per mero calcolo di interesse o elettorale.

Bisogna ammettere che Eugenio Scalfari è riuscito a coronare il suo sogno di essere la mosca cocchiera ed il king-maker dei governi di centrosinistra. Qualche settimana fa, il Padre Fondatore aveva pubblicamente invitato Romano Prodi a divenire il “dittatore” della corte dei miracoli progressista, per impedire che ciò che agli occhi di Scalfari appare come il qualunquismo anarcoide degli italiani finisse col travolgere il paese. E Prodi, fresco di disarcionatura, sta tentando di applicare quella ricetta, spalleggiato (almeno a parole) dai terrorizzati Rutelli, Fassino, e comunisti assortiti. Ecco allora la riscrittura liofilizzata del programma di 281 pagine, e senza bisogno di rimettere in funzione fabbriche del vapore e far sferragliare meningi. Ne esce un programmino piuttosto smilzo, scritto in dodici punti, che rappresenterebbero (d’obbligo il condizionale) una robusta virata al centro da parte del Professore, e che il buon Diliberto riesce pure a salutare con “soddisfazione”, mostrando di essere poco (o in realtà forse troppo) presente a sé stesso. Ciò che appare patetica, in queste ore, è l’esibizione muscolare di Prodi, che arriva a rivendicare per sé “l’autorità di fare la sintesi della posizione del governo in tutti i casi di disaccordo”. Sarebbe la prima volta nella storia repubblicana.

Speaking at the traditional end-of-the-year press conference, Romano Prodi, our Prime Minister, said the next step for his government will be to adopt structural reforms and for these Italy needed “courage, unity and generosity…qualities which everyone must demonstrate: the majority and the opposition”.

Commenting on his coalition, which has a razor-thin majority in the Senate, Prodi observed that “we won with this majority and this majority is capable of making decisions now and in the future”.
Prodi then recalled how Winston Churchill once said that a majority of two votes means there was one extra.

Very interesting remarks, in our opinion. Actually, Mr.Prodi omits to say that in the Upper House, the Senate, his government very often bases his survival (especially in confidence votes) on senators for life, who are not elected by the people, but this is a minor detail, we guess. Mr.Prodi also likes to stress that just a one-vote lead is enough to rule. Right, we agree. But, when he was the minority leader, he always complained that the country was torn and on the brink of a “cold civil war”.

Tornato a pontificare sugli italici destini dopo aver affrontato una delle prove più difficili riservate agli umani ed alla loro finitezza, oggi Eugenio Scalfari fa il punto dell’attività di governo nel dopo-Finanziaria. E lo fa con vista lunga, addirittura proiettata alle elezioni amministrative del prossimo maggio, per indicare al litigioso sinistra-centro la strada maestra della severa e serena attuazione del programma. Diciamo subito che, per Scalfari, esiste oggi in Italia una sola persona in grado di riassumere in sé le virtù riformiste di cui il paese disperatamente necessita, per uscire dalla barbarie del quinquennio berlusconiano, e questo deus ex machina si chiama Romano Prodi.

Al Professore, Scalfari perdona tutto tranne l’eccesso di condiscendenza ai voleri dei riottosi compagni di maggioranza, e si spinge addirittura ad invocarne la “dittatura”. Per giungere a questa bizzarra prescrizione (bizzarra perché con robusta dose di ipocrisia ignora deliberatamente le dinamiche ed i rapporti di forza di coalizione), Scalfari parte dal quesito di fondo che arrovella gli analisti del teatrino nazionalpopolare: perchè il gradimento del governo è così basso?