Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Spend Godesberg

in Economia & Mercato/Italia

Annunciamo che la spending review, dopo una già grama esistenza, è stata definitivamente messa a riposo, nell’era della disperazione di bilancio, della non cooperazione europea, delle televendite renziste, del frastuono di cocoriti che vedono riforme epocali inesistenti ad ogni angolo di strada. Ma anche nell’era del trionfo della realtà, a cui rendiamo grazie.

Il primo ottobre è stata pubblicata la nota di aggiornamento al DEF, il Documento di economia e finanza. Prendendo atto del sensibile peggioramento congiunturale, il governo intende portare il rapporto deficit-Pil per il 2014 al limite del 3%, e limarlo al 2,9% nel 2015. L’esecutivo vede l’indebitamento netto strutturale, cioè corretto per il ciclo economico, in lieve peggioramento quest’anno ed il prossimo, dallo 0,7% allo 0,9% del Pil (quindi una posizione fiscale lievemente espansiva), per riprendere il percorso verso il pareggio strutturale nel 2016, con un taglio di mezzo punto percentuale, e raggiungere il pareggio nel 2017.

Questi sono i numeri di cornice che devono essere riempiti, dalla realtà e dalla politica fiscale e di bilancio dell’esecutivo. Mancano un paio di settimane alla presentazione della Legge di Stabilità 2015 e la nebbia è ancora fitta, soprattutto riguardo l’entità dei tagli di spesa, che saranno comunque nettamente inferiori a quanto ipotizzato da Renzi solo poche settimane addietro, quando peraltro la congiuntura si era già pesantemente deteriorata ma il premier, indaffarato ad azzuffarsi con i gufi, non se n’era accorto. La nuova posizione fiscale espansiva italiana deriva dallo scostamento tra il rapporto deficit-Pil programmatico per il 2015 (come detto, al 2,9%), e quello tendenziale, derivante da precedenti impegni europei, fissato al 2,2%. Da questo allentamento si “liberano” circa 11 miliardi (di maggiore deficit), che poi sarebbe il “tesoretto” di cui favoleggiava ieri in televisione Yoram Gutgeld, consigliere economico di Renzi tornato in auge dopo una breve stagione di ficcanti levate d’ingegno.

Questo allentamento fiscale italiano, per il 2014 e 2015, rende quindi meno impellente il ricorso al taglio di spesa e men che mai alla spending review visto che Renzi stesso, nel chiedere ai ministeri tagli medi del 3% del budget, ha di fatto messo la parola fine alla fiaba dei magici tagli, mirati ed antispreco, da cui sarebbe scaturita la nostra felicità. La conversione di Renzi sulla via di un keynesismo sui generis si era avuta pubblicamente tre settimane addietro, da Bruno Vespa, quando il premier aveva scolpito questo mirabile concetto:

«Non subito verranno fuori dati positivi, perché quando tagli la spesa tagli dei denari che circolano, magari all’inizio si balbetta un po’»

Ora, l’astuto Renzi ha preso atto che, nella condizione attuale (di cui si è accorto in tempi assai recenti), tagliare troppo la spesa potrebbe essere controproducente. In sintesi, quindi: la posizione fiscale italiana per il 2015 diventa moderatamente espansiva, e si rinvia l’avvio della resa dei conti al 2016. Per quella data e su quella data, il governo pare intenzionato a posizionare l’ennesima clausola di salvaguardia, di quelle che prima o poi ci ammazzeranno. L’esecutivo, infatti, per raggiungere il pareggio strutturale di bilancio nel 2017, ed in attesa di tagli veri di spesa che dovranno arrivare entro quella data, ha posto come clausola di salvaguardia una manovra su Iva ed imposte indirette (accise, ma forse anche imposte legate agli immobili) per 12,4 miliardi nel 2016, 17,8 miliardi nel 2017 e 21,7 miliardi nel 2018. Secondo la Nota di aggiornamento del Def, questa clausola di salvaguardia produrrebbe nel triennio una perdita di Pil dello 0,7% ed una contrazione di consumi e investimenti di 1,3 punti percentuali.

Ovviamente questa tagliola scatterà se, nel frattempo, non si saranno trovati tagli di spesa compensativi. Conosciamo molto bene queste manovre, visto che tutti i governi precedenti l’attuale ne hanno realizzate. Una coda l’avremo, con tutta probabilità, anche quest’anno. Dalla Legge di Stabilità di Letta & Saccomanni abbiamo ereditato per il 2015 un taglio per 3 miliardi delle tax expenditures: le “spese fiscali”, per dirla in idioma locale. Era previsto all’epoca che, in assenza di identificazione delle agevolazioni da sfoltire, vi fosse un taglio lineare di tutte le detrazioni Irpef (già evitato nel 2014). Il governo Renzi pare agirà sulle detrazioni sanitarie, legandole al reddito, e quei tre miliardi saranno coperti. Il tutto si tradurrà in aumento della pressione fiscale, sia pure a carico dei “ricchi”. E qualche fine intellettuale riuscirà anche a dirvi che questi sono tagli di spesa, pensate.

La sintesi? Presto fatta. La posizione fiscale italiana diventa lievemente espansiva per il 2015, Ue permettendo. I nuovi tagli di spesa vengono fortemente ridimensionati. Il quadro lo fornisce oggi sul Corriere Mario Sensini:

Fatto sta che oggi almeno nelle carte la revisione della spesa si è sgonfiata. La manovra 2015, cioè i soldi del bonus, gli sgravi Irap, i fondi alla scuola e ai Comuni, i nuovi ammortizzatori sociali, si farà per 11,5 miliardi in deficit. Altri 3 miliardi nel 2015 verranno, spiega la Nota, dai risparmi di spesa già decisi, che quest’anno porteranno 2,1 miliardi. Poi ci sono i tagli ai ministeri. Si parlava di un 3% del budget, per almeno un paio di miliardi, ma dalle nuove carte del governo vengono fuori non più di 240 milioni. E in un biennio. Di più, sui tagli, non si dice.

A nostro avviso sarebbe stato meglio spendere il nuovo deficit 2015 in tagli d’imposta erga omnes ma, come noto, Renzi ha deciso di impiccare il paese alla mancia elettorale degli 80 euro, che da sola costa 10 miliardi annui ed è disegnata in modo demenziale ed inidoneo a produrre impatti rilevanti sulla crescita, e così sia. La clausola di salvaguardia, invece, è come l’intendenza napoleonica: seguirà. E ci inseguirà. Forse non si poteva fare altrimenti, ma questa manovra è molto old fashion. Ora attendiamo fiduciosi che i cocoriti del premier, giovani e meno giovani, ci spieghino che questa è la vera rivoluzione di una sinistra moderna.

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