Mercato del lavoro e competitività

Il dibattito economico statunitense si sta focalizzando in queste settimane sul tentativo di individuare se il lavoro è scarso oppure abbondante. Il problema della forza effettiva del mercato del lavoro è tornato d’attualità in agosto: dapprima quando i costi unitari del lavoro sono cresciuti al passo annuale del 4.2 per cento, e quando la seconda stima del prodotto interno lordo, pubblicata la scorsa settimana, ha mostrato revisioni al rialzo di stipendi e salari. Questi numeri, combinati con una disoccupazione al 4.8 per cento, hanno portato molti analisti a concludere che le imprese starebbero affrontando una riduzione del numero di lavoratori disponibili, e sarebbero quindi costrette a spingere i salari al rialzo. Ma ad un’analisi più approfondita queste conclusioni non appaiono così granitiche. In primo luogo, l’intero set di dati sul mercato del lavoro è tuttora lungi dal fornire conferme sull’esistenza di un significativo aumento delle retribuzioni, e ancor meno riguardo una significativa minaccia inflazionistica. In secondo luogo, qualunque sia la direzione presa oggi dalle retribuzioni, negli ultimi cinque anni il costo del lavoro è cresciuto poco, malgrado la riduzione della disoccupazione e l’aumento della produttività. I guadagni orari medi sono cresciuti negli ultimi quattro mesi al passo annualizzato del 4.5 per cento, ma al netto dell’inflazione il loro incremento è prossimo allo zero dalla fine della recessione, nel novembre 2001, e sono oggi addirittura inferiori al livello del 2003. E mentre i redditi mediani storicamente crescono del 5.5 per cento entro il quarto anno di ripresa, l’annuale rapporto su reddito e povertà, pubblicato lo scorso 29 agosto, ha mostrato che il reddito mediano nel 2005 era ancora ad un livello inferiore a quello che aveva al termine dell’ultima recessione, nel novembre 2004.
Un altro indicatore molto osservato, l’Employment Cost Index, è cresciuto nel settore privato di solo il 2.8 per cento nel secondo trimestre, in flessione rispetto al 2005 e quasi un punto percentuale sotto la media del 2003 e 2004. Anche se le retribuzioni aumentano, per determinare il loro potenziale inflazionistico occorre esaminare le tre P: prezzi, produttività e profitti.
Salari più alti non significano necessariamente prezzi più alti se i primi sono associati ad incrementi di produttività o minori profitti aziendali. Mentre la recente flessione nella crescita della produttività statunitense ha contribuito a creare maggiori costi del lavoro per unità di prodotto nello scorso trimestre, la crescita della produttività ha superato il 2.5 per cento annuo per oltre un decennio e continua ad essere prevista prossima a quel livello per il 2006. Inoltre, i profitti aziendali sono ai massimi storici mentre la quota d’incremento di produttività assegnata ai lavoratori è al minimo storico. Alcuni economisti, incluso lo stesso presidente della Fed, Ben Bernanke, hanno segnalato la possibilità che maggiori salari possano essere assorbiti dai margini di profitto anziché trasferiti ai consumatori sotto forma di prezzi più alti. Come sottolineato da Bernanke a luglio, durante la sua audizione al Congresso, anche in ipotesi di accelerazione delle dinamiche retributive, l’esistenza di mercati competitivi dei prodotti e dei servizi forzerebbe le imprese a ridurre i margini di profitto pur di mantenere le proprie quote di mercato. Questi temi sono cruciali per comprendere cosa dovrebbe fare l’Italia per risolvere parte dei propri problemi di competitività. Creare mercati competitivi, spezzando le rendite di posizione, impedirebbe la riproposizione della spirale prezzi-salari, a noi tristemente nota: i sindacati dei settori protetti avanzano elevate rivendicazioni salariali, i datori di lavoro le accolgono perché certi di poter preservare i propri margini di profitto aumentando i prezzi praticati ai consumatori finali.

Inoltre, come più volte ribadito, se l’obiettivo è quello di aumentare le retribuzioni, nominali e reali, esso non dovrebbe essere perseguito riducendo il cuneo fiscale, bensì favorendo l’aumento di produttività dell’economia. Limitarsi a ridurre il cuneo fiscale (la cui incidenza in Italia è simile a quella esistente in Francia e Germania) mantenendo la prevalente specializzazione del paese in settori maturi e a basso valore aggiunto serve solo a cristallizzare lo status quo e frenare l’incentivo alla modernizzazione.
Riguardo la disoccupazione statunitense, l’andamento debole della crescita delle retribuzioni reali può essere rintracciato nell’accresciuta competizione globale sui mercati del lavoro. L’attuale tasso di disoccupazione può aver perso la propria caratteristica di indicatore di condizioni “strette” del mercato del lavoro, perché molti lavori possono essere digitalizzati e svolti da decine di milioni di lavoratori in luoghi quali India, Cina o Vietnam. Così, mentre appare troppo presto per suonare campanelli d’allarme sul rischio di inflazione indotta dal mercato del lavoro, sorgono domande più profonde sul perché una espansione a tale stadio di sviluppo non stia creando più impieghi, offerta di lavoro e pressioni salariali. In altri termini perché il settore privato, durante questo ciclo espansivo, ha creato una media di soli 69.000 nuovi impieghi al mese, il minimo dall’epoca della Grande Depressione? Perché il lavoro ha ricevuto una quota così ridotta degli incrementi di produttività? Questi fenomeni sono stati determinati dalla competizione globale sui mercati del lavoro, da inefficaci scelte di politica economica o vi sono altre e per ora ignote spiegazioni? Queste sono alcune delle principali domande economiche e politiche nell’economia globale di oggi, ed è improbabile che i libri di testo di ieri forniscano le risposte.