Il terzo segreto della spending review

Sentite questo ticchettio di sottofondo? E’ il conto alla rovescia al prossimo primo gennaio, quando potrebbe scattare la prima ondata di clausole di salvaguardia, del valore di oltre 12 miliardi di euro. Manca una vita, direte voi. Anche no, visto il modo molto old fashion con cui si è intervenuti sulla spesa quest’anno. E visto che siamo da tempo in messianica ed ormai patologica attesa di un Godot alla spending review, dopo che Piero Giarda gettò la spugna e dopo che Carlo Cottarelli è stato agevolato all’uscita da Matteo Renzi, che pure aveva spergiurato che compito della politica fosse fare delle scelte su un menù offerto dai tecnici e dalla tecnica. Ma al momento continua a non accadere.

Oggi, quindi, sul Messaggero, testata tradizionalmente vicina al Palazzo, si cerca di dare una risposta al rinvio della nomina a responsabili della spending review del consigliere economico di Renzi, Yoram Gutgeld e di Roberto Perotti, docente della Bocconi e collaboratore de lavoce.info, da tempo impegnato in approfondite analisi delle dinamiche di spesa pubblica e di come e dove intervenire per riqualificarla. La formalizzazione della nomina del duo è scomparsa dall’ordine del giorno del consiglio dei ministri di giovedì scorso (c’era mai entrata?), ed ora gli interrogativi abbondano su questa sorta di maledizione della spending review.

In particolare, c’è una frase del retroscena di Alberto Gentili che ci colpisce:

A palazzo Chigi sostengono che «non ci sono problemi». Che «non esiste alcun giallo, manca solo la firma di Renzi al decreto di nomina». Ma un’altra fonte chigiana la mette più difficile: «Il premier sta riflettendo se nominare la settimana prossima un nuovo commissario nella persona di Gutgeld che insieme a Perotti si occupa da tempo della materia, oppure se individuare qualche forma nuova di governance della spending review, considerate le difficoltà che hanno incontrato prima Giarda e poi Cottarelli»

Questa frase, da chiunque provenga, è semplicemente incomprensibile. Se il problema, illo tempore, era la copertura politica a scelte tecniche (chiamatela anche governance, se vi piace la modernità), la medesima poteva venire solo da Renzi stesso, sul menù sottoposto da Cottarelli. Oppure, e detto in altri termini, se vogliamo risolvere il problema in radice, il premier non formalizzi alcuna struttura “tecnocratica”, neppure ibridata con presenze politiche, e decida autonomamente, senza astuzie (o più propriamente, furbate) del tipo “le Regioni hanno molto da farsi perdonare”. Questa è stata una mossa tattica piuttosto abile, per prendere a calci la lattina della spending review, che è in realtà un vaso di Pandora: ma servirà solo nel breve periodo. Presto capiremo se esistono margini di intervento entro l’assetto attuale di organizzazione dello stato e delle sue funzioni oppure se (come crede chi scrive) siamo arrivati al limite e possiamo solo cambiare struttura e funzioni di spesa pubblica, come suggerito dalla Corte dei conti. Ovviamente, in questo secondo scenario, il conto politico per chi si trova a Palazzo Chigi sarebbe pesantissimo, al limite della cacciata dalla scena pubblica. Ma forse è proprio questo, l’inconfessabile segreto della spending review.

Per questo, come abbiamo detto più volte, il 2015 è l’anno dell’all-in, per questo paese. Se la congiuntura riprenderà, e con essa il gettito fiscale, sia pure di poco, potremo continuare a credere che il sistema tiene e qualcuno se ne intesterà il merito, esattamente come ora sta intestandosi il merito di una ripresa che ha genesi esclusivamente esogena al paese (“ripresa”che peraltro dobbiamo ancora quantificare: aspetto non da poco, anche nella attuale società dei tweet). Potremo, in caso “favorevole”, usare l’extra gettito per coprire i tagli da spending review: una Repubblica fondata sul “tesoretto”, vero o immaginario. Se invece “qualcosa” andrà storto, daremo il definitivo addio a questo paese come l’abbiamo conosciuto, ed a nulla serviranno le suggestioni salvifiche di ipotizzate uscite dall’euro o delle solite patrimoniali sugli odiati “ricchi” in formato mignon.

Sinora Renzi è stato un mix fatto in parti uguali da chiacchiere e botte di cul0. Forse egli è l’unico a non averlo pienamente afferrato, circondato com’è da laudatores di ogni tipo. Ma pensare di costruire il futuro di un paese sulle botte di cul0 è troppo anche per uno come Renzi nel paese del (fu) Stellone.

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