Diversamente tossici

A gennaio, le banche italiane hanno aumentato il proprio stock netto di titoli di stato di 20,6 miliardi di euro su dicembre, portando il totale a 280 miliardi. Più di noi, in termini relativi ed assoluti, hanno fatto le banche spagnole, che hanno accresciuto lo stock di debito sovrano in portafoglio di 23,1 miliardi di euro rispetto al mese precedente, con un incremento del 10 per cento.

Non abbiamo disaggregazione per scadenza o per paese emittente, ma è verosimile che gli incrementi siano in larga maggioranza riferiti al debito sovrano domestico. Sempre a gennaio, gli aggregati monetari italiani hanno proseguito la loro contrazione. In particolare, il calo di M1 è il più vistoso, ed è pari a meno 5,3 per cento su base annua. Invariato il dato di M2 (più 0,10 tendenziale da più 0,60 di dicembre), e lievemente meglio M3 (si fa per dire) con un tendenziale di meno 3,42 da meno 4,44 per cento.

Prosegue quindi il credit crunch, anche se non si può chiamare così ma occorre utilizzare delle perifrasi. Le banche riducono gli impieghi in prestiti ed utilizzano la liquidità sottoscrivendo titoli di stato. Non c’è naturalmente motivo per essere pessimisti sulla prognosi per il nostro paese, ma se per crudele scherzo della sorte qualcosa dovesse andare nuovamente storto, le nostre banche stanno costruendosi un bilancio di purissima nitroglicerina.

Credito ristretto alle imprese (anche per minori fabbisogni, vista la congiuntura), ma a costi accresciuti. Ciò aumenta il rischio di nuove insolvenze per insufficienti flussi di cassa dei debitori, e conseguente erosione della posizione patrimoniale del sistema bancario, che non a caso sta per varare l’ennesima moratoria su crediti, perfetto strumento per non aumentare il volume di sofferenze, almeno pro tempore. Come sempre in questi casi, è nato prima l’uovo o la gallina?

Nel frattempo, vi segnaliamo le nuove esternazioni di quello che sta rapidamente diventando il nostro nuovo idolo: il presidente della Fondazione Banco di Sicilia, Giovanni Puglisi, che dopo aver pianto calde lacrime sulla ricapitalizzazione di Unicredit è alla fine riuscito a mantenere le posizioni, partecipando al medesimo. E ne è assai soddisfatto, si direbbe, come ci comunica dall’alto della sua expertise quantitativa:

«Mica si sono diluite solo le fondazioni, è tutta una diluizione e proporzionalmente gli equilibri, in qualche modo, rimangono»

E meno male, signora mia. Com’era?, viva la diversificazione. Subito dopo, per rimarcare che il padrone sono me e soprattutto di aver capito tutto del momento, il Nostro scolpisce:

«A me come azionista mi [sic] compete una cosa: portare a casa i dividendi. Quindi o mi danno i dividendi da portare a casa o vanno a casa loro»

Che, detto in questo preciso momento, la dice molto lunga sul grado di comprensione della situazione esibito dalle nostre prestigiose classi dirigenti. Prima i musei, poi la realtà: giusto, presidente? Abbia fede: la sua robba arriverà. Prima o poi.