Il tagliaforbici, il popolo azionista e il fondale di cartapesta

Prendete il video qui sotto. Guardatelo ed ascoltatelo. In esso troverete un celebre giornalista televisivo che pone domande al primo ministro di un paese del G7. Sono domande complessivamente miti, con qualche necessaria reiterazione (sempre assai poco assertiva) di fronte a palesi reticenze dell’intervistato, che spesso agisce per alimentare i più frusti luoghi comuni sulla professione di avvocato in questo paese, con una retorica ampollosa.

Intanto, il contesto: un pubblico in studio che balza in piedi, si spella le mani ed emette urla di approvazione all’indirizzo del premier, al punto che l’intervistatore non riesce ad esimersi dal constatare che il suo ospite è, “come sempre, molto ben voluto dal nostro pubblico”.

Io avrei una domanda: è possibile sapere come viene scelto il pubblico che partecipa? Perché non mi pare un dettaglio. Né mi pare un dettaglio che l’intervistatore debba trasmettere un messaggio sulla “popolarità” del premier pro tempore. Ad ogni buon conto, se qualcuno volesse spiegare chi sono le persone che fanno parte del pubblico, è il benvenuto.

Segue la serie di domande e cosiddette risposte del premier.  Mi soffermo su un paio di situazioni. Sul reddito di cittadinanza, l’intervistatore chiede al premier quanto durerà, se sono previste revisioni in corso d’opera, ma soprattutto che accadrà in caso il destinatario non ricevesse offerte di lavoro. Attenzione: questo è importante. Quanto dura il sussidio, nella persistente assenza di offerte di lavoro, situazione che caratterizza molti distretti  italiani? Il premier elude la domanda, dice che “approfondiranno”, che è il suo verbo preferito. L’intervistatore non insiste. Peccato.

Il premier insiste a dire che “quando avremo spiegato la manovra” ai partner europei, tutto o quasi si aggiusterà; l’intervistatore gli fa assai garbatamente notare che è irrealistico pensare che non l’abbiano capita. Il premier guizza, dice che “ci siederemo”, o anche “avremo una interlocuzione”, e insomma si abbarbica a questo mezzuccio retorico che mette a nudo il nulla che sta dietro la sua cosiddetta argomentazione.

Poi si arriva al clou, la domanda delle domande: è vero che se la crescita dovesse essere inferiore alle attese, scatteranno “tagli automatici” come indicato dal ministro Tria? Il premier conferma che stanno “studiando il meccanismo”. Se quella crescita, che per il premier sarà ben superiore alle attese, ci mancherebbe, non dovesse realizzarsi, ecco che è allo studio quello che il premier definisce “il tagliaforbici”. Avete capito bene: il “tagliaforbici“. Termine ripetuto due volte e che suscita l’ilarità del portavoce del premier, inquadrato dietro di lui.

Vi invito a guardare questo passaggio, nel conto alla rovescia del video si posiziona a circa 18 minuti dalla fine. Forse un intervistatore più consapevole, oltre che minimamente dotato di basi di senso comune oltre che di economia, avrebbe obiettato al premier che tagliare la spesa di fronte ad un rallentamento economico è controproducente. Certo, se si fosse trattato di un intervistatore meno istituzionale, forse avrebbe detto “ma che diavolo sta dicendo, mi sta prendendo per il culo, per caso?”. Ma non sarebbe professionale. E poi c’è la task force “tagliaforbici” dietro l’angolo, che diamine, verranno tagliati “gli sprechi”, signora mia. E ora, tutti in piedi a urlare “bravooooo!!!”

Di fronte ad una simile desolante performance, che andrebbe insegnata nelle cosiddette scuole di giornalismo come esempio di come non condurre un’intervista, qualsiasi investitore in questo paese dovrebbe avere chiaro un concetto: la situazione è semplicemente drammatica. Abbiamo una persona drammaticamente fuori ruolo, incapace di trasmettere informazioni sostanziali, priva delle basi elementari dell’economia (o che almeno fa mostra di esserne priva), intimamente convinta che basti snocciolare qualche banalità in latino per vincere l’argomento, che si trova a presiedere il consiglio dei ministri di un paese del G7.

Che altro dovremmo aggiungere? Ah, si: che il premier ha una concezione del “popolo” del tutto peculiare:

«Il popolo è la somma degli azionisti che sostengono questo governo»

E lo ripete pure, strappando l’applauso alla claque in studio, prima di convenire che si, popolo sono anche quelli che non sono “azionisti” di questo governo. Interessante anche la definizione di “azionisti”. Forse il problema più grave non è l’apparente scarsa conoscenza delle basi e dei fatti dell’economia, incluso sostenere che la “disoccupazione americana è al 2%”, senza che l’intervistatore abbia nulla da eccepire sulla palese falsità dell’affermazione. Forse c’è anche altro.

Resta sempre una chiave di lettura che tiene conto delle “specificità” italiane. Se ascoltassimo questa intervista senza nulla conoscere dell’Italia, giungeremmo alla conclusione che la democrazia del paese è gravemente ammalorata. Se tuttavia filtriamo il giudizio con parametri meno “esterni”, giungiamo all’unica conclusione possibile. Non c’è alcun rischio di ammaloramento della democrazia italiana perché la democrazia italiana è già da molto tempo ammalorata: è un fondale di cartapesta dove a gente che aveva almeno studiato all’Actor’s Studio si sono sostituiti nel tempo guitti e figuranti ed ora siamo semplicemente entrati nella fase in cui il grottesco ed il deforme non possono più essere contenuti. Ma forse è solo il ritorno alle origini ed alle specificità culturali nazionali: niente Actor’s Studio, siamo italiani. La Commedia dell’Arte è cosa nostra.

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