Carlo Messina e i patrioti repressi

Il Ceo di Intesa Sanpaolo presenta il maggior progetto di repressione finanziaria mai reso pubblico nella storia repubblicana

Sul Sole, il direttore intervista il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina. Che lancia un ovvio allarme debito pubblico, destinato a gonfiarsi a causa del collasso economico causato dal lockdown da pandemia. Vi preannuncio che non ci sono particolari originalità nella elaborazione di Messina; c’è invece quello che sappiamo da sempre: compensiamo ricchezza privata e debito pubblico non a mezzo di tassazione bensì attraverso repressione finanziaria, o meglio incentivazione per lo più fiscale, e spostiamo quindi la prima verso il secondo.

“I debiti vanno pagati”, disse Messina. Che poi è la frase che ci si aspetta da un banchiere. Ma lui va oltre, ben oltre. Se nell’immediato l’aumento del debito pubblico è la via obbligata per tenere in vita l’economia, nel più lungo termine serve altro. E cosa? Semplice: serve indirizzare sempre più risparmio privato sul debito pubblico.

La priorità è mettere in campo tutte le iniziative possibili per riportare il debito pubblico sotto controllo. L’Italia è ricca, molto più dell’Olanda e della stessa Germania. Stiamo parlando di 10 trilioni di euro, tra risorse delle imprese e risparmi delle famiglie.

Dopo questa premessa, Messina compie una evidente forzatura nella lettura dei dati:

Il problema è che soltanto una parte minima risulta investita in titoli del debito pubblico italiano. In totale solo il 4 per cento dei titoli di Stato è nei portafogli delle famiglie italiane. È da qui che occorre cominciare per una svolta.

Questo semplicemente non è vero. O meglio, questa è la percentuale di debito pubblico posseduta direttamente dalle famiglie, non certo il totale. Se sommiamo a questo dato il possesso indiretto, cioè la quota di debito pubblico presente nei fondi comuni e fondi pensione, si vedrebbe ben altra percentuale di possesso da parte delle famiglie. Poiché è del tutto improbabile che uno come Messina non sappia queste cose, direi che qui mente per finalità politiche, cioè per sostenere la sua tesi.

Il problema, o meglio ciò che Messina si prefigge, è di fare entrare nella testa dei politici questo concetto: le famiglie italiane hanno troppo pochi titoli di stato, e questo è inammissibile perché siamo in guerra. Contro noi stessi e da decenni, mi verrebbe da dire, ma eviterò di dirlo.

Che fare, quindi?

Va messo a punto un nuovo strumento finanziario che serva al Paese per reggere l’urto dei mercati. Occorre creare le condizioni affinchè gli italiani si convincano a spostare parte della loro ricchezza verso l’acquisto di titoli che potremmo chiamare bond sociali. Così ci sarebbe la possibilità, concreta, di far salire dal 3 al 10-20 per cento la parte del debito pubblico controllata dal risparmio privato italiano.

Come detto sopra, la percentuale di possesso di titoli di stato, diretta ed indiretta, da parte delle famiglie italiane, è già ora in doppia cifra, ma Messina vuole di più. In particolare, vuole “convincere” le famiglie italiane a liberarsi di attivi finanziari diversi da titoli di stato italiani. Meglio se i titoli da liquidare sono quelli esteri, detenuti in Italia nel proprio dossier titoli: che so, Bund tedeschi o anche Treasury statunitensi.

E ancora meglio se facciamo rientrare nel paese, per comprare Btp, capitali italiani fuoriusciti in qualunque modo:

Rendimenti competitivi, sgravi fiscali, scudo penale per chi trasferisce capitali dall’estero trasformandosi da esportatore di capitali in propulsore della ripresa e dell’accelerazione della crescita italiana. Ci sono ancora 100-200 miliardi di euro dei risparmiatori italiani fuori dall’Italia. Ora è arrivato il momento di farli rientrare. I possessori potrebbero cosi dimostrare di credere nel proprio Paese. Destinare queste risorse all’acquisto del bond sociali e al rifinanziamento delle imprese sarebbe un gesto apprezzabile e apprezzato.

