Ma noi siamo diversi – 3

Nel suo libro, Ricolfi individua alcune gravi malattie della comunicazione politica della sinistra. In sintesi, esse sono:

L’orgia di schemi secondari: cioè le razionalizzazioni a posteriori, le spiegazioni che non spiegano ma cercano di salvaguardare l’integrità del proprio schema mentale precostituito. Freud le chiamava razionalizzazioni, per Lazarsfeld si tratta di esposizione selettiva all’informazione, mentre per lo psicologo Leon Festinger si tratta di schemi di riduzione della dissonanza cognitiva, la più potente spiegazione della sopravvivenza delle false credenze, nonché dell’ampio ed universale ricorso agli schemi secondari nella vita quotidiana. Festinger cita, a supporto della propria tesi, l’episodio realmente accaduto di una setta americana dei primi anni Cinquanta, che attendeva la fine del mondo. Un giorno, la fondatrice della setta annunciò che un certo giorno si sarebbe verificata un’inondazione enorme, da cui si sarebbero salvati solo i credenti, messi in salvo su dischi volanti. Quando, il giorno indicato, l’inondazione non si verificò, la fondatrice disse che “i Guardiani” avevano deciso di salvare il pianeta come premio per la fede dei credenti, i quali divennero più fedeli che mai. Questa è la prima malattia della sinistra italiana: il rifiuto a confrontarsi con la realtà fattuale, cioè il rifiuto del fallibilismo epistemologico, cioè l’antitesi del pensiero liberale. Superfluo aggiungere che a sinistra, quando la teoria viene disconfermata empiricamente, una delle principali reazioni adottate per ridurre la dissonanza cognitiva non è la revisione della teoria, bensì lo sviluppo di teorie cospirazioniste, la ricerca spasmodica del Grande Vecchio, responsabile del dirottamento della Teoria.

La seconda malattia che affligge il linguaggio della sinistra è la paura delle parole, cioè il divieto di usare parole crude e potenzialmente discriminatorie. E’ il trionfo del politicamente corretto, la cui affermazione colpisce essenzialmente tre categorie di espressioni:

    Le parole da sempre usate in senso spregiativo o derisorio (quali puttana, frocio o, negli Stati Uniti, nigger);Le parole il cui referente è un individuo o un gruppo in qualche modo svantaggiato, ma che prima dell’affermazione della polizia psicolinguistica erano usate in modo sostanzialmente neutro (invalido, cieco, sordo, povero, negro, paralitico, vecchia);

    Le parole o particelle che grammaticalmente sono maschili ma si riferiscono a entrambi i generi, come chairman, o avvocato, ministro o capoufficio.

Uno degli effetti collaterali non intenzionali di questa epurazione linguistica è stata la circostanza per cui parole un tempo neutre e parte del senso comune non sono scomparse dal vocabolario, ma hanno iniziato ad essere utilizzate in modo spregiativo, per reazione di sfida al conformismo imposto dal politicamente corretto. Altro effetto collaterale di questa censura è rappresentato dal timore di usare termini troppo crudi, che ha indotto i media ad autocensurarsi. Assistiamo così al trionfo di una descrizione dolciastra e a pasta molle di una realtà che ci viene invece quotidianamente veicolata, in tutta la sua crudezza, dalle immagini: una divaricazione straniante, di cui spesso tentano di approfittare squallidi personaggi televisivi, per titillare la morbosità di una audience ormai linguisticamente castrata.

La terza malattia linguistica della sinistra è l’uso ed abuso del linguaggio codificato. Ogni partito utilizza un linguaggio in codice: è perfettamente razionale e logico che sia così, dovendo “scaldare il cuore” ai propri militanti. Ma le cose si complicano quando si tratta di rivolgersi a tutto l’elettorato, per acquisirne nuove quote. Quando ciò accade, i partiti della sinistra mostrano tutta la loro propensione all’uso di termini oscuri, di un linguaggio involuto e criptico che deve fare pesante ricorso a termini altamente generici e caratterizzanti. Diverso l’approccio di Berlusconi, al quale dovrebbe almeno essere riconosciuto il merito storico di avere innovato i canoni della comunicazione politica italiana. Considerate quanto siano programmaticamente pregnanti (e vincolanti per il proponente) queste parole:

I come inglese, I come informatica, I come impresa

Alle quali il centrosinistra non riesce ad opporre nulla, se non questa goffa imitazione rutelliana, peraltro già rapidamente caduta nell’oblio:

