La torta avvelenata

Su Leoni Blog, Ugo Arrigo analizza le probabili cause “culturali” alla base del declino italiano e della perdurante incapacità dei governi di turno a produrre una svolta, anche nel caso di esecutivi dotati di ampia maggioranza parlamentare. Una lettura molto istruttiva per comprendere dove stiamo andando. Spoiler: in malora.

La definizione operativa di declino è fornita, secondo Arrigo, dall’andamento del Pil pro-capite. Nulla da obiettare: si tratta di una misura di immediata comprensione, anche grafica. Nel caso italiano, essa è inequivocabile: il Pil pro-capite è in calo pressoché ininterrottamente da un ventennio, e siamo ormai finiti sotto la media comunitaria. Siamo un paese immergente, in pratica, con una demografia che ci gioca pesantemente contro.

Molto interessante è quella che abbiamo definito la matrice culturale del declino. Come più volte segnalato da questi pixel negli ultimi anni, la ultra-corporativizzazione malata di questo paese si alimenta di una profonda diffidenza sociale, pressoché palpabile in ogni passaggio del discorso pubblico e del processo decisionale politico. In pratica, il sistema politico consente il mantenimento di posizioni di rendita e la continua negoziazione della loro preservazione, in una serie di circoli viziosi che generano giochi a somma negativa.

Scrive Ugo:

«Sino a quando in Italia le risorse non erano troppo scarse la funzione richiesta ai governi dai loro gruppi elettorali di riferimento (corporazioni e altri gruppi d’interesse) era quella di erogare più rendite a una platea più ampia. Ora che il declino economico accentuato del paese ha reso questo non più possibile, la richiesta si riduce alla difesa strenua delle fette di torta specifiche, indipendentemente dal fatto che la somma delle fette storicamente garantite superi di gran lunga la grandezza della torta annualmente prodotta. Il criterio generale che presidia il tutto  sembra essere infatti “la fetta come variabile indipendente”»

Una analisi che condividiamo incondizionatamente, scrivendo da molto tempo concetti analoghi. E’ la tesi del paese che divora sè stesso, al venir meno di risorse fiscali da distribuire e redistribuire. La strenua difesa di “fette di torta” sempre più piccole ed ormai irrancidite porta con sé l’impossibilità di agire sul lato della spesa pubblica (che, ribadiamolo, nel nostro paese è quantitativamente non eccessiva ma qualitativamente molto scadente ed al limite del criminogeno), ed il sistema torna in “equilibrio”, un pessimo equilibrio, solo con incrementi di pressione fiscale, nei casi più gravi con patrimoniali straordinarie per rassicurare i mercati e gli investitori internazionali. Molto condivisibile anche questo passaggio di Ugo Arrigo:

«Esso ha avuto nel tempo diverse declinazioni: dallo storico “il salario come variabile dipendente” dell’epoca dell’autunno caldo (ma di fatto anche prima) al più recente “il profitto come variabile indipendente”, non dichiarato ma ampiamente praticato dalle grandi (si fa per dire) imprese colluse con lo Stato che a fronte di ogni rischio di riduzione di redditività hanno tranquillamente gettato lavoratori nel cestino dei rifiuti del welfare pubblico (con i governi ben disposti a porgerlo), sino all’ultimissimo ‘il gettito come variabile indipendente (dagli imponibili)’ di fatto perseguito da un fisco famelico, terrorizzato dalla constatazione che non basta più, per effetto della caduta degli imponibili, aumentare le aliquote per togliere soldi ai cittadini ma è ormai divenuto anche necessario fissare imponibili immaginari»

La creazione di “imponibili immaginari” è la dominante di questa congiuntura, ed è alla base di quella che da tempo chiamiamo la “Grande Compensazione” tra debito pubblico e ricchezza privata: un movimento che sta assumendo i contorni della ineluttabilità. L’innesco, come noto, è dato dalla Grande Recessione e dalla austerità imposta all’Eurozona da strutture istituzionali che hanno impedito evoluzioni simili a quella statunitense o britannica, cioè con banche centrali che hanno attivamente supportato la congiuntura con politiche monetarie non convenzionali fortemente espansive, a compensare politiche fiscali restrittive. Niente crescita, niente risorse fiscali da redistribuire.

Chi accetta questa analisi giunge in modo pressoché immediato ad identificare una traiettoria di deriva che rende nauseante e nauseabonda la batracomiomachia della nostra politica, dove piccoli personaggi (votati all’impotenza ma dalla fertile immaginazione che produce una narrativa che incredibilmente riesce ancora a fare presa su ampi strati dell’elettorato) si azzuffano, nella fretta di giungere il più rapidamente possibile al proprio eclatante fallimento, mentre altre figure sgomitano per mettere sullo scaffale narrative ancora più “rivoluzionarie”, in attesa di vincere il proprio strapuntino europeo.

Forse la credulità è parte integrante delle risorse psichiche della popolazione, soprattutto in tempi di elevato stress. A ben pensarci, essere sprovvisti di una “terra promessa” da raggiungere per mano del proprio Uomo della Provvidenza preferito deve essere prospettiva angosciante, e gli italiani hanno sempre storicamente mostrato, ben più di altri popoli, una inquietante tendenza a bersi praticamente tutto quello che veniva loro servito al desco della menzogna pubblica su cui sono state costruite fortune politiche e spesso molto materiali, per opera di molti gatti ed altrettante volpi poste a guardia del pollaio. La valvola di sfogo alla frustrazione del contatto con la realtà è sempre, nel caso italiano, il complotto ordito da qualche agente esterno: la burocrazia pubblica, l’euro, le banche d’affari, le agenzie di rating.

Possiamo terminare qui e continuare ad osservare la corsa a perdifiato delle cavie italiane (elettori ed eletti) nel labirinto del fallimento di una cosiddetta nazione.

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