Il deficit coi fichi secchi

Oggi i giornali sono un florilegio di analisi, congetture, retroscena, inferenze, interpretazioni, su quello che potrebbe realmente essere accaduto nella giornata di ieri, quando quello che appariva un governo praticamente già fatto da parte di M5S e Lega, ha prodotto una richiesta di altro tempo al capo dello stato. Visto che ormai questo è diventato il passatempo nazionale, cimentiamoci anche noi.

Intanto manca il nome del premier ma i nostri eroi hanno ribadito che prima vengono i programmi, poi i nomi delle persone. Un punto che è singolare e bizzarro tanto quanto la definizione di “governo neutrale” proposta dal capo dello stato giorni addietro, condita addirittura con la richiesta (del tutto incostituzionale) che i suoi membri non si candidino alle elezioni successive.

Come recita l’articolo 95, primo comma, della costituzione:

«Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei Ministri»

Singolare che si possa pensare di elaborare il programma di governo e poi chiamare qualcuno “da fuori” a realizzarlo. Possibile, per carità, ma certamente irrituale. Il premier prescelto potrebbe anche dichiarare che il programma gli sta bene, ma sarebbe difficile per lui sfuggire alla percezione di mero esecutore (a.k.a cameriere, col massimo rispetto per i camerieri), per ciò stesso fortemente sminuito nelle sue attribuzioni, soprattutto nei negoziati internazionali.

Ieri, per qualche ora, è circolato come premier il nome di Giulio Sapelli, vulcanico e pittoresco ultranazionalista cospirazionista, che da premier ci avrebbe regalato momenti di autentico spasso, soprattutto in occasione dei consigli europei, quando probabilmente avrebbe rampognato nel suo impeccabile tedesco Angela Merkel, rea di non aver mai vinto concorsi universitari né mai scritto quelle che lui chiama “monografie”.

Non sappiamo se abbia avuto peso, ma Sapelli ieri ha passato la mattinata a rivendicare alle agenzie di stampa proprio la fedele applicazione dell’articolo 95 della costituzione, oltre ad aver già designato come ministro dell’Economia quel Domenico Siniscalco, dal 2006 nel board di Morgan Stanley ed oggi citato a giudizio dalla Corte dei conti per il danno causato al Tesoro dall’utilizzo di derivati. Sapelli, che conduce un’aspra battaglia contro il capitalismo finanziario globalista che produce schiavi (a suo dire), partiva in effetti col piede giusto. Ma non si pretende che questi personaggi siano pure vagamente coerenti.

Bruciato (o autocombusto) Sapelli, i nostri eroi sono stati al Quirinale a chiedere più tempo, ottenendolo. All’uscita delle due delegazioni, d’incanto, abbiamo scoperto che i problemi di “armonizzazione” del “contratto” di governo si erano improvvisamente inaspriti, ed avvolgevano pressoché tutte le maggiori aree negoziali. Strano, però: domenica sera era tutto un “siamo pronti a riferire” ed ottimismo, mah.

Oggi sui giornali possiamo visionare pregevoli infografiche dove scopriamo che la gestione di immigrazione, grandi opere, fisco, welfare, conflitto d’interessi presenta seri problemi di conciliazione tra le due parti. Eppure nulla è accaduto, rispetto alla giornata di domenica, quando tutto sembrava fatto o quasi. Ad esempio, le coperture della flat tax leghista erano e restano frutto di un peyote party. Se infatti fosse un condono, andrebbe a valere sul nulla, visto che le varie rottamazioni di cartelle hanno già tolto la polpa al contenzioso, ed ora restano verosimilmente solo importi irrecuperabili:

In queste ore, e dopo le critiche in sede pentastellata, la Lega precisa che non di condono si tratterebbe bensì di una “pace fiscale” per i “falliti per tasse”, categoria non immediatamente identificabile. Anche la revisione della legge Fornero, con la sua “quota 100” era tutt’altro che inedita, domenica sera. Oggi sul Sole trovate un commento di Vincenzo Galasso in cui si spiega che la riforma è funzionale all’elettorato leghista, perché servirebbe a quanti hanno avuto percorsi contributivi costanti e regolari mentre gli altri, tra i quali i giovani, lo prenderebbero dove non batte il sole. Anche sul cosiddetto reddito di cittadinanza, nessuna novità. Costa sempre quei soldi e resta irrealizzabile, a meno che obiettivo sia quello di incentivare il nero e il crollo dell’offerta di lavoro. E quindi, che sarà mai accaduto, la notte tra domenica e lunedì? Mistero.

Forse qualcuno avrà rifatto i conti, realizzando che quanto promesso è materialmente infattibile, e che i vincoli non li mette la Ue o il Ragioniere Generale dello Stato bensì la realtà? Di certo, se servono tra i 70 ed i 120 miliardi nel primo anno, da qualche parte devono uscire, e pensare che ciò accadrà da revisione di spesa ed eliminazione di agevolazioni rischia di essere velleitario. Oltre che di mandare il governo a sbattere contro i titolari di quelle voci di spesa ed agevolazioni, ovviamente. A furia di promettere la luna, forse i nostri contraenti (o alcuni tra loro) hanno scoperto che serve essere realmente “rivoluzionari” e produrre un maxi deficit a pie’ di lista. Tutto passa da lì, il resto sono chiacchiere.

Ecco perché, in caso di rottura, la Lega potrà riprendere immediatamente la campagna elettorale scagliandosi contro i “vincoli di bilancio” e prendere in contropiede i grillini, che sinora si sono mostrati (a parole) ben più morigerati, chiedendo per il 2018 un esile deficit-Pil a 1,5% che servirebbe solo per calciare avanti di un anno le clausole di salvaguardia, senza finanziare alcuna “riforma” promessa. La riabilitazione di Berlusconi potrà servire a Salvini per fare massa ed avvicinarsi al fatidico 40%. Ma sempre lì torneremo, dopo le prossime elezioni: servono molti punti di Pil di deficit aggiuntivo e la modifica dell’articolo 81 della costituzione. Altrimenti non si andrà da nessuna parte: non si può fare deficit coi fichi secchi. Quello sarà il momento dirimente, in questa legislatura o nella prossima.

Chi farà campagna elettorale promettendo di rompere i vincoli europei di realtà, dovrà poi “consegnare”, come dicono gli anglosassoni. E quello sarà il momento della verità, per tutti. Voi nel frattempo vedete di mettere parte dei vostri risparmi nel Bund tedesco. Potrebbe tornarvi utile per difendervi dall’inevitabile “complotto della finanza internazionale” che partirebbe in caso di maxi deficit.