Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Il post mortem di MPS: un fallimento di sistema

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Spigolando tra le pagine della relazione del capo della Vigilanza di Bankitalia, Carmelo Barbagallo, alla commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, si individua un punto che spiega molto del collasso di Banca Monte dei Paschi e di un sistema rimasto inerte nella prevenzione, che doveva essere politica prima che normativa.

Barbagallo infatti ha dichiarato:

«Un ruolo significativo lo ha avuto l’ex socio di riferimento, la Fondazione, che ha inteso mantenere a lungo, anche quando non ce ne erano più le condizioni, una posizione di dominio o comunque di rilievo, erodendo il proprio patrimonio e indebitandosi. A una tale situazione la banca ha risposto con politiche di sostegno incondizionato del reddito. Tali politiche sono risultate di difficile perseguimento dopo l’acquisizione di Banca Antonveneta, per l’onerosità dell’impegno finanziario che ne è conseguito e per il progressivo aggravarsi della crisi economico-finanziaria, prima internazionale, poi domestica. Esse sono state realizzate dapprima attraverso pratiche creditizie e commerciali espansive, rischiose e a condizioni non in grado, in prospettiva, di coprire i costi (es. mutui con cap); in seguito, mediante scelte gestionali che comportavano un minor assorbimento patrimoniale, ma rendevano il bilancio della banca fortemente esposto ai rischi finanziari. Alcune delle perdite che andavano emergendo venivano dissimulate con pratiche irregolari»

Che si traduce così: la Fondazione non era in grado di sostenere le ricapitalizzazioni necessarie all’ambiziosa espansione della banca, ma dalla quale al contempo necessitava di continuare a ricevere cospicui dividendi, per mantenere intatta la pioggia di dolcetti e regalini vari sul territorio. Così, quando è apparso chiaro (non esattamente a tutti, a Siena, dove qualcuno viveva e vive in condizioni di perenne disconnessione dal mondo e dalla realtà) che l’acquisizione di Antonveneta aveva messo una pietra al collo della banca, e non avendo tutti i soldini necessari per tenere in piedi la baracca, sono arrivati i magheggi finanziari ma anche l’ordine alla banca di premere l’acceleratore del credito, per fare reddito.

In questo paragrafo si concentra la causa prima del dissesto del “sistema Siena”, un dissesto fatto di arroganza e mal riposto senso di superiorità antropologica, nell’indifferenza o nella complicità della politica nazionale. Il collasso della banca è stato indotto da politiche di credito molto espansive, per usare un gentile eufemismo. Ma sarebbe anche utile prendere atto che, almeno nel caso senese, il monte di sofferenze non è frutto di pochi grandi “debitori di sistema” che hanno spolpato la banca, come invece vuole la vulgata popolare e gentista. Sempre Barbagallo:

«I crediti anomali di MPS – che a fine 2016 erano ripartiti tra quasi 190.000 debitori – sono frazionati e distribuiti lungo tutto il territorio nazionale; per l’84 per cento essi riguardano imprese, in larga parte medio-piccole; i prenditori che hanno ricevuto prestiti singolarmente superiori a 25 milioni sono 107 e rappresentano, per ammontare, il 12,7 per cento del credito deteriorato totale. I dati disponibili non mostrano un contributo decisivo di Banca Antonveneta agli NPL di MPS. All’atto dell’acquisizione, i prestiti della ex banca veneta presentavano una rischiosità più accentuata rispetto a quelli del Monte, ma la loro incidenza su quelli del gruppo era di poco superiore al 20 per cento. Inoltre, a fine 2016, la quota di crediti deteriorati erogati nel Nord-Est è pari al 18 per cento degli NPL del gruppo»

Questa era una banca che ha fatto il passo ben più lungo della gamba, che è stata protetta dalla politica nazionale o che ha potuto contare sulla benevola negligenza di essa, che non aveva mezzi patrimoniali per attuare una strategia di espansione ma il cui azionista di controllo, peraltro in reiterata e protratta violazione delle disposizioni della legge Amato-Ciampi sulle Fondazioni (altra dormita della politica nazionale ma anche dei banchieri italiani, che all’epoca dormivano il sonno del giusto) doveva ad ogni costo e con ogni mezzo restare padrone, in un momento in cui era in corso un processo di consolidamento continentale. Gli anglosassoni chiamano queste situazioni overstretch.

