Gli antichi ed illusori rituali di Fassina

Intervista al manifesto di Stefano Fassina, responsabile economico del Partito democratico. Nulla di sostanziale, almeno a nostro giudizio, con la vistosa eccezione di una puntualizzazione di Fassina, che tenta disperatamente di quadrare il cerchio tra rilancio della produttività e livello del costo del lavoro. Il risultato è una enorme dissonanza cognitiva, assai poco rassicurante per le politiche del lavoro del prossimo governo Bersani.

Nel corso dell’intervista, Fassina ribadisce che la linea del Pd sul lavoro è radicalmente differente da quella di Monti, ma al di fuori degli slogan deve comunque cercare di motivare quanto dichiarato al Financial Times (la nuova buca delle lettere della politica italiana) in occasione del road show londinese di Bersani, giorni addietro. In quella circostanza, Fassina dichiarò che il centrosinistra avrebbe cercato di moderare la crescita salariale attraverso l’ennesimo accordo tra imprese e lavoratori, basato su uno scambio tra congelamento salariale ed investimenti aziendali. In quell’occasione, Fassina ha anche ribadito che il Pd non intende chiedere una revisione del Fiscal compact (cosa dirà il tribuno della plebe Vendola?), ma di voler procedere ad uno scambio con i tedeschi, basato su controllo bruxellese centralizzato e vincolante dei bilanci pubblici nazionali contro la “golden rule” che esclude gli investimenti pubblici dalle metriche di deficit. Ad oggi, ribadiamolo, le probabilità che qualcosa del genere si realizzi sono molto basse.

Un’ipotesi di scambio piuttosto bizzarra, per i motivi efficacemente illustrati da Sandro Brusco su noiseFromAmerika. Ciò non toglie che il punto resti. Ed infatti l’intervistatrice del manifesto ribadisce la domanda a Fassina, sul tema del congelamento salariale. E Fassina si impianta contro la realtà:

«La mia risposta al Ft partiva dalla negazione della svalutazione interna, ma riconosceva un problema di competitività. Che esiste ma va affrontato non con lo smantellamento dei sindacati e la riduzione delle retribuzioni ma con investimenti innovativi, rispetto ai quali, per una fase, negoziare  un andamento delle retribuzioni coerente con la dinamica della produttività. Ma con l’accordo sindacale, non con lo smantellamento dei diritti. E’ l’esatto opposto della svalutazione interna»

Qui proprio non riusciamo a capire il pensiero di Fassina, se non inquadrandolo come una enorme dissonanza cognitiva. A parte le sopracitate obiezioni alla logica del ragionamento, per le quali si rimanda al post di Brusco, qui abbiamo un problema di produttività, che Fassina non nega, anzi. Per risolvere il quale si tenta di rilanciare l’investimento privato (ma tutto o solo quello “innovativo”? E chi decide cosa è innovativo, Fassina?), finanziandolo con un blocco delle retribuzioni nominali, cioè con un taglio di quelle reali, almeno fin quando la produttività non risale. In cosa questo ragionamento differisca dalla necessità di tagliare le retribuzioni, cosa di cui qui si parla da sempre, continua a non essere chiaro.

Forse il processo avverrà in modo graduale, ma siamo certi di averne il tempo? E comunque, tempi a parte, siamo sicuri che non serva invece il decentramento della contrattazione collettiva e una profonda riforma della rappresentanza sindacale, posto che il rischio di cali pesanti delle retribuzioni nominali appare pressoché inevitabile? Fassina pensa che sia possibile adattare in sede aziendale la solita logora liturgia della “politica dei redditi” di un ventennio addietro, con tutto il codazzo simbolico della “grande responsabilità sindacale”? E peraltro, non si comprende perché non attaccare il cuneo fiscale, anziché passare attraverso il congelamento delle retribuzioni nominali. Forse si stanno mettendo le mani avanti circa il fatto che non ci saranno comunque risorse, per quel tipo di intervento?

Diciamola tutta: Fassina ha avuto meriti nel riconoscere che la svalutazione interna ci porta all’inferno, ma ciò che lui ed il suo partito propongono oggi, come Grand Bargain di rilancio della produttività, è qualcosa di molto gracile e destinato a squagliarsi come neve al sole della realtà. Tra poche settimane, se le cose andranno come devono, lo sperimenteremo in vivo.

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