Notizie che non lo erano e debunking farlocchi

Sta rapidamente producendo onde nello stagno italiano l’articolo del bravo Maurizio Molinari, corrispondente de la Stampa dagli Stati Uniti, secondo il quale il Fondo Monetario Internazionale starebbe meditando di erogare aiuti al nostro paese per la cifra monstre di 600 miliardi di euro. Della notizia non vi è però traccia sulla grande stampa internazionale, e quando accadrà sarà per effetto di rilanci da parte dei corrispondenti dall’Italia.

Nulla di inedito, nel pezzo di Molinari, rispetto a precedenti analoghe congetture. Cambiano solo i numeri. Che sono così elevati da riportarci alla casella di partenza delle abituali ipotesi:

«L’entità della cifra è tuttavia tale da rendere difficile per il Fmi operare solo sulla base delle risorse attualmente disponibili. Dovrebbero essere incrementate e per farlo ci sono diverse possibilità: dall’emissioni di nuovi Diritti speciali di prelievo a interventi coordinati con la Banca centrale europea guidata da Mario Draghi»

Con queste precisazioni, la notizia semplicemente non è tale. La ricapitalizzazione del Fmi attraverso emissione di nuovi DSP (Diritti Speciali di Prelievo, la “moneta” del Fondo) rischia di causare sconvolgimenti nell’assetto “proprietario” della istituzione guidata da Christine Lagarde. Gli asiatici, Cina in testa, ma anche l’America Latina con il Brasile, potrebbero contribuire più dell’Europa e degli Stati Uniti in crisi, realizzando una sorta di takeover sulla istituzione globale più “occidentale” che sia mai esistita. Analogamente, l’ipotesi che sia la Bce a prestare al Fmi, creando moneta, si scontrerebbe con i veti tedeschi. Ci sarebbe anche un problema aggiuntivo, per i mercati: ogni prestito del Fmi è senior rispetto agli altri crediti. Chi comprerebbe più Btp italiani, sapendo che il proprio credito sarebbe subordinato al rimborso del Fondo? E via, con nuovi casini. A noi questa “notizia” di Molinari sembra proprio inesistente. O forse largamente prematura e frutto di congetture e/o wishful thinking. Vedremo.

Altra notizia che ha fatto i titoli dei giornali online ieri e di quelli cartacei oggi è quella relativa al “dimagrimento” delle tredicesime, annunciata con l’abituale clamore dalle sedicenti “associazioni dei consumatori”. Quest’anno, scolpiscono gravemente gli ineffabili Elio Lannutti e Rosario Trefiletti, ci saranno 800 milioni in meno di monte-tredicesime, per la prima volta da vent’anni. Tanto basta ad agenzie e giornali per intonare le solite geremiadi sulle tredicesime “che se ne andranno in tasse, accise, canone Rai, moriremo tutti e così spero di voi”. Premesso che, al solito, la metodologia attraverso la quale si producono questi fragorosi lanci di agenzia da parte dei “consumatori” non è nota, sarebbe stato meglio spiegare il dato (ammesso di volerlo prendere per buono) in modo più sobrio.

E cioè: il numero di occupati è in calo in Italia, quindi lo è anche il monte retributivo totale nominale, di cui le tredicesime sono parte integrante. Occorreva quindi dimostrare che la flessione del numero di occupati non compensa l’eventuale incremento delle retribuzioni nominali di chi è ancora occupato. Tutto qui. Ma in quel caso sarebbe stato lecito titolare la notizia con “Retribuzioni in calo“, senza enfatizzare che trattasi del monte-retribuzioni nominale complessivo? Perché così titolando, qualcuno che ha conservato il proprio lavoro potrebbe credere che possa trattarsi di un taglio alla sua retribuzione. Ma si sa, quando ci sono di mezzo consumatori e stampa la realtà è la vittima designata. Tutto nel calderone, buttiamola in caciara.

Altro appunto, per il pezzo comparso ieri su Italia Oggi a firma di Marco Cobianchi, in cui si bacchettano Alesina e Giavazzi in primo luogo per la loro “bocconianità” (sarebbe certo stato meglio se i due provenissero dal Cepu), e in seguito per la loro presunta “superficialità” nell’accusare la Bundesbank di aver monetizzato il debito federale tedesco, nella famosa asta andata male in settimana. Cobianchi leva il ditino al cielo, precisando che nessuna banca centrale in Eurozona può acquistare sul mercato primario, cioè in emissione. La Bundesbank, quindi, non avrebbe monetizzato il debito bensì agito nell’interesse dell’Agenzia Federale del debito pubblico, Finanzagentur:

«Ma è abbastanza normale che la Finanzagentur non trovi acquirenti e che perciò li trattenga [i titoli del debito pubblico, ndPh.] attraverso la Bundesbank, ma non vendendoli alla Bundesbank»

No, illustre Cobianchi. Che significa “trattenere” i titoli di debito pubblico “attraverso” la Bundesbank? Risponda a questa banale domanda: chi ha comprato quei titoli, accreditandone il controvalore al Tesoro tedesco? Glielo diciamo noi: la Bundesbank, utilizzando non il conto proprio, operazione in effetti vietata dai trattati europei in quanto acquisto all’emissione di debito pubblico, bensì il conto terzi, che salva la forma. Ma non la sostanza, quando il 40 per cento di un’asta viene classata in questo modo. E sarebbe altresì utile chiedere a Finanzagentur e alla Buba in quanti giorni questo “inoptato” viene ricollocato sul mercato. A meno che Cobianchi scopra che quei titoli non sono stati emessi ma solo “prenotati”, cioè inseriti in un conto d’ordine della Bundesbank senza accreditare contestualmente il conto di tesoreria del governo federale, cioè senza creare moneta, anche solo temporaneamente. Ma prima deve scoprirlo, e solo in seguito potrà bacchettare i professori bocconiani che “prendono lucciole per lanterne”.

Update – Molinari dettaglia da dove arriverebbero i 600 miliardi di euro, rispondendo a Ferruccio De Bortoli. Si conferma che si tratta di un esercizio teorico, non di una notizia.

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