Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Il deficit di comprensione del surplus

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Come noto, nella disperata ricerca di capri espiatori e complotti esterni a cui imputare la non brillantissima performance economica nazionale, gli italiani ed i loro prestigiosi editorialisti hanno trovato da tempo un numero da coccolarsi e per cui sdegnarsi: il saldo delle partite correnti tedesche, o meglio il saldo commerciale germanico, che del primo è magna pars. “Se solo i tedeschi riducessero il loro surplus, noi cresceremmo di più!”, è il ritornello ricorrente. Ma da cosa deriva il surplus tedesco? E in che modo noi italiani potremmo avvantaggiarci da una sua riduzione?

Da gennaio a luglio 2016, l’avanzo commerciale tedesco è stato di circa 150 miliardi. Di questo, quello con paesi dell’Eurozona era di soli 9 miliardi, mentre quello con paesi Ue non euro era di quasi 40 miliardi. Non scervellatevi su chi possa essere il paese maggiormente interessato a questo sbilancio, ve lo diciamo noi: è il Regno Unito. Nel 2015 l’avanzo commerciale bilaterale tedesco verso UK è stato di circa 51 miliardi di euro. Nei primi sette mesi di quest’anno, la Germania ha poi conseguito un avanzo commerciale rispetto a paesi terzi (“resto del mondo”) che è stato di circa 100 miliardi di euro. Come dire: la Germania realizza il suo avanzo commerciale per due terzi fuori dall’Europa, mentre circa un quarto dell’avanzo è con paesi Ue extra euro. Come sia quindi possibile che un riequilibrio di questo avanzo possa finire a beneficiare l’Italia, pur considerando i vari moltiplicatori del commercio estero, resta un mistero. Forse ora è più chiaro perché l’indicatore di squilibrio macroeconomico della Ue, relativo all’avanzo di partite correnti, non ha la stessa sanzionabilità di altre deviazioni. Come lo applichereste?

Se andiamo a guardare la composizione dell’import-export tedesco per ramo merceologico, troviamo altre informazioni interessanti. L’export netto tedesco è fatto soprattutto dai veicoli a motore, che nel 2015 hanno contribuito all’avanzo commerciale per ben 128 miliardi. Certo, si potrebbe chiedere agli acquirenti di auto tedesche in giro per il mondo di cambiare gusti e preferenze, ma temiamo sarebbe piuttosto problematico. Oltretutto, non parliamo di export a basso valore aggiunto. Poi, siete padronissimi di credere che il cambio reale dell’euro per la Germania sia alla base del successo di vendita mondiale di Audi, Mercedes e BMW, problema vostro.

La seconda maggiore categoria merceologica a contribuire all’export netto tedesco è quella di “macchinari ed attrezzature”, nel 2015 per altri 98 miliardi. Anche qui, prodotti ad alto valore aggiunto e minore sensitività al prezzo. Altri 32 miliardi di export netto vengono dalla chimica, immaginiamo non quella di base; altri 24 dalla farmaceutica. Eh. Ma allora, di cosa la Germania è importatore netto? Di “prodotti di agricoltura e caccia” (20 miliardi), “abbigliamento” (15 miliardi), ma soprattutto di “petrolio e gas naturale” (deficit nel 2015 di circa 52 miliardi). Su quest’ultimo elemento, il candidato rifletta sul contributo al miglioramento del saldo commerciale tedesco indotto dallo shock positivo delle ragioni di scambio causato dal crollo dei prezzi dell’energia negli ultimi anni. Ci sarebbe da aggiungere anche l’analisi delle catene globali di fornitura, per capire che dietro ai numeri del commercio internazionale ci sono specializzazioni, eccellenza tecnologica, investimento in ricerca e sviluppo, fattore prezzo/cambio. Per i più semplici tra voi, l’ultimo elemento è determinante. Contenti voi.

Quindi, per riassumere: il riequilibrio globale del saldo commerciale tedesco non passerebbe dall’Eurozona ma fuori dalla Ue, Regno Unito incluso. È certamente possibile stimolare la Germania ad aumentare i propri consumi ed investimenti domestici, per iniettare un pizzico di domanda aggiuntiva nel sistema economico globale, attraverso i moltiplicatori del commercio estero. Più difficile è vedere come la piccola Italia potrebbe avvantaggiarsene (spoiler: serve competitività), e soprattutto occorre considerare gli elementi inerziali dati dalla specializzazione produttiva settoriale globale. Il legame tra avanzo commerciale tedesco e ripresa italiana è quindi assai labile, per usare un eufemismo.

Ultima nota a margine: nel 2015 il deficit commerciale bilaterale italiano verso la Germania è stato di 9 miliardi di euro. Possiamo scegliere tra il divieto di vendita di auto, detersivi, farmaci e fertilizzanti tedeschi in Italia (questo può avvenire anche su base individuale, si intende, con un bel boicottaggio; che, in quanto patriottico, si disinteressi delle caratteristiche di prezzo/qualità dei succedanei indigeni dei prodotti tedeschi, se esistenti), oppure possiamo fare in modo che quei 9 miliardi di surplus vengano riciclati in investimento diretto estero da noi. Anzi, meglio di no: come ci insegnano i patrioti, l’investimento diretto estero è schiavitù. Non ditelo ai britannici, che ne sono tra i maggiori fruitori globali. Sin quando saranno in Ue e (nei loro auspici) anche dopo.

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