Il funerale del risparmio

Questa mattina, parlando alle celebrazioni italiane della Giornata mondiale del risparmio, Mario Draghi ha evidenziato alcuni punti che dicono tutto della vulnerabilità del nostro paese: “l’alto debito pubblico, i dubbi sulle prospettive di crescita della nostra economia, le incertezze ed i ritardi con cui si provvede alla correzione degli squilibri”. Ed altre disarmanti considerazioni, che tuttavia continuano a sfuggire alle orecchie della nostra ineffabile classe digerente.

Ad esempio, Draghi ha ricordato che

«Dall’inizio dello scorso decennio la propensione al risparmio è scesa di circa 4 punti percentuali, attestandosi nel 2010 al 12 per cento del reddito, due punti meno dell’area euro»

E con questo ci siamo sbarazzati del Grande Luogo Comune della nostra cleptocrazia, quello secondo il quale “gli italiani hanno un’elevata capacità di risparmio”. Non più, signori. Ora le famiglie, estenuate dalla profonda crisi strutturale del paese, che si traduce in un mercato del lavoro asfittico e vieppiù rachitico, stanno mettendo mano ai risparmi cumulati, cioè al patrimonio. In altri termini, il paese sta divorando se stesso. Il processo di accumulazione di patrimonio si è interrotto, il che è un pessimo presagio per il futuro di un paese il cui Pil pro-capite è in calo pressoché ininterrotto da oltre un decennio. Si chiama declino, in caso vi fosse sfuggito.

Draghi ha inoltre chiesto che vengano rimossi “gli ostacoli all’attività economica”, evidenziando che serve “abbattere i costi di apertura e gestione delle nuove imprese”, elemento che peraltro “accresce la partecipazione economica delle nuove generazioni”. Ma come, stavamo aspettando la riforma dell’articolo 41 della Costituzione, la Frustata, la Scossa, lo Scoppio e lo Scarico? Nulla, ancora?

Il presidente entrante della Be ha poi chiesto “un contratto con protezioni crescenti nel tempo, l’introduzione di un moderno sistema di sussidi di disoccupazione, renderebbero il mercato del lavoro più fluido ed efficiente, oltre che più equo”. Anche qui, il programma di governo è già pronto, ma chi lo voterà? Forse qualcuno a sinistra, tra quelli che esecrano il governo per non aver dato seguito alle richieste della Bce ma che poi, al momento dirimente, fanno fronte comune con la Lega sbraitando “giù le mani delle pensioni di anzianità”?Ricordate: Berlusconi ed il suo stile di governo sono un prodotto della sinistra ottusa e parolaia che abbiamo in questo paese.

A proposito di pensioni: un dato piuttosto utile, per i nostri trombettieri della “ricchezza privata che compensa il debito pubblico”, è quello di considerare nel gran totale anche le passività pensionistiche attualizzate. Cioè la misura di quanto le prestazioni previdenziali, complessivamente, sopravanzano le contribuzioni, nel paese che più di altri si sta ancora attardando nella persistenza di un sistema retributivo che ci sta divorando vivi, perché l’affermazione del contributivo è comunque lenta, la speranza di vita tende ad accrescersi e la riforma Dini ha creato un odioso spartiacque generazionale. Per un ripasso di attualità, consigliato questo articolo di Davide Colombo sul Sole di oggi. Giusto per far capire a qualcuno, a sinistra e nel sindacato, che il lavoro sulle pensioni è tutto fuorché terminato. E per far capire ad altri, nell’esecutivo, che se sommassimo debito pubblico “esplicito”, ricchezza privata e debito pensionistico, si capirebbe meglio perché i mercati stanno per fucilarci.

Ma sapete quale è la cosa più irritante, per usare un eufemismo? Il fatto che, in perdurante assenza di crescita, quando metteremo mani alle pensioni di anzianità ci sentiremo promettere che i risparmi dell’operazione andranno in “spesa sociale”, mentre in realtà serviranno solo per fare cassa e colmare i buchi causati dalla non crescita. Esattamente come è accaduto con la riforma del fisco, quella che doveva consegnare ai posteri la figura di Giulio Tremonti come il nuovo Ezio Vanoni, con riduzione ed appiattimento della curva delle aliquote ed ampliamento della base imponibile, aprendo un circolo virtuoso supply sider; ed invece stiamo inesorabilmente per approdare ad una serie di tagli lineari (per ciò stesso ferocemente regressivi) sulle agevolazioni fiscali, che produrranno un impatto moltiplicativo devastante sui consumi.

Come ha detto Draghi, “la crisi ha radici nazionali”. Ma la cosa sfuggirà ai soliti noti, che farneticano di “attacco esterno” al paese.