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Bitcoin: battaglie perse, guerra vinta?

È saltato un nuovo tappo, nell’ascesa delle criptovalute al cielo della frenesia speculativa. Il catalizzatore, a questo giro, è stata l’autorizzazione da parte della SEC statunitense alla nascita di un Etf (Exchange Traded Fund) in futures sul bitcoin. Al di là dei limiti dello strumento, questo evento ha segnato un passo forse decisivo verso l’istituzionalizzazione delle criptovalute e il loro inserimento nei portafogli di investimento. Il braccio di ferro tra due forze opposte sta forse risolvendosi.

A maggio, durante il periodo del grande crollo delle criptovalute, assediate dal governo cinese e dai progetti digitali delle banche centrali, ho commentato in questi termini:

Come finirà? Le banche centrali hanno la missione ormai dichiarata di emarginare ed eradicare le criptovalute, ma quest’ultime si difenderanno al crescere della loro “istituzionalizzazione di mercato”, cioè della loro presenza nei portafogli tradizionali di investimento.

Se questa tendenza dovesse rafforzarsi, potrebbe raggiungere una massa critica di tipo finanziario e politico. Finanziario perché le criptovalute assumerebbero rilevanza sistemica, nel senso che stroncarle arrecherebbe enormi danni al risparmio e all’economia. Politico perché, proprio per evitare questa evenienza, farebbero la loro comparsa dentro e fuori dai parlamenti i “difensori dei risparmiatori”, richiedendo il loro voto.

Repressione cinese, migrazione a Ovest

In questi quasi sei mesi, abbiamo visto la Cina vietare tutto quello che è cripto, dopo aver spinto fuori dai propri confini i “minatori” di criptovalute, e questi ultimi rilocalizzarsi in Occidente, soprattutto negli Stati Uniti, spesso con bislacche sponsorizzazioni politiche. Poi, il presidente della SEC, Gary Gensler, una vita al confine tra Wall Street, Washington e accademia (ex Goldman Sachs ma anche docente universitario sui temi della tecnologia blockchain) ha preso a spingere con forza per mettere in sicurezza il sistema lungo precise linee d’azione.

In primo luogo, usando i noti acronimi, KYC e AML, cioè identificazione della clientela e norme antiriciclaggio. Poi, spingendo per supervisionare il mondo degli stablecoin, cioè delle monete digitali che riproducono uno a uno le valute fiat come il dollaro, e che sono il trait d’union tra i due mondi.

Gli emittenti di stablecoin, tra cui il più rilevante e discusso è Tether, affermano di garantire pienamente ogni unità emessa attraverso depositi in dollari ma anche obbligazioni societarie come carta commerciale e altri crediti. Sui quali tuttavia resta una certa nebbia. Il rischio, per i regolatori, è che in assenza di controlli puntuali possano verificarsi truffe.

La crescita nel volume di emissioni di stablecoin, che è parallelo al successo delle criptovalute, rischia di rendere questi criptodollari la leva di un rischio sistemico.

La lunga marcia verso le istituzioni

L’autorizzazione a commercializzare negli Usa un Etf che investe in futures sul bitcoin è, come detto, una pietra miliare nella istituzionalizzazione delle criptovalute. C’è da dire che lo strumento in sé non è particolarmente attraente, almeno per chi conosca le basi dell’investimento. I futures, detto tagliandola grossa, sono contratti a termine ad alta leva. Il prezzo a termine, salvo situazioni particolari ma relativamente rare, è di solito superiore a quello a pronti (il cosiddetto contango).

Ciò significa che comprare futures e rinnovarli a scadenza col contratto successivo (rollover) produce una perdita sistematica. Nel panorama di investimento globale c’è già l’esempio di un Etf in future sul petrolio, che nei suoi anni di vita ha prodotto risultati risibili rispetto al possesso del sottostante, proprio a causa del rollover.

