Il giglio infangato

Il segretario dei diesse ha deciso di rispondere “colpo su colpo” a quella che egli considera una vile aggressione politica. E così, ha deciso di sottoporsi ad un autentico tour de force di interviste, in ognuna delle quali riesce a balbettare qualche tassello della sua linea difensiva. Ha iniziato ieri con la fidata Repubblica, intervistato dal “watchdog asimmetrico” Massimo Giannini:

“Le vicende di questi mesi hanno fatto emergere un puzzle di incroci, patti, contropatti, concertazioni. Tutto questo non l’ha inventato solo Consorte. E allora mi chiedo: non è forse questa una patologia che rischia di intaccare il capitalismo italiano? Non c’è qualcosa di sbagliato nel fatto che ormai spesso basta comperare il 2% di una società per controllarla? Che i patti di sindacato sono sempre di più dei circoli chiusi impenetrabili? Vogliamo affrontare il nodo del rapporto tra banche e imprese? Vogliamo risolvere seriamente il rapporto tra privatizzazioni e liberalizzazioni, visto che in questi anni, come dimostrano i casi di Enel e Telecom, abbiamo creato monopoli o oligopoli di tipo privatistico non dissimili da quelli pubblici, con un intreccio con il potere politico e istituzionale analogo. Se questi sono i nodi, qui c’è una responsabilità di tutti: di chi governa e di chi è all’opposizione, di chi è impresa e di chi è politica”.

Fassino ha scoperto la corporate governance, ottimo. Ma la corporate governance non necessita di nuove regole, quelle esistenti sono più che sufficienti, come dimostra il fatto che Unipol è indagata anche per responsabilità oggettiva, cioè per difetto nell’applicazione dei meccanismi operativi di governance. Quello che Fassino e il gruppo dirigente diessino omettono di segnalare è che Consorte è stato alla guida di Unipol per dodici anni, non per dodici giorni. Quindi delle due l’una: o i diesse sono complici degli abusi compiuti da questo signore, oppure sono responsabili di omesso controllo: perché parliamo di diesse? Per il doppio ruolo, di dirigenti e militanti di partito, ricoperto dai vertici delle cooperative. Fassino si scandalizza del fatto che con il 2 per cento è possibile controllare un’azienda? Ma questo è esattamente ciò che hanno fatto, per decenni, i valorosi capitalisti di debito di questo paese, sotto le amorevoli cure di Enrico Cuccia, l’inventore delle scatole cinesi e dei meccanismi di allungamento della leva societaria ed azionaria. Oggi, 30 cooperative controllano Unipol detenendone solo il 15 per cento del capitale sociale ordinario: fa una media dello 0.5 per cento a cooperativa, giusto segretario Fassino? E’ poi francamente sconcertante il fatto che il nostro piccolo gesuita si risvegli di soprassalto, ritenendo necessario “risolvere seriamente il rapporto tra privatizzazioni e liberalizzazioni”. Fassino non ricorda che le privatizzazioni del governo Prodi (1996-1998) vennero fatte senza aprire contestualmente i mercati? Lui all’epoca era al Ministero della Giustizia, ma poteva comunque buttare un occhio sulla rassegna stampa. Chi ha creato monopoli di tipo privatistico al posto di monopoli pubblici se non il governo di cui egli faceva parte? Ci pare poi ridicola la critica a patti di sindacato “chiusi ed impenetrabili”. I patti di sindacato sono il frutto dell’autonomia contrattuale delle parti, pur se limitata dal quadro normativo e dalla legislazione sulle offerte pubbliche di acquisto. Se i diesse ambiscono ad avere società quotate pienamente contendibili, sul modello americano, non devono fare altro che inserire questo punto nel loro programma dei sogni, avendo ben presente che Rifondazione e l’estrema sinistra si sono già espresse contro l’”instabilità”, soprattutto occupazionale, creata dalla scalabilità delle società quotate. Altro punto di un programma autenticamente riformista dovrebbe essere la revisione, meno timida di quella compiuta un paio d’anni fa da Tremonti, della normativa fiscale delle cooperative, per esaltarne l’autentica funzione mutualistica e disincentivarne le tentazioni di abuso di posizione dominante. Ma cosa c’è di meglio che rievocare la “lezione di Berlinguer”?

”Siamo un partito sano, di gente per bene, e la lezione morale e politica di Berlinguer non solo l’abbiamo ben presente e viva nei nostri cuori, ma la facciamo vivere ogni giorno con la nostra concezione della politica, con il nostro modo di intendere l’impegno, con i valori morali e politici a cui ispiriamo il nostro comportamento”.

