Andrà molto peggio, prima di andare meglio

La magica scatola nera di Alesina e Giavazzi

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Continua il lodevole tentativo di Francesco Giavazzi ed Alberto Alesina di fare pedagogia economica ad uso dei barbari italiani sostituendo correlazioni con causalità. Questa volta è il turno del Regno Unito.

In un editoriale apparso sul Corriere lo scorso 5 gennaio, i due accademici editorialisti commentano la proposta/non proposta di Matteo Renzi sullo sforamento della soglia del 3% di deficit-Pil. Vi anticipiamo che A&G rilanciano la loro idea di operazione-twist, dove si fa deficit spending a mezzo di immediato taglio di tasse (soprattutto sul lavoro), e si rientra in un arco temporale congruo e negoziato con Bruxelles, a mezzo di tagli di spesa e riforme strutturali. Abbiamo già commentato questa svolta di A&G, che hanno così abbandonato il loro antico cavallo di battaglia della contemporaneità di tagli di spesa e riduzioni d’imposta per fare entrare nel quadro una cosina chiamata transizione.

Ci corre l’obbligo di segnalarvi che, per questa proposta, A&G non sono stati né saranno lapidati da loro colleghi e kolleghi, notoriamente affetti da riflesso condizionato compulsivo che li porta a levare il ditino non appena nell’aria si annusa l’olezzo di time inconsistency. Potenza della solidarietà professionale. Ma transeat.

Un editoriale di A&G non sarebbe tale se non fosse impreziosito, per finalità pedagogiche, da un esempio fulminante, secco, netto, tratto dalla realtà e che viene assiomaticamente elevato a causalità, in un magico mondo di modellizzazioni univariate quasi deterministiche. Dopo il mirabile esempio irlandese, giunge quindi il turno del Regno Unito:

«Nel triennio 2011-2013 il Regno Unito ha ridotto la spesa pubblica di 13,8 miliardi di sterline (16,6 miliardi di euro) e aumentato le imposte di solo un miliardo (1,2 in euro). Con quali risultati? La disoccupazione ha cominciato a scendere: 7,6% nel novembre 2013, il valore più basso da tre anni in qua»

Il tutto nel modo più virtuoso possibile: aumento del numero di occupati, con aumento del tasso di partecipazione alla forza lavoro e riduzione nel periodo del numero totale di dipendenti pubblici. Ma non è fantastico, tutto ciò? Certo, lo è. Capita però che il lettore, animato solo da un umile desiderio di capire gli arcana mundi dell’economia ed affetto da una terribile malattia chiamata empiria, vada a scorrere i dati e le previsioni delle grandezze coinvolte. E si perda.

Allora: nel 2010 la spesa pubblica totale britannica (centrale e locale) era di 672 miliardi di sterline. Nel 2011 schizza a 693 miliardi. Allarme rosso. Nel 2012 la spesa galleggia a 694,3 miliardi. Nel 2013 arriva il miracolo, preconsuntivato a 675,1 miliardi. Quasi in contemporanea, e dopo altre cosucce (come il Funding for Lending Scheme del Tesoro e della Bank of England; l’operazione Help to Buy, che è un gigantesco sussidio pubblico all’acquisto di immobili, tale da portare il loan to value ad un bel 95%, e la forward guidance molto conciliante del governatore Mark Carney), l’economia britannica riparte alla grande, aumentando l’occupazione e riducendo la disoccupazione.

Tralasciamo anche che tra la metà del 2012 ed il terzo trimestre di quest’anno il tasso di risparmio britannico è calato dall’8% al 5,4% e che il credito ai consumatori è aumentato, facendo sospettare a qualificatissimi osservatori locali che siamo tornati nel business as usual della crescita britannica, fatta di mutui e credito al consumo. Ora basta con i cacadubbi, però: deve essere proprio stata la riduzione di quei 19 miliardi di sterline il silver bullet passato attraverso la magica black box di Alesina e Giavazzi, quella dove la complessità del mondo viene drammaticamente abbattuta, e dove le correlazioni diventano causalità.

Ecco quindi che il vostro lettore, sempre più minato dall’empiria, decide di gettare l’occhio ed il cuore oltre l’ostacolo, e va a verificare le previsioni per il prossimo anno. E che ti scopre, il povero lettore? Che nel 2014 la spesa pubblica totale britannica è prevista schizzare a ben 718,8 miliardi. Che botta, signora mia, e pure in percentuale del Pil la spesa aumenta di un punto pieno, poco sotto il 44%. Ohibò, si chiede il lettore affetto da empiria, ma se le cose stanno nei termini descritti da A&G, per la disoccupazione il 2014 sarà un massacro! Ecco quindi che il lettore cerca diligentemente le previsioni indipendenti per l’economia britannica nel 2014, e scopre con sbigottimento (qui, pagina 3) che nel 2014 la disoccupazione scenderà di ulteriori 4 decimi di punto percentuale, al 7,1%, con ulteriore calo del numero di sussidi di disoccupazione.

Il lettore, che notoriamente pensa male del genere umano pur tendendo occasionalmente a pensare molto bene di singoli esponenti del medesimo, si chiede se per caso l’allentamento dei cordoni della borsa del 2014 non sia strumentale ad arrivare alle elezioni del 2015 in condizioni economiche piuttosto toniche, a tutto vantaggio del governo in carica, che potrà fare campagna sul valore salvifico dei tagli di spesa ma senza aver tagliato (ad esempio) la assai generosa indicizzazione delle pensioni britanniche, pari ogni anno al valore massimo tra 2,5%, variazione dell’indice dei prezzi al consumo e crescita degli stipendi. Il tutto nel tentativo di arrivare al pareggio di bilancio nel 2018.

Come che sia, i conti decisamente non tornano. Ma deve certamente trattarsi di presunzione del lettore, peraltro privo di pedigree accademico eppure così ostinato a tentare di capire ciò che può solo essere spiegato da soggetti che ne hanno titolo. E più non dimandate. Il magico modello univariato ed assai poco stocastico ha colpito ancora.

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