Ma questo non ha intaccato l’entusiasmo di chi vede nell’autorizzazione di questo strumento la certificazione che le criptovalute sono parte a pieno titolo dell’universo investibile. Se a questo aggiungiamo l’altra tesi, invero piuttosto esile, secondo cui il bitcoin sarebbe una forma di protezione dall’inflazione, con tanto di dichiarazioni di mostri sacri di Wall Street che verosimilmente parlano per trascinare al rialzo le quotazioni dopo avere investito, ecco che la miscela si accende.

Le grandi case di investimento riprendono a dissertare sull’utilità di mettere una modica quantità di bitcoin nei portafogli, i convegni si moltiplicano, nuovi prodotti vengono lanciati o quelli vecchi subiscono restyling, e la palla di neve diventa valanga, alimentata dal timore di perdere il treno (Fear Of Missing Out, FOMO, secondo un ormai noto acronimo), e dalla più generale gamification degli investimenti da parte dei piccoli risparmiatori.

Il valore è negli occhi di chi compra

Ciò premesso, restano tutti i punti noti: le criptovalute hanno valore agli occhi di chi vi investe. Al momento valore intrinseco continua a non vedersene. Certo, esiste un’impressionante florilegio di applicazioni di cosiddetta finanza decentralizzata (DeFi, Decentralized Finance) che promettono mirabilie e attraggono capitali, anche se nessuna tra esse si è sin qui affermata come nuovo proiettile d’argento dell’intermediazione finanziaria senza intermediari.

Ma forse questo è parte del gioco: produrre “innovazione” per giustificare l’esistenza in vita della tesi di investimento. Il prezzo del token come valore attuale di un futuro iperbolico. Nel frattempo le case di investimento, in mancanza di fondamentali veri, sfornano previsioni di prezzo per le criptovalute sulla base dell’analisi tecnica, cioè della lettura dei grafici. “Se il prezzo rompe la resistenza Y, allora lo vediamo a X”. Un po’ come leggere i fondi del caffè e le foglie di the. Non a caso l’analisi tecnica è per definizione agnostica ai fondamentali del bene sottostante.

Le criptovalute sono davvero un rifugio contro l’inflazione, che proprio in questi mesi è tornata a scalare le classifiche dei trend delle ricerche su Google? Siamo sicuri? Forse perché sono create in un numero limitato di esemplari, secondo precisi algoritmi? Sì, ma anche qui il valore è negli occhi di chi compra. E non scordiamo la proliferazione di valute digitali “a tiratura limitata”, che già di suo è una contraddizione che fa sorridere.

Narrazione virale

Dopo tutto, non ci si deve meravigliare: i temi di investimento sono sempre più strettamente legati a narrazioni che diventano virali. Ne ha scritto magistralmente anche il Nobel Robert Shiller.

Riepilogo: le criptovalute sono ormai istituzionalizzate, quindi entrano nei portafogli di investimento. La tesi della loro soppressione per mano delle banche centrali e delle autorità si indebolisce. Basteranno identificazione della clientela, antiriciclaggio, controllo della copertura degli stablecoin, tassazione dei proventi? Se sì, per fare cosa di queste criptovalute?

A me pare che, dietro questo fenomeno, incluso ciò che da esso discende come lo sviluppo dei Non Fungible Token (NFT), che servono a creare una “scarsità digitale verificabile”, cioè un rarity value che regge la proposizione anti-inflattiva, ci sia soprattutto un motore primo: la abnorme creazione di liquidità da parte delle banche centrali, che dura ormai da lustri con intensità variabile ma crescente a ogni crisi.

Detto in altri termini, lungi da essere un antidoto ai timori di deprezzamento delle monete fiat, il mondo cripto ha creato la narrazione di scarsità, rarità e non inflazionabilità come base per il proprio successo. Una narrazione che si sta autoavverando grazie all’esplosione delle quotazioni. Inflazionare la rarità è l’ultimo ossimorico gioco di specchi dell’azione umana.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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