Bipartitismo all’italiana

La scelta di Walter Veltroni di far correre il Pd da solo ha impresso un discreto dinamismo al pietrificato sistema partitico italiano, a riprova del fatto che i sistemi elettorali sono condizione necessaria ma non sufficiente per innescare il cambiamento. Veltroni necessitava di prendere le distanze dall’implosione del governo Prodi (salvaguardandone al contempo alcune leggende metropolitane, come quella sulla redistribuzione), e la scelta di recidere il legame con la sinistra massimalista per recuperare consensi al centro appariva pressoché ineludibile. Non sappiamo se Veltroni abbia già scontato la sconfitta elettorale di aprile, motivo per il quale suo unico obiettivo strategico diverrebbe il superamento (col maggior scarto possibile) dell’asticella di quel 30 per cento di consenso elettorale che rappresenta la somma di Ds e Margherita. Quello che è certo è che il vincitore si troverà a dover gestire un quadro economico fortemente deteriorato dal clima pre-recessivo che si respira nell’emisfero occidentale.

In questo senso, i venti mesi della XV Legislatura potrebbero aver segnato (lo sapremo solo ex-post, come per la datazione delle recessioni) un effimero interludio nel declino strutturale che si è ormai impossessato di questo paese. Declino che, durante questo periodo, ha peraltro continuato a manifestarsi nella forma di tassi di crescita sistematicamente inferiori alla media della Ue-15 (la “Vecchia Europa”, per intenderci), soprattutto a causa di una politica fiscale ideologicamente tafazziana. Ma già con i dati del primo trimestre 2008 l’Italia potrebbe tornare a quella “crescita zero” che ha caratterizzato la legislatura 2001-2006. Un Veltroni sconfitto alle urne ma (e se) strategicamente vincente, potrebbe consegnare nuovamente a Berlusconi il cerino della crisi economica conclamata, e godersi lo spettacolo.

Veltroni ha oggi facile gioco nello stigmatizzare il PdL berlusconiano come un’abborracciata imitazione del progetto politico del Pd. Il Partito del popolo della Libertà è un cartello elettorale, un estemporaneo brand da consumarsi entro il 14 aprile o un nuovo soggetto politico? E in quest’ultima ipotesi, avrà organismi dirigenti frutto di scelta dell’elettorato e gruppi parlamentari irreversibilmente unici ed indistinguibili? La risposta a quest’ultima domanda, date le premesse, non può che essere affermativa, pena una drammatica perdita di credibilità. Nessuno può surrogare troppo a lungo l’inazione riformista con la facile protesta di piazza e gli slogan “contro”. Abbiamo bisogno di meno tasse ma anche di un apparato statale snello, forte e pro-crescita. Abbiamo bisogno di semplificazione ma non di furbizie.

Nel frattempo, attendiamo i programmi economici dei due schieramenti, ipotizzando (forse per assurdo) che possano davvero rappresentare ipotesi realistiche ed impegni altrettanto vincolanti. Aprendo la campagna elettorale, Silvio Berlusconi ha invitato l’elettorato a non disperdere il proprio voto e a scegliere i due partiti maggiori. Si tratta di una variante di quelle riforme fai-da-te da noi suggerite poco tempo addietro. Ma questa variante, per il modo in cui sta emergendo, introduce ulteriori contraddizioni. Il PdL avrà dentro di sé An, cioè il partito che negli ultimi tempi si è maggiormente distinto per involuzione statalista del proprio programma economico, fortemente condizionato dal timore di subire smottamenti nella propria base elettorale per opera del transfuga Storace.

Che farà Berlusconi? Accoglierà nel PdL soggetti la cui patetica autarchia condannerebbe il nostro paese ad un assai triste destino? Darà spazio alle istanze dei paladini di un concetto di “interesse nazionale” malato e che fa rima con partitocrazia? Oppure sceglierà la rottura, liberando la crescita? Sceglierà i condoni tombali a termini perennemente aperti per fare cassa o taglierà la spesa pubblica improduttiva? Ridurrà le aliquote d’imposta facendo al contempo aumentare il deficit, o taglierà spese e imposte in un circolo virtuoso? Liberalizzerà i servizi pubblici locali o sarà incatenato dalla manomorta bipartisan? Farà delle Fondazioni bancarie ciò che esse dovrebbero statutariamente essere (enti di beneficenza e promozione culturale) o le utilizzerà come un nuovo Iri (magari per spostare deficit fuori dal perimetro della pubblica amministrazione), ovviamente dietro lauto compenso alle banche, nella forma di passi indietro nel già accidentato percorso di liberalizzazione? E, in termini di regole del gioco, metterà immediatamente mano ad una riforma dei regolamenti parlamentari tale da impedire scissioni e moltiplicazioni di micropartiti? Collaborerà, in caso di vittoria, con l’opposizione del Pd per riscrivere la Costituzione, magari riproponendo l’impianto della riforma del 2005 i cui cardini la sinistra moderata oggi riconosce validi?

La prossima legislatura sarà decisiva. Come sempre, più che mai.