Ricordate la Tobin Tax? Ma si, quella che doveva punire la finanza kattiva e spekulativa, portare la pace nel mondo ed un robusto gettito alle casse pubbliche? Quella che crassamente ignorava chi venisse realmente inciso dall’imposta, cioè il contribuente de facto, focalizzandosi invece su quello de jure? Quella che doveva e poteva essere applicata solo “da chi ci stava”, col meccanismo comunitario Ue della “cooperazione rafforzata”, anche se questo avrebbe fatalmente creato maglie larghe di elusione verso altri mercati finanziari? Ecco, quella. Pare che, come nella migliore tradizione nazionale, sia servita all’Italia per spararsi nei piedi. O forse in altre parti anatomiche. Non che ne avessimo dubbi.

Francesco Boccia, presidente Pd della commissione Bilancio di Montecitorio, chiede che il piano di privatizzazioni che il governo si accinge a varare sia accompagnato dalla modifica della tassa sulle transazioni finanziarie.

«Se vogliamo attrarre capitali dall’estero ed investitori per le nostre aziende, non possiamo imporre a chi compra un’azione italiana una tassa di 0,10% (Tobin Tax) oltre alle commissioni medie di trading (0,05%) ovvero oltre lo 0,15% soprattutto perché comprare un’azione in Germania, Spagna, Grecia, Olanda costa all’incirca lo 0,05%, tre volte meno che nel nostro paese. È una differenza insostenibile», scrive Boccia in una nota (Reuters, 24 gennaio 2014)

Ah, però.

Declamare in modo solenne e pensosamente progressista un manifesto ideologico fatto di luoghi comuni fiscali tra i più vieti e fattualmente inconsistenti, perché già maltrattati dalla realtà, senza neppure riuscire a comprendere la distinzione minimale tra il soggetto passivo di una imposta e chi invece ne viene effettivamente inciso; venire brutalmente confutati, sempre per dato di realtà; ripiegare farfugliando qualcosa su una non meglio specificata “tassazione dei patrimoni finanziari”, a conferma di un provincialismo orecchiato ed orecchiante, in chi nella vita pare faccia il globetrotter dell’informazione; riuscire, di conseguenza, a far fare a Renato Brunetta una figura da gigante (pun intended).

Crescono tensioni e contrasti tra gli undici paesi europei che hanno firmato l’accordo di cooperazione rafforzata per introdurre una Tobin Tax in Europa. Come racconta il Ft, la Francia spinge per una versione molto attenuata del balzello, che risulterebbe di fatto un semplice fissato bollato ed apporterebbe un gettito pressoché nullo, mentre l’Italia ha dichiarato linea rossa invalicabile l’imposizione sul mercato secondario dei titoli di stato. Il tutto con Londra e Washington pronte a dare battaglia. Scommettiamo che non se ne farà nulla?

Ebbene si, cari lettori: anche questo sito, che molti di voi leggono con ammirevole costanza, può sbagliare. Ed è successo nel caso della Tobin Tax, varata nei giorni scorsi in Italia dal governo Monti tra squilli gaudiosi di altermondialisti e tassatori compulsivi. Abbiamo sbagliato nel senso che non abbiamo letto bene nelle pieghe del provvedimento europeo. Se lo avessimo fatto, avremmo scoperto “dettagli” a metà tra l’esilarante ed il demenziale.

La Relazione tecnica al disegno di legge stabilità mostra le ipotesi di lavoro del governo relativamente all’impatto della Tobin Tax all’italiana. Ci sono ipotesi realistiche ed impatti del tutto previsti su ambiti che nulla c’entrano con lo scopo della transazione, cioè punire e scoraggiare la “speculazione”, qualunque cosa ciò significhi.

di Mario Seminerio – Libertiamo

Lo scorso 28 settembre, durante l’annuale discorso sullo Stato dell’Unione davanti al Parlamento europeo, il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, ha presentato la proposta di una tassa sulle transazioni finanziarie (Financial Transaction Tax, FTT), destinata ad entrare in vigore dal 2014 e basata sull’aliquota dello 0,1 per cento per transazioni in azioni ed obbligazioni, e dello 0,01 per cento per operazioni in derivati (che si basano su controvalori nozionali mediamente molto elevati). La proposta prevede che siano assoggettati ad imposizione tutti i soggetti residenti nell’Unione europea.