Carta vince, Carta costituzionale perde

Ieri il governo italiano, al termine di un consiglio dei ministri, ha ufficializzato l’avvio dell’iter per la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio. Come da attese (nostre), l’esito è stato all’altezza della ormai consolidata reputazione cialtronesca di questa compagnia di giro.

Sul sito del MEF si possono leggere le modifiche costituzionali proposte, in particolare all’articolo 81, quello che nelle intenzioni dei costituenti doveva regalarci il pareggio di bilancio, e sappiamo come è andata. Il nuovo testo recita:

«Il bilancio dello Stato rispetta l’equilibrio delle entrate e delle spese. Non è consentito ricorrere all’indebitamento, se non nelle fasi avverse del ciclo economico nei limiti degli effetti da esso determinati, o per uno stato di necessità che non può essere sostenuto con le ordinarie decisioni di bilancio. Lo stato di necessità è dichiarato dalle Camere in ragione di eventi eccezionali, con voto espresso a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti»

Che scritta così è piuttosto lapalissiana. Chi definisce le “fasi avverse del ciclo economico”, e per che ordine di grandezza? E lo “stato di necessità” quale potrebbe essere, l’imminenza di una consultazione elettorale? Quanto alla certificazione di tale stato, ci pensano le camere, con voto a maggioranza assoluta dei propri membri, cioè ci pensa la maggioranza di governo. Immediata la delusione dell’Istituto Bruno Leoni che con il proprio presidente, Nicola Rossi, aveva avanzato ben altra proposta e con ben altri paletti. Commentava in una nota ufficiale ieri sera uno sconsolato Alberto Mingardi:

«La proposta di Nicola Rossi, che ieri è stata anche ripresentata da venticinque parlamentari del PDL alla Camera, è una proposta ragionevole e credibile. Ammette dei margini di flessibilità, ma chiaramente regolamentati. Soprattutto, inserirebbe in Costituzione anche un ‘tetto’ alla spesa pubblica che darebbe cogenza al pareggio di entrate e uscite.
Al contrario, la proposta del governo è una regola che dichiara di ammettere le eccezioni. Dire che il ricorso all’indebitamento è impossibile ‘se non nelle fasi avverse del ciclo economico o per uno stato di necessità è come dire che l’indebitamento è vietato, se non quando si desidera indebitarsi. È improbabile che la BCE e i mercati possano trarre fiducia da un così solenne impegno al rigore, temperato dal ricorso alla spesa ogni qualvolta la tentazione sia troppo forte»

Caro Alberto, ci stupiamo dello stupore. Non solo e non tanto per il modo in cui questo esecutivo di borseggiatori di mezzi pubblici nelle ore di punta ha declinato l’impegno, ma anche perché queste iniziative sono il punto di approdo di un processo di maturazione culturale mentre noi, che siamo pur sempre il paese delle truffe più fantasiose, lo usiamo solo per alzare una densa cortina fumogena davanti agli occhi delle istituzioni europee, sperando che se la bevano. Nulla di nuovo sotto il sole, frasi solenni di Tremonti incluse. Tutti gli ostacoli che l’uomo costruisce, l’uomo rimuove. A meno, come detto, di una profonda interiorizzazione del principio sottostante. E del resto, questo è il governo che vuole darvi un articolo 41 della Costituzione nuovo di pacca, quello del “liberi tutti”, che tanto i controlli e le vessazioni ve le mandiamo quando avete aperto. E che ovviamente non avremo.

Ora attendiamo i cosiddetti frondisti del Pdl, quelli che non accettano (a parole) questa manovra fatta di tasse, e che hanno presentato alla Camera un bell’emendamento al pareggio di bilancio costituzionalizzato, che prevede anche un tetto del 45 per cento al rapporto tra spesa pubblica e Pil (oggi siamo al 52 per cento, nella nostra personalissima Road to Serfdom). E questi stessi frondisti dovranno votare la fiducia all’esecutivo sulla manovra, che faranno? Ma ovvio: i frondisti saranno sfrondati e perderanno le foglie. Di fico. Ma anche un filino di dignità, diremmo. Per loro fortuna in Italia la dignità è sempre stata un optional.

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