Liberalizzazioni: avanti piano, nel paese delle barriere all’entrata

Il giudizio sul pacchetto di misure varato venerdì al termine di un consiglio dei ministri claustrale può essere riassunto con una sola frase: si potrebbe e si dovrebbe fare di più. Ma occorre fare la tara per l’ambiente italiano, e per la sua scarsissima predisposizione ad accettare un concetto come quello di competizione.

La logica dell’ampliamento della pianta organica, riferito a farmacie e notai, ci appare ad esempio poco stringente, per le finalità del pacchetto di liberalizzazioni. Aumentare l’offerta di beni e servizi il cui prezzo resta in larga misura rigido (per tutta una serie di motivi) non serve ad aumentare benessere e reddito disponibile dei consumatori ma, al più, a ridurre il reddito degli offerenti quel servizio. E questo è valido nella misura in cui si tratta di beni e servizi in cui l’elasticità della domanda al prezzo non dovrebbe essere elevata, come nel caso dei farmaci.

Per i notai, all’aumento della pianta organica era forse preferibile lo sfoltimento dei casi imperativi di utilizzo della certificazione notarile oppure la riduzione della riserva di attività, magari in concorrenza con altre categorie di professionisti, come avvocati e commercialisti. Si è preferito optare per l’allargamento dell’ambito territoriale, in presunta sinergia con l’eliminazione delle tariffe minime professionali. Per le farmacie, il mantenimento del monopolio di vendita dei farmaci di fascia C eserciterà un freno alla discesa dei prezzi, che in teoria potrebbe essere comunque ottenuta con l’aumento del numero dei punti di vendita. Discorso analogo per la possibilità per le farmacie di applicare sconti anche ai prezzi dei farmaci di fascia A posti a carico del cittadino. Il governo ha quindi risposto alle lamentazioni di Federfarma mantenendo la riserva a favore delle farmacie ma tentando di aumentare la competizione tra le medesime. Come finirà?

Sui servizi pubblici locali, è certamente positivo aver reintrodotto (perché già previsto, sin dai tempi di Prodi) il meccanismo del price cap legato al recupero di efficienza. Ricordate che oggi, nella determinazione delle tariffe, conta soprattutto l’inflazione, per generoso regalo ai concessionari da parte della maggioranza di liberisti puri e duri che in queste ore ragliano che bisogna combattere contro i veri poteri forti. Peccato per la mancata retroattività della nuova-vecchia norma, che tuttavia è in ossequio al famoso principio della santità dei contratti, che noi italiani ci mettiamo sotto i piedi da sempre.

Stesso principio, ahimè, per la messa a gara del trasporto ferroviario pendolari. Oggi le Regioni procedono con assegnazione diretta a Trenitalia di contratti di durata pari a sei anni. Che fare, stracciarli? Il governo non ha voluto imbarcarsi in una logorante guerra legale con Trenitalia (non stupitevi, in quel caso Mauro Moretti avrebbe ottenuto importanti sponde politiche, anche dai liberioti malpancisti che infestano le file della attuale “maggioranza”). Per limitare i danni, l’esecutivo ha scelto di bloccare i rinnovi di questi cosiddetti contratti.

Sui servizi pubblici locali, si spinge per la creazione di ambiti territoriali ottimali un po’ su tutto, nella razionale speranza che ciò produca economie di scala. Discorso diverso sarà poi fare ricadere tali economie dimensionali nelle tasche dei sudditi ma ci si attrezzerà, auspicabilmente. Per ora ci consoliamo pensando che il governo ha fortemente limitato gli affidamenti in house, che sono una importante greppia del nostro socialismo municipale. Purtroppo, la nostra felicità è temperata perché sappiamo che gli appaltatori privati intrattengono da sempre con l’appaltante pubblico una corrispondenza di amorosi sensi che spesso invalida la logica economica di quella splendida cosa chiamata competizione. Noi italiani non facciamo rete, ma branco. E barriere all’entrata, ovunque.

Su altri punti delle misure, non ci sfugge che la costituenda Autorità delle Reti avrà un compito titanico e sarà fortemente concupita dalle oligarchie private e da quelle partitiche. Perché il problema, in questo paese, è che siamo malati di una mafiosità genetica che porta a scardinare ogni volenteroso “disegno dei meccanismi” e sistema di incentivi che altrove nel mondo tenderebbero a funzionare. Un giorno qualche antropologo dovrebbe dedicarsi a questo tema, e aiutarci a capire il perché di questa mafiosità inerente al sistema-paese ed alle sue oligarchie marce. Divagazioni a parte, bene la separazione di Snam Rete Gas da Eni; a chi lamenta che la cosa non si possa realizzare già a partire da ieri, ricordiamo che lo scorporo di una rete non è esattamente equivalente a cambiarsi i calzini. Attendiamo poi fiduciosi la separazione di RFI da Trenitalia. Forza Catricalà, facce sognà.

Per tutte le altre piccole e grandi magagne di questo provvedimento, potete fare fiducioso affidamento alle analisi di Chicago Blog. Il vostro titolare le fa sue, sia pure pure in modo lievemente meno critico. Ma è noto che il vostro titolare non è un iperliberista. Così come non lo è Mario Monti, del resto. Il quale ci sembra abbia messo mano ad alcuni interventi dopo aver preso atto che non ci troviamo a Hong Kong né a Singapore, e che molte di queste misure sono comunque più avanzate dell’equivalente esistente in Francia, Germania e Regno Unito, per limitarsi alla vecchia Europa. E senza dimenticare l’osservazione metodologica di Monti: liberalizzazione non equivale a privatizzazione, e viceversa. Per il significato autentico di questo concetto, chiedere a Romano Prodi ed alle sue manovre di una quindicina di anni fa. Quindi noi daremmo al complesso delle misure un voto di sufficienza, magari anche un 6,5, suvvia. Attendendo la riforma del mercato del lavoro.

Ancora una volta, per concludere, ci corre l’obbligo di richiamare la vostra attenzione sui proclami ed il “pungolo” peloso (immagine plasticamente ributtante, non trovate?) proveniente dai ranghi del Pdl e da alcuni ex esponenti della passata maggioranza. I quali per un decennio hanno trascorso il tempo a rappresentare interessi particolari e a frenare ogni tentativo di liberalizzazione e riforma di sistema, invocando la loro “socialità”. E che oggi si scoprono tutti figli di Ayn Rand, mentre si ammirano il lato B allo specchio, senza aver neppure bisogno di voltarsi.

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