Libero commercio e neo-globalizzazione: scommesse del prossimo “number one”

di Mario Seminerio

Tira una brutta aria, per il liberismo ed i liberisti: un gelido vento di recessione sta gonfiando le vele di quanti, soprattutto in Occidente, invocano interventi a vario titolo protezionistici, per “difendere” (illusoriamente, sia ben chiaro) il potere d’acquisto dei lavoratori ed i loro impieghi. Ha cominciato il presidente francese Sarkozy, lo scorso anno, quando le cose andavano ancora discretamente per l’economia europea, parlando di “protezione” dei cittadini-lavoratori dalla mondialisation, la strega cattiva che agita i sonni di stati costruiti su sistemi di welfare particolaristici, costosi ed inefficienti. Lungi dall’essere battistrada di un ripensamento critico dello stato sociale, la sortita di Sarkozy è da subito apparsa un tentativo maldestro di cambiare regole del gioco ben più grandi di un singolo stato o addirittura di un’area economica. Ma il tema del ripensamento critico della gestione degli effetti della globalizzazione è da tempo ben presente anche nel dibattito politico statunitense, in quest’anno di elezioni.

Lo spin è stato fornito da intellettuali liberal come Paul Krugman, che ha segnalato quelle che a suo giudizio sarebbero evidenze empiriche di un aumento della disuguaglianza dei redditi legata agli effetti della globalizzazione. La stessa Hillary Clinton si è esibita nelle scorse settimane in una critica radicale degli accordi Nafta (in un evidente allontanamento dalla dottrina liberoscambista del marito Bill), sorretta dalle leggende metropolitane che ormai imputano a quegli accordi la riduzione dell’occupazione manifatturiera negli States, dimenticando che è il progresso tecnologico che, accrescendo la produttività, agisce ridimensionando strutturalmente l’occupazione industriale.

Noi italiani, da sempre sprovvisti anche dei fondamenti dell’analisi economica, siamo destinati a trovare una formidabile sponda nelle infelici espressioni del pontefice contro la globalizzazione, vista addirittura come responsabile di “disordine” e lotta per l’accaparramento delle risorse economiche. Un’analisi alquanto angusta, che ignora che l’accaparramento di risorse economiche è ampiamente anteriore alla liberalizzazione dei commerci, allo stesso modo in cui non coglie che la globalizzazione è un mezzo, e non un fine, e che grazie ad essa 1,3 miliardi di cinesi e un miliardo di indiani hanno significativamente migliorato la propria dotazione calorica giornaliera. Senza tralasciare il fatto che il libero commercio apre la strada alla contaminazione culturale, l’inizio del viaggio verso la libertà politica, di espressione e di pensiero, inclusa la professione di fede. In un paese come l’Italia, dove Roma da sempre val bene una messa, stiamo già assistendo a pericolose involuzioni paleo-stataliste, come lo sconcertante documento programmatico che Alleanza Nazionale si appresta a dibattere in occasione della propria conferenza del mese prossimo a Milano.

Mai come in questo anno difficile per l’economia occidentale è importante che dal paese che ha guidato la globalizzazione, gli Stati Uniti, emergano soluzioni e proposte per preservare le tendenze di fondo dell’apertura dei commerci limitandone gli effetti negativi, quelli che tanta inquietudine provocano nell’opinione pubblica. Anche per questo il prossimo presidente degli Stati Uniti dovrà raccogliere tale sfida, e caratterizzarsi per una propensione fortemente innovativa a governare un fenomeno che per la prima volta sembra non beneficiare i suoi “inventori” ma le aree un tempo periferiche del sistema economico mondiale. Tra gli interventi che molti economisti suggeriscono, oltre a strumenti classici ma mai compiutamente utilizzati (quali l’estensione ed universalizzazione dei sussidi di disoccupazione e la formazione permanente) segnaliamo anche la “portabilità” pensionistica, già in atto con il passaggio da piani aziendali a prestazioni definite (che si sono dimostrati fortemente onerosi e dannosi per la competitività globale delle imprese) a quelli individuali a contributi definiti, i piani 401(k), con beneficio fiscale.

Ma il dibattito sta progressivamente surriscaldandosi anche sulla cosiddetta “assicurazione salariale”: programmi che permetterebbero a chi ha perso il proprio lavoro, in conseguenza di dislocazioni settoriali globali, di ottenere integrazioni salariali per colmare (per un certo periodo di tempo) parte dell’eventuale gap retributivo prodotto dal nuovo impiego. Numerosi sono i sostenitori di tale intervento, soprattutto tra le fila democratiche: tra essi l’ex segretario al Tesoro Robert Rubin e l’ex responsabile del Lavoro, Robert Reich. Resta da capire come finanziare tali programmi, oltre a valutare entità e fonti di finanziamento del programma assicurativo.

Sentiremo ancora dibattere di questi temi, per i quali ci impegneremo a fare opera di divulgazione. Vedrete che, con l’abituale ritardo culturale, presto o tardi anch’essi entreranno nell’asfittico dibattito politico italiano. Meglio non giungervi impreparati, tenendo a mente che ogni scappatoia autarchica e di nazionalismo economico rischia di essere esiziale per il nostro gracile sistema economico.

© Libero Mercato

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