Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Ma il cane si è mangiato i miei compiti

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Oggi a Parma:

«L’Italia è il paese meno libero d’Europa, dal punto di vista economico. Secondo l’Indice della libertà di intrapresa, sviluppato dall’Istituto Bruno Leoni, le nostre imprese sono libere al 35 per cento, ben sotto la media europea (57 per cento) e a distanza siderale dal paese più libero, l’Irlanda (74 per cento). (…) In relazione all’Italia, l’aspetto più clamoroso riguarda il fatto che il nostro 35 per cento – sebbene rispecchi una realtà relativamente variegata – non è il frutto della media tra valori molto alti e molto bassi, ma dipende dal fatto che, per ciascuna delle nostre cinque aree, l’Italia si colloca nelle ultime posizioni in graduatoria (con la significativa eccezione della libertà del lavoro). In particolare, il 35 per cento di libertà d’intrapresa rispecchia la media tra il 31 per cento di libertà dal fisco, il 42 per cento di libertà dallo Stato, il 48 per cento di libertà del lavoro, il 37 per cento di libertà d’impresa, e addirittura il 18 per cento di libertà dalla regolazione»

«Entrando nel merito delle macroaree, sulla libertà dal fisco l’Italia si posiziona all’ultimo posto. Sulla libertà dallo Stato solo quattro paesi fanno peggio di noi (Francia, Grecia, Ungheria e Portogallo). Sulla libertà d’impresa è penultima, prima della Grecia. Sulla libertà dalla regolazione, ultima. Unica area di relativo successo italiano è la libertà del lavoro, dove il nostro paese si colloca al sedicesimo posto, davanti ad altri otto paesi e molto vicina al valore medio per l’intera Ue (54 per cento)» (Qui il documento IBL, preparato per il Forum organizzato dal Centro Studi Confindustria)

Ieri a Parma:

Stessa identità («mi sento sempre un imprenditore, anzi sarò il vostro imprenditore d’Italia»). Stessi programmi («Caro D’Amato, la domanda è: fra noi due chi ha copiato?»). Silvio Berlusconi sale sul podio tra gli applausi dei quattromila imprenditori riuniti al convegno di Parma. E per un’ora e mezzo «esagera», come dirà lui stesso, per spazzare via ogni dubbio: dal punto di vista del Cavaliere è «inevitabile» «un’alleanza» tra «la nuova politica» (cioè la Casa delle libertà) e «la nuova Confindustria».

«Vogliamo ridurre al 33% il prelievo fiscale sui redditi delle imprese e delle famiglie». Quindi si arriverà a un’aliquota Irpeg del 33% (l’ultima Finanziaria prevede la riduzione al 35% nel prossimo biennio), e verranno rimodulate anche le aliquote Irpef, con un tetto massimo sempre del 33%. «Tutto questo ci costerà tra i 50 e i 70 mila miliardi, non certo quei 300 mila miliardi calcolati dalla sinistra». Le risorse, spiega il Cavaliere, verranno recuperate agendo sul sommerso («sposo in pieno la proposta di Confindustria»), accelerando le privatizzazioni («recupereremo 100-200 mila miliardi con cui abbatteremo lo stock del debito») risparmiando «circa 20 mila miliardi» con «il riassetto» della pubblica amministrazione. Il fisco serve al leader del Polo per descrivere il «circuito virtuoso» da mettere in moto, che è poi il cuore della sua proposta. «Meno tasse, meno vincoli burocratici, più flessibilità del lavoro, uguale più competitività, più sviluppo, più occupazione e, quindi, anche più entrate tributarie per lo Stato»

Da Parma a Parma, passando per Vicenza, nove anni buttati nello sciacquone. Discettando di presidenzialismo (intero o parzialmente scremato), premierato forte o debole, con o senza scappellamento a destra. L’economia può attendere.

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