Quando le riforme strutturali riescono meglio

Su l’Economist di questa settimana, un commento sui problemi di implementazione ed accettazione delle riforme strutturali quando l’economia è molto debole. Dedicato a tutti i sostenitori della Fata Fiducia ed agli anti-keynesiani senza Keynes.

La premessa è che le riforme strutturali (attraverso ad esempio l’apertura dei mercati di lavoro e prodotti) servono per aumentare la ormai celebre crescita potenziale, che tuttavia resta cosa assai diversa dalla crescita effettiva. L’articolo cita un paper del Fondo Monetario Internazionale in cui si stima che l’eliminazione di metà dei differenziali tra paesi dell’Eurozona e quelle che l’OCSE considera le attuali best practices in ambito di pensioni e mercati del lavoro e dei prodotti, assieme ad una riforma fiscale, potrebbero innalzare il Pil dell’Eurozona del 4,5 per cento in un quinquennio. Non entriamo nelle specifiche di tale modellizzazione, visto che dovrebbe ormai essere chiaro a tutti che i numeri prodotti da tali modelli variano con le ipotesi del modello medesimo, e non sono immutabili “in natura”.

Ma le riforme strutturali richiedono tempo, prima di portare frutti, e nel breve termine si soffre, oltre al fatto che le condizioni generali dell’economia, nel momento in cui si mette mano alle riforme strutturali, sono determinanti per gli esiti, oltre che per il grado di accettazione sociale degli interventi. Motivo per il quale l’idea espressa nel commento è che serva un approccio “sequenziale” alle riforme, perché agire nel bel mezzo di una recessione è altamente controproducente:

«Lo stato dell’economia può influenzare l’impatto di breve termine delle riforme. Quando le economie sono depresse, cambiamenti di vasta portata del mercato del lavoro tendono a ridurre l’occupazione, anziché aumentarla. Ridurre i sussidi di disoccupazione può aumentare gli incentivi a trovare lavoro ma se non c’è lavoro disponibile i disoccupati avranno meno soldi da spendere. Parimenti, misure di indebolimento della protezione dell’impiego renderanno più semplice per le imprese sbarazzarsi dello staff in eccesso ma non determineranno assunzioni compensative»

Che poi è quello che la riforma del mercato del lavoro spagnolo (e verosimilmente anche di quello italiano) sta causando: una riduzione degli attriti alla riduzione degli organici. Senza contare che l’aumento dei senza lavoro tende a tradursi  in aumento dei sussidi di disoccupazione ed altre prestazioni sociali. Ciò, assieme al calo di gettito fiscale causato dall’aumento della disoccupazione, allarga il buco di bilancio e produce nuove manovre in cui i sussidi di disoccupazione vengono ridimensionati in durata e livello, oltre a indurre un discreto numero di grilli parlanti a prendersela con lo “stato dalle mani bucate”. Che fare, quindi? Il suggerimento, come detto, è un approccio “sequenziale”, che tenga conto della congiuntura:

«In primo luogo, quando le economie sono già in condizioni molto difficili, come in Sud Europa, i policymaker dovrebbero focalizzarsi inizialmente sulla ristrutturazione del mercato dei prodotti, [manovre] la cui efficacia è meno sensibile dei mercati del lavoro allo stato dell’economia e che possono contribuire a portare al lavoro più persone. La ricerca dell’OCSE ha scoperto che, promuovendo la competizione in settori a rete come telecomunicazioni, trasporti ed elettricità, si innalza la partecipazione al mercato del lavoro. Secondo, poiché riforme del mercato dei prodotti tipicamente incoraggiano più imprese ad entrare nei mercati e queste imprese dipendono dal flusso di finanziamenti, è vitale che le banche prestino normalmente. Da ultimo, se i governi decidono effettivamente di procedere con riforme a vasto raggio, ci sono forti argomentazioni per alleggerire il passo della stretta fiscale e dare a tali riforme un abbrivo. (…) Riforme strutturali funzionano meglio in tempi di buona congiuntura»

Il problema è che vi sono paesi, come il nostro, che non riformano se non hanno una pistola alla tempia ed un incipiente rischio di default davanti agli occhi. Ma a quel punto il danno è già fatto, e si riesce solo a massimizzare il danno inflitto alla popolazione, rischiando peraltro un avvitamento del dissesto (che in Italia stiamo cominciando a vedere), che inequivocabilmente coinvolge anche le banche, travolte dalle sofferenze. Ma è comunque confortante leggere considerazioni di buon senso come queste dell’Economist, nel mezzo degli strepiti di (piccoli) gruppi di sadici che vorrebbero riformare il paese uccidendolo. Perché, come vi diciamo da sempre, non si riforma un paese sotto le bombe: serve allentamento del passo di consolidamento fiscale (non essendo né possibile né auspicabile ricorrere a deficit spending) e controlli esterni con un randello nodoso per l’implementazione delle riforme di struttura. E ora, potete iniziare a ragliare accuse di inesistente keynesismo: il tempo resta galantuomo anche in un ridicolo paese di sessanta milioni di editorialisti e tribuni da social network, quale questo.

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