Relazioni con i media, istruzioni per l’uso

(Piccolo ed insignificante post di considerazioni vagamente personali. Non temete, il sito non cambia registro)

Pochi giorni addietro il vostro titolare ha ricevuto l’ennesima chiamata da parte di un redattore (una gentilissima ed incolpevole redattrice, nella fattispecie) di Servizio Pubblico, la trasmissione di Michele Santoro. Invito piuttosto fuori bersaglio, essendo finalizzato alla ricerca di una figura di collegamento tra lo studio e la twittersfera. Ruolo che chi scrive ritiene non rappresenti la propria aspirazione massima, e sia peraltro rivolto a figure giovani. Il punto non è questo, comunque.

Dei due precedenti contatti con Servizio Pubblico, uno ha visto una sorta di “intervista” telefonica preliminare, verosimilmente conoscitiva, in relazione alla puntata centrata sull’ultimo libro di Giulio Tremonti. Trattandosi di tempi stretti, e non avendo il sottoscritto modo di recarsi a Roma per tempo (anche per impegni di lavoro), la richiesta più banale era quella di avere un collegamento “remoto”. A tale richiesta è stato replicato che la trasmissione non utilizzava collegamenti esterni da studio. Chiunque può verificare, ogni settimana, che la realtà è piuttosto differente. Ma transeat, la trasmissione è stata comunque ben incardinata, col millenarismo di Tremonti ed il finto controcanto di Luca Casarini.

Il secondo contatto con la redazione di Servizio Pubblico è avvenuto qualche settimana addietro, quando un redattore ha chiesto al vostro titolare un giudizio sul famigerato swap tra il Tesoro italiano e Morgan Stanley. Il dialogo è proseguito per qualche tempo, fin quando il redattore santoriano ha chiesto al sottoscritto un’intervista, che è stata concessa dopo aver ampiamente specificato che le posizioni di chi scrive sono piuttosto differenti da quelle della trasmissione. Anzi no, pardon, dalla “chiave di lettura” offerta dalla trasmissione. Tutto bene, nessun problema, disse il redattore. Il quale, sfortunatamente, a pochi minuti dall’appuntamento in un albergo milanese per la registrazione dell’intervista, riteneva opportuno telefonare dicendo di “non riuscire a recuperare l’auto”, e che comunque era in ritardo e doveva recarsi in Veneto ad intervistare degli imprenditori disperati.

E quindi, che ci frega?, direte voi. Poco o nulla, in effetti, questo è un post intimistico di riflessioni e vaniloqui a voce più o meno alta. La morale che si ricava da questi esempi, escludendo l’immancabile scarsa comprensione delle tesi del soggetto che si vorrebbe coinvolgere in trasmissione, è che in queste dinamiche si usa e si viene usati, e la cosa certo non scandalizza. Del resto, la “fortunata” intervista a Report su Tremonti è risultata tale perché le tesi dell’intervistato e quelle della trasmissione apparivano pressoché perfettamente consonanti. A riprova di ciò, si potrebbe citare l’intervista di mezz’ora che il vostro titolare ha concesso (brutto verbo, ma sinonimi non ne troveremmo) ad un altro giornalista di Report, la scorsa estate, sulla crisi economica ed il ruolo della finanza globalizzata.

Quella intervista non è mai stata trasmessa perché palesemente dissonante dalla tesi della trasmissione, che doveva vertere necessariamente sul ruolo della finanza cospiratrice, sulle riunioni notturne per fare saltare l’euro e l’Europa, oltre che su quanto sono fighi in Islanda ed Argentina ad essersi ribellati al “fascismo bianco” (copyright Giulio nostro), e su quanto è bello non pagare il debito. Ora, è evidente che chiedere pareri su questi temi a chi sul soggetto scrive ed argomenta da sempre qualcosa di differente, appare deviante rispetto alla tesi della trasmissione. Qualcuno tra voi potrebbe obiettare che sarebbe in realtà utile, in questi casi, avere un controcanto effettivo, per permettere agli spettatori di conoscere per deliberare (o anche solo per formarsi un’idea). Lo pensavamo anche noi, poi ci siamo ricordati che non abbiamo di fronte il giornalismo anglosassone ma solo quello italiano. Al limite, si può sempre dire che l’intervista era divenuta obsoleta, anche se in essa vi erano esclusivamente riferimenti ai massimi sistemi.

La morale, se c’è? Che se a qualcuno frega qualcosa del pensiero di chi scrive qui, può leggerlo esattamente qui e non in occasioni mediatiche radiotelevisive, che sono il risultato di congiunzioni astrali e che in futuro potranno esserci come non esserci. Per parte nostra, eviteremo di sostenere che c’è un veto sul nome del vostro titolare da parte della stampa italiana, come invece tende a fare chi poi si ritrova a reti unificate nei teatrini dei talk show politici. Comprendiamo le regole del gioco, ma non fino al punto da recitare il ruolo di attor giovane sul palcoscenico che ospita (in ruoli centrali al tema della trasmissione e collegamenti rigorosamente esterni) personaggi talmente funzionali al coro tematico da poter essere definiti con grande sprezzo del ridicolo “fuori dal coro”. E comunque la credibilità (ed il mestiere giornalistico) stanno altrove.