Quando iniziarono a palesarsi criticità sui prestiti, ben prima che l’Italia venisse travolta dall’euro-pandemonio, i vertici della banca ritennero di dover trovare fonti alternative di reddito nella finanza, ma così aumentarono ulteriormente la probabilità di rovina. Ancora Barbagallo:

«Nella seconda metà del 2009 la Vigilanza intensifica i controlli sulla liquidità del sistema bancario italiano, che comincia a presentare aspetti di criticità; in tale contesto, il vaglio delle condizioni finanziarie del gruppo MPS fa emergere operazioni strutturate su BTP a lungo termine di elevato ammontare che, date le peggiorate condizioni di mercato, determinano un forte assorbimento dei margini di liquidità. Si dispone pertanto una verifica ispettiva mirata alla gestione della liquidità e ai rischi finanziari del gruppo»

Questo è il disperato tentativo di recuperare redditività, visto il peggioramento del mercato del credito.

«Gli accertamenti ispettivi (condotti dal maggio all’agosto 2010; doc. 129 e 157) si concludono con un giudizio “parzialmente sfavorevole” (4 in una scala da 1 a 6). Emerge che, per compensare la caduta degli spread commerciali, MPS aveva “deciso di sostenere il margine d’interesse accentuando la trasformazione delle scadenze e attuando manovre finanziarie di carry e d’investimento a leva in titoli di Stato italiani”. Si rileva il valore assai cospicuo (circa 25 miliardi) e l’elevata durata finanziaria degli investimenti in titoli pubblici. La posizione di liquidità, i cui saldi sono assai volatili, risente di due repo strutturati su titoli di Stato effettuati, rispettivamente, con Deutsche Bank e Nomura per un valore nominale complessivo di circa 5 miliardi, con profili di rischio non adeguatamente controllati e valutati da MPS. Si tratta di componenti delle operazioni Santorini e Alexandria, che risulteranno in seguito connotate da significative irregolarità»

Se riflettete su questa sequenza di errori ed orrori, potrete giungere alla conclusione che si tratta di schema classico nella storia dell’umanità: cercare di recuperare una perdita, frutto di errori di valutazione strategica, con ulteriori rilanci, verso l’all-in. Nel frattempo, la vigilanza sapeva, tentava di mettere toppe di un’improbabile moral suasion ma non poteva, anche in base ai suoi poteri formali, spingersi oltre un certo limite, forse per autocensura verso la politica. Ed ecco quindi che cadono le foglie, soprattutto di fico:

«Non emergono dall’ispezione elementi probanti sotto il profilo sanzionatorio o per avviare una segnalazione all’Autorità giudiziaria. Considerati i possibili riflessi di carattere generale connessi con le modalità di contabilizzazione adottate con riferimento al veicolo Santorini, la Banca d’Italia, che non ha poteri in materia di valutazioni di bilancio, decide di sottoporre la questione ad approfondimenti nell’ambito del “Tavolo Tecnico” istituito con Consob e ISVAP (poi IVASS)»

Eh sì, perché non sanzionare la contabilizzazione a nominale anziché a fair value di un derivato in perdita “strutturale” esorbita dalle funzioni della Vigilanza. Meglio aprire un bel “tavolo tecnico”: la politica terrà presente questa squisita sensibilità.

Ecco perché parlo di sistema malato, ed ecco perché le responsabilità non possono essere ricondotte al capro espiatorio del governatore pro tempore della Banca d’Italia. Già che ci siamo, ricordiamo anche che la Fondazione MPS, per sottoscrivere l’aumento di capitale della banca, è stata costretta a ricorrere all’indebitamento, dopo aver dato fondo alle proprie risorse patrimoniali. E ricordiamo anche che il ministro dell’Economia dell’epoca, tal Giulio Tremonti, che da anni continuate a leggere ed a vedere in ostensione mediatica e con la fama dell’unico che aveva capito tutto del destino dell’umanità, autorizzò la Fondazione ad indebitarsi.

Il sistema proteggeva lo status quo, che nel frattempo era diventato tossico-nocivo. Così MPS è saltata.

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