La sconfitta di Borrelli, la tragedia di un popolo

Su Francesco Saverio Borrelli, morto ieri, e sulla stagione di Mani Pulite molto si è scritto ed altrettanto si scriverà. Quello che abbiamo sotto gli occhi è una sostanziale resistenza di pratiche corruttive rispetto ad un’azione della magistratura che a volte (non sempre) è stata meritoria ma altrettanto inane. Perché c’è altro, in questa maledizione italiana.

Che poi, forse, non è una maledizione esclusivamente italiana ma si sa, noi siamo bravissimi ad eccellere, quando ci mettiamo d’impegno. Per i circoli viziosi, poi, siamo insuperabili. Tra i valori culturali dominanti di questo paese c’è ancora il vedere lo Stato come una controparte, rispetto a cui porsi in un gioco a somma nulla: o vinco io o vince lui. E del resto, questo è ciò che si è realizzato da tempo immemore.

Eccesso di legiferazione per disciplinare in modo minuto ogni aspetto dalla condotta umana, nel patetico tentativo di chiudere tutte le scappatoie e controllare ogni azione e reazione. Poche velleità umane sono destinate al fallimento come questa. Il controllo e la normazione producono elusione delle norme, che viene sanzionata inflazionando la normazione, e via così, in un circolo vizioso dentro il quale nascono e proliferano posizioni politiche, incluse quelle della magistratura, con la sua foglia di fico chiamata obbligatorietà dell’azione penale.

Quello che sfugge (ma forse non sfugge realmente), è che nessuna ipernormazione potrà mai sostituirsi alla norma sociale, che è alla base della coesione di una popolazione. La norma sociale è quel potentissimo tratto culturale condiviso che porta a vedere lo Stato come parte di sé e dell’organizzazione di una società, non come una entità che vuol fotterti e che devi quindi assolutamente fottere. La norma sociale genera se non fiducia quanto meno un livello di diffidenza che non porti alla paralisi di una società, ed al suo affossamento. E contribuisce a sostituire l’ipernormazione con i comportamenti individuali.

Sin quando non si affermerà questa visione, tutto quello che otterremo saranno soltanto circoli viziosi. Questo paese esprime maggioritariamente una profonda ed ingravescente incultura, una incoercibile pulsione alla forca, che pare però essere attiva solo quando non si riesce ad essere cooptati dal sistema. Quando si viene cooptati, si manifesta una forma altrettanto malata di garantismo, a difesa dello status quo. Tutto, poi, alimenta una polarizzazione che oggi trova espressione nella camera ad eco dei social network e nei media, condannati ad inseguirli e deformarsi ulteriormente.

Una società civile debolissima, programmata per il conflitto e non per la cooperazione tra gruppi, e che pertanto vede ogni azione come un gioco a somma zero, e che chiede di entrare nel sistema. Quando le risorse fiscali del sistema si esauriscono, come accaduto in Italia dopo decenni di erogazioni per costruire consenso, gli esiti sono prevedibili: frustrazione, rabbia, cappi che sventolano. Quella stessa debolezza che ha impedito lo sviluppo di una borghesia produttiva degna di questo nome, e che invece ci ha donato una classe di predatori di risorse pubbliche.

Francesco Saverio Borrelli, raffinato intellettuale prestato (o meglio ereditato) alla giustizia, è caduto tragicamente vittima di questa illusione. Non sarà l’ultimo. Per questo trovo molto efficace, a mo’ di premessa per descrivere la sconfitta di Borrelli e la tragedia (o la maledizione) di un popolo, quanto scrive oggi Mattia Feltri in un commento che sarebbe da riprodurre integralmente, e di cui evidenzio questo passaggio:

“L’inchiesta è cresciuta grazie a un clima nuovo e particolarmente favorevole dovuto soprattutto alla sensazione di stanchezza se non addirittura di nausea diffusa nella collettività di fronte all’occupazione sistematica e predatoria di alcuni settori pubblici da parte di ambienti politici”, disse [Borrelli] nel maggio 1992 in un’intervista a Chiara Beria di Argentine per l’Espresso. Il raffinato giurista, laureato con Piero Calamandrei, né circoscriveva la fattispecie di reato né dettagliava la funzione giurisdizionale: stava già pronunciando l’arringa del processo di piazza. Colpevole un intero sistema, giudice un intero popolo. Questa fu l’essenza politica e rivoluzionaria, così poco costituzionale, dell’inchiesta Mani pulite. 

La polemica di queste ore sul successivo “pentimento” di Borrelli per quella stagione è parte integrante e prevedibile del clima di questo paese. Inutile anche indignarsi per queste semplificazioni becere. Io credo, piuttosto, che in quelle parole di Borrelli vi fosse il lacerante e disperante senso della sconfitta; aver creduto che la società esprimesse un desiderio di rigenerazione genuino, un “ritrovare” una strada virtuosa che probabilmente non è mai esistita, e non un ricorrente scoppio di frustrazione entro uno schema collettivo tuttora in essere, e che si sta aggravando.

Altri momenti della vicenda di Borrelli sono interpretabili in termini di natura umana: il suo iniziale cedimento al processo di elevazione a icona pop (la biografia autorizzata, Il direttore d’orchestra, col codice penale in una mano e la bacchetta nell’altra), per mano di un sistema mediatico che liscia il pelo alla “gente” e che non può né vuole svolgere funzioni “pedagogiche”; ed anche l’aver creduto di poter ricoprire il temporaneo ruolo di “supplente” degli eletti (il “servizio di complemento”) nel momento di transizione verso la palingenesi di un popolo. Rivelatasi palingenesi rigorosamente “all’italiana”.

Un popolo che, da allora, non ha mai dismesso (anzi, ha accentuato, anche per effetto di “opportuni” stimoli) la propria richiesta di soluzioni semplici a problemi complessi. Quella che ci ha portato sin qui. E quando mancano gli anticorpi contro la manipolazione, gli esiti sono facilmente prevedibili.

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