Dove vanno le nostre tasse? Saperlo è futile, senza un come ed un perché

di Vitalba Azzollini

Ogni iniziativa orientata alla trasparenza è sempre apprezzabile, specie in una realtà qual è quella italiana, ove la pubblica amministrazione stenta a diventare la “casa di cristallo” immaginata da Turati e la democrazia rappresentativa non sempre è quel “regime del potere visibile” di cui parlava Bobbio. Ma la disclosure può sortire effetti virtuosi solo se a chiunque eserciti un potere discrezionale non sia “concesso di tenere per sé le sue intenzioni” (Jefferson): cioè quel complesso di valutazioni, sottese alle sue scelte, destinate a divenire azioni che incidono sulla vita dei cittadini. Se, invece, la trasparenza si risolve in una mera esposizione di numeri – inidonea a far capire l’iter decisionale che ne è a fondamento e l’adeguatezza delle politiche di cui quei numeri sono espressione – rischia di restare un’operazione scenografica fine a se stessa.

Questa premessa serve a introdurre l’iniziativa dell’Agenzia delle entrate di cui al comunicato stampa del 2 aprile scorso:

«…da quest’anno i cittadini che hanno presentato la dichiarazione dei redditi nel 2017, potranno conoscere come sono state distribuite le imposte relative al 2016, accedendo al proprio cassetto fiscale o nella dichiarazione precompilata. E’ un progetto voluto da Agenzia delle entrate e ha come obiettivo principale quello di migliorare il senso di partecipazione dei cittadini troppo spesso considerati soltanto contribuenti. (….) Prendendo ad esempio un contribuente che ha 10mila euro di imposte relative al 2016, saprà che 2.125 euro sono stati destinati alla voce previdenza e assistenza, 1.934 euro sono andati alla sanità, 1.090 euro all’istruzione, 882 euro a difesa, ordine pubblico e sicurezza, 832 ai servizi erogati dalla Pubblica Amministrazione e così via»

L’iniziativa è tesa a favorire la “partecipazione dei cittadini”, quindi il loro controllo sull’esercizio del potere: ma l’esposizione di alcune percentuali di spesa in determinati settori – come esemplificato nel comunicato – non consente di certo al contribuente di verificare i criteri in base ai quali qualche decisore ha stabilito quella specifica ripartizione delle sue tasse e non, invece, una ripartizione diversa; né di avere informazioni sull’efficacia della spesa nei singoli ambiti e, quindi, delle politiche che quella spesa ha finanziato. Al fine di “conoscere per deliberare” serve altro: pertanto, l’operazione-trasparenza, così come spiegata nel comunicato citato, non sembra avere molto senso. Ma andiamo oltre.

L’idea dell’Agenzia delle entrate sembra mutuata da quella dell’amministrazione Obama che, con il programma Online Taxpayer Receipt (attualmente abbandonato), aveva lo scopo di consentire ai cittadini americani di verificare online i settori nei quali venivano spesi i dollari da essi versati in tasse federali. “Una sorta di portafoglio dei vostri investimenti fiscali per la nazione”, affinché i singoli, “sollecitati strategicamente”, fossero indotti a “rafforzare la lealtà fiscale” (M. Motterlini).

Esporre il modo in cui vengono impiegati i soldi di ogni contribuente può rappresentare un nudge, una spintarella per indurlo a pagare puntualmente le tasse a uno Stato accountable. Tale disclosure in USA trova le proprie basi nel c.d. policy cycle, cioè in un processo di elaborazione trasparente e coordinato delle politiche pubbliche (definizione del problema da affrontare, analisi preliminare delle ipotesi alternative, scelta di quella da attuare, monitoraggio dell’azione selezionata, verifica a posteriori dei risultati): costituiscono parte integrante di tale ciclo le valutazioni di soggetti indipendenti sull’efficacia delle misure adottate (basti pensare al Government Accountability Office statunitense, ma anche al National Audit Office in UK).

Tali valutazioni attengono non a profili di merito ma all’impatto delle scelte dei decisori, e vengono divulgate così da rendere sindacabile l’operato di questi ultimi da parte della collettività. In tale contesto, la online taxpayer receipt statunitense era una sorta di chiusura di quel policy cycle, un rendiconto finale ai contribuenti circa l’impiego dei loro soldi, a seguito di un processo trasparente e verificato.

Ma la realtà USA non è quella italiana, ove il termine accountability non è neanche tradotto e il nudge viene interpretato in modo provinciale, talora verso direzioni poco virtuose. In Italia, i diversi attori del processo di definizione delle politiche pubbliche agiscono in modo non sinergico e parimenti frammentati sono i controlli operati dai soggetti preposti a verificare alcuni profili dei singoli provvedimenti (Dipartimento Affari Giuridici e Legali per gli aspetti normativi, Corte dei Conti per quelli finanziari, Ufficio Parlamentare di Bilancio per gli effetti macroeconomici ecc.).

Soprattutto, manca un ente indipendente che compiutamente accerti se i risultati ottenuti da una certa misura siano rispondenti a quelli prefissati e, in caso negativo, quali errori ne abbiano inficiato la validità: l’Ufficio Valutazione Impatto del Senato, di recente costituzione, non svolge un esame sistematico delle misure adottate dai decisori. “La posizione dell’Italia in questo ambito è ancora di sostanziale arretratezza. (…) forse a causa di una scarsa diffusione della cultura della valutazione o forse per timore dell’esito a cui si potrebbe giungere”. Dunque, la online taxpayer receipt italiana si traduce in qualche numero calato dall’alto, che lascia i cittadini nella beata ignoranza: quindi, difficilmente potrà convincerli che lo Stato tassatore è affidabile e che “pagare le tasse è bellissimo”.

E se si passa al “merito”, cioè alle modalità in cui vengono usate le entrate fiscali, le conclusioni non cambiano. Si dubita molto del fatto che i contribuenti verranno indotti a essere più ligi leggendo che la percentuale delle loro tasse spesa per interessi sul debito pubblico è all’incirca pari a quella impiegata per l’istruzione: di certo, non i contribuenti coscienti del fatto che il debito pubblico italiano (misurato dal contatore dell’Istituto Bruno Leoni) è il secondo in Europa e il terzo al mondo e che le somme necessarie a ripagarlo vengono sottratte a impieghi migliori, ad esempio per l’istruzione – appunto – alla quale l’Italia destina meno fondi rispetto a molti altri Paesi; né i contribuenti che, vedendo l’ammontare delle loro tasse riservato ai pensionati, si chiedano ad esempio come mai i giovani avulsi da percorsi lavorativi, educativi e formativi non godano di analoghe attenzioni.

Un cittadino consapevole troverà nella ricevuta fiscale la conferma che buona parte dei suoi redditi viene fagocitata da uno Stato “famelico e sciupone” (O. Giannino), il quale persiste a praticare politiche dall’efficacia indimostrata e ad accrescere il debito che grava sulle generazioni presenti e future (con buona pace di chi ricorre a ricostruzioni fantasiose).

Il comunicato dell’Agenzia delle entrate rimarca la bontà dell’iniziativa rivolta a cittadini “troppo spesso considerati soltanto contribuenti”. Ma i contribuenti sono coloro i quali forniscono i mezzi necessari per far funzionare la macchina dello Stato e ai quali, di conseguenza, quella macchina deve fornire servizi adeguati alle tasse pagate: questo è il vero “rendiconto” del modo in cui vengono spesi i loro soldi. Se invece si dà loro in pasto qualche percentuale, essi non sono “soltanto contribuenti”: sono “sudditi”, a ogni effetto.

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