Facciamo come la Spagna? Speriamo di no

Oggi sul Sole c’è un’ampia intervista “programmatica” a Davide Serra, il CEO Di Algebris Investment che da tempo ha una relazione privilegiata con Matteo Renzi, e che è accreditato di esserne uno dei principali ispiratori in materia di politica economica. L’intervista non aggiunge nulla al pensiero conosciuto di Serra, se non rivelarne una propensione all’aneddotica che si infrange contro i numeri e la realtà.

Sul mercato del lavoro, in particolare, Serra ha le idee molto chiare, a modo suo:

Cosa dovrebbe essere fatto sul mercato del lavoro?
«C’è bisogno di un intervento veloce. Un’idea potrebbe essere quella di replicare in Italia quanto fatto dalla Spagna negli ultimi anni, con una riforma che ha dato grande flessibilità in entrata e in uscita. I risultati già si vedono: si stanno creando nuovi posti di lavoro e, per fare solo un esempio recente, grandi gruppi industriali come Nissan hanno deciso di trasferire in Spagna produzioni che finora venivano fatte in Inghilterra»

Andiamo con ordine. E’ vero che il governo spagnolo, da due anni, ha attuato una profonda e severa riforma del mercato del lavoro, che di fatto ha ridotto significativamente i costi del licenziamento. Durante i primi due anni, la riforma non ha frenato la distruzione di occupazione (semmai l’ha resa più agevole, come intuibile ed intuitivo) e questo dato non ci stupisce, ovviamente, perché chi scrive non ha ambizioni politiche e quindi non ritiene di vedere causalità dove non ne esistono. Poi, è magicamente accaduto “qualcosa”.

Quel qualcosa è che il governo spagnolo si è imbarcato in una operazione protratta di rottamazione delle auto, erogando a tal fine svariate centinaia di milioni di euro, reperiti nelle pieghe di un bilancio pubblico che continua a sfondare allegramente la magica soglia del 3% di rapporto deficit-Pil. Questa misura, in sinergia col ridotto costo del lavoro, ha determinato lo sviluppo degli impianti-cacciavite spagnoli, quelli di assemblaggio delle vetture, ed anche qualche limitata rilocalizzazione da altri paesi.

Non che l’operazione possa servire ad innalzare il valore aggiunto prodotto dall’economia spagnola, sia ben chiaro. Ma l’effetto ottico della “creazione di occupazione” in un solo settore è servito a molti commentatori di cose italiane per intonare l’abituale canzoncina “facciamo come”, seguita dall’inserimento di un nome a piacere.

A beneficio di Serra, che certamente maneggia dati di mercato finanziario molto meglio di quanto faccia con quelli macroeconomici, è utile gettare un occhio sul dato relativo al totale di occupati spagnoli, così come comunicato dall’istituto nazionale di statistica di Madrid. Mire aquì:

SpagnaOccupazione
Spagna – Numero occupati, in milioni (Fonte INE)

Come si nota, è in corso un’imponente creazione di nuova occupazione, come mostra soprattutto il calo del quarto trimestre 2013. Dal massimo storico dell’epoca bollosa immobiliare, il totale degli occupati spagnoli è calato di quasi il 20%, passando dai 20,51 milioni al terzo trimestre 2007 ai 16,76 milioni al quarto trimestre 2013, dopo la “risalita” a 16,82 milioni del terzo trimestre 2013, quella che ha fatto starnazzare molti opinion maker italiani al “miracolo”. L’Italia ha sinora fatto meglio, ma non disperiamo di poter presto fare come la Spagna. Ah, per quanti hanno commentato entusiasticamente il recente calo della disoccupazione spagnola, potrà essere utile sapere che esso è frutto della riduzione del numero di persone facenti parte della forza lavoro, cioè che lavorano o che stanno attivamente cercando lavoro. Anche qui, un fenomeno in linea con quello italiano, di recente frainteso anche da Enrico Letta.

Che dire, quindi? Che facciamo gli auguri a Matteo Renzi ed a noi stessi, per il suo tentativo. E lo invitiamo a riscontrare gli innumerevoli assiomi provinciali da cui siamo letteralmente appestati in questi anni di infelice confusione. Forse non serve un money manager basato a Londra, per prendere abbagli.

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