I come Italia, I come identità, I come innovazione

Quale delle due proposte “programmatiche” vi appare più concreta, operativa ed impegnativa? Avete dubbi al riguardo? E proprio in questa vincolatività linguistica si cela la vulnerabilità di Berlusconi: se ciò che ha promesso in modo così linguisticamente trasparente ed intelligibile non si è realizzato, o si è realizzato solo in parte, sarà molto più facile per la sinistra sbeffeggiarlo, accusandolo di non aver mantenuto le promesse. Ma la sinistra non ha motivo di gioire eccessivamente per questo “smascheramento”, perché essa stessa è priva di un programma. Le differenze programmatiche al suo interno sono così accentuate che, se solo il suo leader pro-tempore (oggi Prodi) tentasse di uscire dall’ambiguità e dall’astrazione, finirebbe con l’essere sbranato da distinguo, prese di distanza ed accuse di “tradimento dello spirito unitario”. Meglio quindi allontanarsi dalla realtà delle cose, meglio usare le “parole di nebbia”. Ecco perché l’elettorato non avrà nessun programma unionista prima delle elezioni.

E’ interessante comparare la storia dei nomi che centrodestra e centrosinistra hanno assunto nella Seconda Repubblica: alle elezioni del 1994, ad esempio, il centrodestra utilizzò, nelle regioni meridionali, la definizione di “Polo del Buongoverno”, che non a caso trasmetteva un messaggio di paternalismo, mentre al Nord si scelse “Polo della Libertà” per suggerire l’idea di deregulation cara ai “produttori” delle regioni più operose del Paese. Il centrosinistra, dal 1994 ad oggi, è sempre stato impegnato, nella migliore delle ipotesi, a definirsi per negazione dal centrodestra. Grande Alleanza Democratica? Significa forse, nemmeno troppo subliminalmente, che in Italia esistono partiti che non accettano le regole della democrazia? Oggi, dopo defatiganti speculazioni, che si svolgono sempre in prossimità del lettino dello psicanalista, siamo giunti a Unione. Il vuoto siderale.

Del razzismo etico, che rappresenta la quarta malattia, non linguistica ma antropologica, abbiamo già scritto. L’elettorato di centrodestra è ripartito, per usare la tassonomia elaborata da Umberto Eco nel 2001, tra Elettori Motivati (gretti, straboccanti di self-interest, più propriamente ladri) ed Elettori Affascinati (incolti, asociali, teledipendenti, ammalati di consumismo). Il confronto è quindi tra il Bene ed il Male, tra “cultura” e “ignoranza”, tra interesse e disinteresse, tra avidità e neoumanesimo filantropico. Vale la pena di ricordare che, mentre Berlusconi attacca frontalmente la leadership ed i gruppi dirigenti del centrosinistra, accusandoli di essere la reincarnazione del Maligno comunista, egli non usa mai toni astiosi, sprezzanti e dequalificanti nei confronti dell’elettorato di centrosinistra, che tende a considerare come un’entità “fuorviata” dal Bene per colpa dell’azione della classe politica di sinistra. Dall’altra parte, invece, il fuoco di sbarramento e disprezzo tende a ricadere in modo indifferenziato su eletti e (soprattutto) elettori di centrodestra, e ciò malgrado qualche timido tentativo (tatticamente e strategicamente corretto) da parte di alcuni dirigenti del centrosinistra (soprattutto Rutelli e D’Alema, negli ultimi anni) di dialogare anche con l’elettorato di centrodestra, per comprendere le ragioni della scelta di voto, anche ricordando che le analisi dei flussi elettorali confermano che per Forza Italia hanno votato e votano anche i ceti sociali meno abbienti. Ma si tratta solo di iniziative individuali e di cortissimo respiro, destinate ad essere travolte dal complesso di superiorità morale che caratterizza geneticamente lo schieramento di centrosinistra. Riflettano, gli elettori di centrosinistra: l’odio per Berlusconi rappresenta un programma intrinsecamente fragile, per usare un eufemismo.

UPDATE: Barbapapà Scalfari, il Sommo Vate del “diverso sentire” del popolo progressista, scende in campo per ribadire la superiorità morale del suo schieramento preferito: il racconto di Mario Sechi.

UPDATE2: Scalfari appare irresistibilmente attratto dal costruttivismo: l’altroieri fascista (hat tip Fausto Carioti), ieri comunista, oggi razzista etico.