Lo smemorato che la sera andava in via Veneto

Lo sappiamo, cari lettori. Siete stanchi di leggere post dedicati a Eugenio Scalfari. Siamo stanchi anche noi di scriverne, ma come ci si può esimere dal debunking delle idee balzane di un uomo che ha fatto della malafede la misura della propria attività professionale, negli ultimi sessant’anni? La consueta omelia domenicale di Scalfari, questa settimana, è stata dedicata (ma no?) al discorso di Montezemolo all’assemblea annuale di Confindustria. Tralasciamo la lettura scalfariana di Mentana come longa manus del neoqualunquismo berlusconiano, contro il quale Prodi e l’Unione combattono stoicamente e con alterne fortune ormai da anni. E’ un’altra, l’argomentazione che ci interessa. Da sempre, gli schieramenti politici tentano di tirare dalla propria parte gli imprenditori. E’ una cosa fisiologica, in una democrazia ove sono presenti una pluralità di gruppi d’interesse. Quello che è singolare è che, quando la cooptazione del gruppo d’interesse fallisce (o più propriamente viene rinviata, nelle more del negoziato), la tribù politica lancia anatemi contro i reprobi. In questa attività, il centrosinistra possiede un’indiscussa expertise, grazie al moralismo di cui è permeato. A Montezemolo è già stato riservato, mesi addietro, un trattamento preferenziale.

Ricordate la polemica sollevata da Giuliano Amato sui pericoli dell’antipolitica, sul “rischio” che anche in Italia nascesse un Pym Fortuyn? Polemica di rara bassezza morale ed intellettuale, oltre che di crassa ignoranza. Pym Fortuyn era definito xenofobo, dai mainstream media europei, per aver avuto la gravissima colpa, in Eurabia, di essersi ribellato ai sermoni dell’imam di Rotterdam, che definiva “maiali” gli omosessuali come Fortuyn. Ma questi erano dettagli. Per la sinistra europea moralmente superiore, l’olandese era uno xenofobo razzista che cocciutamente non accettava di divenire un dhimmi. In Italia, dove si legge poco e male, e preferibilmente gli sms o i risvolti di copertina, Amato suonò l’allarme, che fu prontamente ripreso dal vicedirettore di Repubblica, Massimo Giannini, che si affrettò, con supremo sprezzo del ridicolo, a individuare nel presidente di Confindustria l’aspirante Pym Fortuyn italiano, il pericolo da esorcizzare e neutralizzare. Il casus belli fu dato dalla crescente insofferenza di Montezemolo verso la demenziale politica economica del governo Prodi, il manganello mediatico fece seguito.

Anche oggi, a distanza di alcuni mesi, il blocco unionista continua a guardare a Montezemolo con sospetto, e l’editoriale di ieri di Scalfari ne è la conferma. Fa quasi tenerezza vedere i pretoriani ulivisti mentre tentano di difendere disperatamente la gestazione del Partito Democratico, nel timore che l’implosione del sistema politico travolga questa costruzione sintetica e senz’anima, popolata da tromboni anziani (già nella stanza dei bottoni) e giovani (si fa per dire, molti di loro avendo superato la quarantina), che non vedono l’ora di essere cooptati dal sistema nel quale già oggi nuotano, felicemente sussidiati. Sulla presa di posizione di Montezemolo ci siamo già espressi: il personaggio non ha la verginità politica per pontificare, ma alcuni suoi strali sono condivisibili. Tornando alla predica domenicale di Scalfari, dalla quale traspare soprattutto il livore di un anziano signore che mal sopporta che qualcun altro, oltre a lui, teorizzi sul sistema-paese italiano, c’è n’è una che ci colpisce per la sua inconsistenza logica. Scrive Scalfari, rivolgendosi a Montezemolo:

“Lei non ha parlato delle violazioni delle regole di mercato. Uno dei suoi vicepresidenti seduto accanto a lei ne rappresenta un luminoso modello: quello di aver controllato fino a ieri la più grande società per azioni italiana rischiando in proprio l’1 per cento del capitale. Sono questi i meriti da imitare e riconoscere?”

Se in Italia vi sono regole che consentono la quotazione di scatole cinesi, di chi è la colpa? Secondo noi, di un sistema politico incapace di creare e mantenere una vera democrazia industriale, fatta di competizione, liberalizzazioni e tutela dei consumatori. Secondo Scalfari, invece, la colpa è dei singoli che hanno vissuto dentro -ed utilizzato- il sistema delle regole create dalla politica. Perdonateci se reiteriamo per l’ennesima volta che il caso citato da Scalfari rappresenta il più eclatante fallimento di statuizione delle regole nella recente storia italiana, con Telecom privatizzata dieci anni fa da un governo (il primo di Prodi) che ha trasformato un monopolio pubblico in privato, e ha agito da brasseur d’affaires per consentire che imprenditori squattrinati controllassero, rischiando poco o nulla in proprio, una delle più importanti aziende italiane, sulla pelle e sulle tasche dei consumatori-utenti.

Vorremmo ricordare a Scalfari, in questo quadro di regole e leggi che si applicano per i nemici e si interpretano per gli amici, che il sistema delle scatole cinesi, da egli tanto esecrato, ha rappresentato e rappresenta lo strumento col quale l’imprenditoria amica e prossima alla sinistra riesce a perpetuare il proprio potere. Basti citare il controllo azionario di Unipol, oppure il modo in cui il sodale ed ex socio in affari di Scalfari, Carlo De Benedetti, ha costruito il proprio impero industriale e mediatico. Scriveva una decina di anni fa Salvatore Bragantini, nel suo bel libro Capitalismo all’italiana, ripubblicato nel 2005 in una nuova edizione ampliata ed aggiornata:

“Il gruppo De Benedetti vede al suo vertice la holding Cofide, controllata al 40 per cento circa dalla famiglia di Carlo De Benedetti. Cofide controlla, oltre ad alcune attività minori, il 40 per cento circa del capitale della CIR, la quale a sua volta controlla al 20 per cento circa la Olivetti, oltre ad altre società quotate, come la Sasib, la Sogefi e la Rejna. Tutte queste società sono quotate in Borsa, tutte rientrano nel “gruppo De Benedetti”, in tutte il controllo effettivo è della famiglia, in tutte il management risponde di fatto a Carlo De Benedetti. Eppure, a lui fa capo solo il 2-3 per cento del “possesso integrato” del gruppo che porta il suo nome. Ciò significa che se tutte le società che compongono la cascata di controllo fossero fuse, la famiglia De Benedetti deterrebbe solo il 2-3 per cento della società risultante dalle fusioni. La cosa è apparsa evidente nel settembre ’95, quando la Olivetti ha lanciato un aumento di capitale di 2250 miliardi, e i giornali hanno riportato che il contributo della famiglia De Benedetti all’operazione sarebbe stato di circa 50 miliardi, che essa avrebbe versato in Cofide, società posta al vertice della catena di comando. Appunto, il 2 per cento circa.”

Tanto dovevamo (per oggi) a Scalfari, lo smemorato che la sera andava in Via Veneto.

ADDENDUM: per la serie giovani tromboni (e un po’ paraculi) crescono, suggeriamo la lettura del post di Alberto Bisin su noiseFromAmerika