Personalmente, non abbiamo mai capito (neppure quando ascoltavamo i suoi comizi e leggevamo le sue interviste) se Berlinguer intendesse la questione morale come assoluta separatezza tra affari e politica, e quindi fissazione di regole del gioco certe e definitive, oppure se il suo fosse un assai più banale richiamo moralistico e neo-pauperista contro il denaro e la corruzione morale che esso implicherebbe, secondo l’antica tradizione comunista. Certo è che un piccolo sforzo per attualizzare un pensiero vecchio di un trentennio, nell’era della globalizzazione, i diessini potrebbero e dovrebbero compierlo. Fassino, poi, ringrazia

“Il sentimento di solidarietà di Romano Prodi e dei leader di centrosinistra. Hanno avuto sensibilità ed amicizia nei nostri confronti in un momento così difficile, di non lasciarci soli ed esprimere solidarietà e sostegno.”

E meno male, visti i toni usati dal correntone diesse, da Di Pietro e dai rutelliani negli scorsi giorni. Ma di fronte alla poco piacevole prospettiva di segare il ramo su cui si è seduti, sono già in corso contatti per ricucire lo strappo, con dovizia di sociologismi programmatici e consueto diluvio di benaltrismi.
Che il giocattolo sia se non rotto almeno ammaccato, è testimoniato dalla formidabile offensiva mediatica che vede impegnato tutto lo stato maggiore diessino “sulle reti controllate da Berlusconi”: ieri sera comizietto di venti minuti di Veltroni da Fabio Fazio, durante il quale il sindaco di Roma ha tentato di rispolverare il vecchio arnese cospirazionista, utilizzato da Consorte negli interrogatori:

La politica italiana corre il rischio di un ”imbarbarimento” tale che, secondo Walter Veltroni, ”se fosse vero quanto detto da Cossiga, allora il Watergate sarebbe piccola cosa in confronto”. Il sindaco di Roma ha espresso questo dubbio questa sera nel corso della trasmissione ‘Che tempo che fa’. Riferendosi alle intercettazioni relative al caso Unipol e riguardanti le telefonate tra Fassino e Consorte, Veltroni ha giudicato ”molto grave” quanto dichiarato nei giorni scorsi da Cossiga: ”quelle intercettazioni non sono state trasmesse. Però qualcuno ha preso quei nastri e li ha portati al Giornale, quotidiano di proprietà del presidente del consiglio”.
Di questo passo secondo la Veltroni la politica rischia di cadere in un imbarbarimento tale da mettere a repentaglio lo stesso Paese. ”Se fosse vero quanto detto da Cossiga – ha sottolineato Veltroni – allora il Watergate sarebbe piccola cosa in confronto”.

Da un amerikano come Uòlter, il riferimento al Watergate appare un atto dovuto. Interessante notare che quando vengono pubblicate, secondo le stesse modalità, intercettazioni relative a Berlusconi, i diesse e la sinistra abitualmente invitano a non guardare il dito delle trascrizioni, ma la luna del contenuto delle medesime. Purtroppo per i diesse, sembra che il loro interlocutore privilegiato abbia deciso di sposare la linea-Mieli: l’attacco al cuore del sistema diessino per tentare di portare quel partito nel ventunesimo secolo, e non appare quindi disposto a comprare nessun best seller cospirazionista:

”Non vorrei che qualcuno usasse una pratica diffusa sin dai tempi di Giulio Cesare: quella di vedere finti complotti o inventarsi nemici per togliere l’ attenzione dai problemi veri e tenere insieme la propria parte”. Lo ha detto il presidente di Confindustria e Fiat, Luca Cordero di Montezemolo, rispondendo a una domanda sulla vicenda Unipol e sulle polemiche politiche ad essa collegate.
”Dalla scorsa primavera – ha ricordato Montezemolo – abbiamo richiamato, anche in termini crudi, le preoccupazioni sempre crescenti sull’ intreccio perverso tra politica e affari, su speculazione e lavoro, sulle incursioni al di fuori delle regole. Le nostre prese di posizione sono però state accolte da un assordante silenzio da parte del mondo politico”.

Ma niente paura, vediamo all’orizzonte un bel Codice Etico, con tanto di solenne manifestazione popolare, del tipo già visto alle Primarie.

UPDATE: Con grande anticipo rispetto al tradizionale quindicennio revisionista, D’Alema prende le distanze dalla salvifica opa su Bnl. E ora, povero Piero, quali pareti vetrate tenterà di scalare?

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