Tutto chiaro, no? Italiani esportatori di capitali a cui viene concesso uno scudo penale per consentire loro di “dimostrare di credere nel proprio Paese”. Strane forme di patriottismo incentivato, diciamo. Unico problema è come pensare di rendere esentasse solo gli investimenti in Btp e non attirarsi strali, procedure di infrazione e ritorsioni protezionistiche dal resto del mondo. In caso il dottor Messina abbia idea di come farlo, attendiamo le sue precisazioni.

C’è poi il capitolo delle aziende fuoriuscite dall’Italia, per convenienza fiscale o fors’anche perché in Italia da sempre fare impresa è una moderna forma di tortura di stato. E anche per loro Messina ha la soluzione:

Nello stesso filone c’è il capitolo delle aziende che hanno trasferito la sede all’estero per ottenere vantaggi fiscali. L’emergenza sociale e l’aumento della disoccupazione rappresentano l’opportunità di voltare pagina riportando queste aziende in Italia. È l’occasione per affermare l’orgoglio di essere italiani.

Un altro esempio di orgoglio incentivato? E come? Non è dato sapere, al momento, ma contiamo su ulteriori dettagli del piano Messina. Torniamo alla canalizzazione di risorse verso i titoli di stato italiani: qui è già pronto un bel vincolo di portafoglio sul Tfr:

In Italia vengono accantonati ogni anno 26 miliardi di Tfr, i trattamenti di fine lavoro. Perché non creare le condizioni affinchè una parte venga investita in titoli pubblici esentasse?

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Anche qui, sempre più uova nello stesso paniere, in ossequio al patriottico principio di concentrazione degli investimenti, che ha mandato in soffitta il vecchio Markowitz e le sue ubbie. Anche qui, siamo sicuri ci siano margini per incentivi fiscali ad Italiam? Boh.

Seguono poi altre proposte, come la sempiterna e sempreverde valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico. Tutte le risorse così raccolte, con questo biblico esodo di risparmio privato verso i Btp, andrebbero alla sottoscrizione di un prodotto che già nel nome evoca l’ibrido della attuale fase storica, emergenziale ma anche di nuova socialità: i bond sociali, appunto.

I quali bond sociali servirebbero, par di capire, per combattere la povertà, erogare sussidi, sgravare le imprese dal fardello del debito, investire in infrastrutture materiali e digitali, fare credito alle imprese italiane che lanceranno la riscossa tricolore nel mondo. Deve trattarsi di un enorme bottino, per assolvere questa multiforme funzione. Beh, certo, visto di quali numeri stiamo parlando.

Se siete perplessi e timorosi che si tratti di soluzione problematica per i vostri egoistici interessi, state sereni: potrebbe andar peggio, anche senza piovere:

In questa situazione non si può imporre alle famiglie italiane, anche a quelle con redditi da 100 mila euro, di pagare dazio con prelievi tipo imposte patrimoniali o sul reddito. Ugualmente non è accettabile pensare di fare affidamento soltanto alle soluzioni attualmente in discussione sui tavoli europei.

Quindi, pensateci bene: o la repressione finanziaria dell’orgoglio italiano, o patrimoniale o addizionali Irpef. Scegliete. E, una volta che avremo canalizzato l’imponente risparmio privato, di famiglie ed imprese, verso i nostri titoli di stato,

Il risultato sarebbe certo: il dimezzamento dello spread. Uno scenario ideale per scatenare la vera forza italiana: la piccola e media impresa che, quando il mondo ripartirà, ha le carte in regola per riprendere spazi vitali e regalarci soddisfazioni adeguate.

Ehi, un momento: solo “il dimezzamento”? Ma non è giusto, io vorrei come minimo l’azzeramento, o magari lo spread della Germania sull’Italia! Vabbè, una cosa alla volta: a questa “fase 2” penseremo un’altra volta: magari dedicandoci al patrimonio immobiliare degli italiani.

Adelante, adelante, c’è un uomo al volante.

Di questa terra senza misura
Che già confonde la notte e il giorno
E la partenza con il ritorno
E la ricchezza con il rumore
Ed il diritto con il favore
E l’innocente col criminale
Ed il diritto col carnevale

(Francesco De Gregori)

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