Quando la realtà ti fa la festa

Come se non bastasse la vera e propria picchiata nella traiettoria politica di Boris Johnson, che passa da uno scandalo all’altro creando crescenti tensioni nel partito Conservatore, il Regno Unito si appresta a vivere mesi di grandi difficoltà sociali ed economiche, in conseguenza sia di elementi di criticità globale che di decisioni autonome. Il tutto nello scenario di una Brexit largamente incompiuta. Ci sono tuttavia contraddizioni e problematiche che noi italiani conosciamo bene, e anche per questo motivo il “gemellaggio” tra i due paesi prosegue in forme singolari e inquietanti.

Della caduta libera di Johnson, che sta suscitando rabbia e sdegno per le sue partecipazioni a reiterati party a Downing Street durante i periodi di lockdown più duri, si è detto e si dibatte a tutti i livelli. I peones Conservatori stanno iniziando a mandare le famose lettere al comitato dei parlamentari per chiedere un voto sulla leadership.

Sfida alla leadership di Johnson

Serve il 15% dei membri del parlamento per andare al voto di eventuale sfiducia verso Johnson, che aprirebbe le danze per arrivare a un nuovo premier a Downing Street. Il partito è diviso, per usare un understatement, lungo molteplici linee. I Tories scozzesi, ormai minacciati di estinzione, chiedono esplicitamente le dimissioni del primo ministro e qualcuno ipotizza anche una secessione dal partito nazionale, per tentare di sopravvivere.

Altri attendono l’esito delle amministrative di inizio maggio, per far maturare il frutto e farlo cadere senza scuotere troppo l’albero, dando per scontata una ennesima débacle del partito sotto la guida di Johnson. Quanto è facile passare dai trionfi alle disfatte, soprattutto se ci metti di tuo e ti impegni allo spasimo per segare il ramo su cui sei seduto.

Dalla caduta della “muraglia rossa” del Labour e dagli 80 seggi di vantaggio per i Tories alla perdita di elezioni suppletive in collegi che il partito deteneva saldamente dall’epoca vittoriana, ai sondaggi che danno il Labour decorbynizzato e neo-blairiano di Keir Starmer avanti stabilmente di una decina di punti percentuali.

Ma anche l’opposizione laburista, che da rossa sta tornando rosée, ha i suoi grattacapi. Ad esempio, la crescenti tensioni con i grandi sindacati di cui il partito sarebbe tributario e cinghia di trasmissione. Il maggiore tra essi, ad esempio, ha già tagliato i contributi al partito, che ora dovrà ridurre personale e stipendi.

Non è il Deep State

La figura di Johnson resta, per molti aspetti, affascinante, si fa per dire: caotico, insofferente alla pianificazione, reattivo anziché proattivo ma anche qui con scadimento delle prestazioni. Un illusionista caciarone. Si scusa con termini aulici che tradiscono la sua formazione etoniana ma non lo fa realmente, avanzando giustificazioni surreali. Era un party ma credevo fosse altro. Downing Street, è qui la festa? Pare di sì, in modo compulsivo e forse frutto di burnout; forse persino per scacciare la malinconia del funerale del Principe Filippo.

C’è tuttavia una differenza ancora molto marcata rispetto agli italiani: Johnson non dice -ancora- che è un complotto di qualche Deep State de noantri per sabotare il viaggio dei britannici verso la felicità, seguito a ruota da una stampa cialtrona che fa da cassa di risonanza al grumo di potere di turno.

Ma, come detto, i problemi economici, sociali e politici si accumulano e aggrovigliano. Del rischio di “catastrofe del costo della vita”, il prossimo primo aprile, abbiamo detto. Quello che occorre aggiungere è che ora un’ala del partito Conservatore, guidata dal Brexiter Jacob-Rees Mogg, leader della Camera dei Comuni, chiede di far retromarcia sugli aumenti di contributi sociali che dovrebbero scattare, appunto, il prossimo primo aprile, e che sono stati fortemente voluti dal Cancelliere dello Scacchiere, Rishi Sunak, che oggi appare tra i maggiori pretendenti a succedere a Johnson.

Sunak è un conservatore fiscale nel senso che ambisce a rimettere i conti in una parvenza di equilibrio: se necessario, anche mediante aumenti di imposte. Una parte dei Tories, invece, punta solo a tagliare le spese per mantenere bassa la pressione fiscale. Un’ambizione che, a questo snodo della storia, rischia di essere una pura utopia, tali e tante sono le istanze sociali causate dalla pandemia e non solo.

La cornucopia immaginaria della Brexit

Rees-Mogg ha presentato la richiesta di soprassedere all’aumento di contributi per contrastare le pressioni inflazionistiche causate dallo shock energetico, ma è del tutto evidente che si tratta di posizione strumentale. Nelle convulsioni con cui i governi stanno affrontando la crisi energetica c’è spazio per richieste di riduzioni dell’imposta sul valore aggiunto che appaiono come pannicelli caldi rispetto alla portata del danno.

Ma è comunque un’ironia della sorte che oggi Johnson rifiuti di azzerare la VAT (cioè l’Iva) sulle bollette dicendo che si tratta di uno strumento grossolano che beneficerebbe anche i più abbienti. Eppure, durante la battaglia propagandistica per la Brexit, in aggiunta agli oltre 300 milioni di sterline a settimana che sarebbero stati girati “da Bruxelles al servizio sanitario nazionale”, Johnson batteva la grancassa dell’azzeramento dell’Iva sulle bollette, che sarebbe stato reso possibile dall’affrancamento dalla Ue.

Si tratta di una deliziosa nemesi della realtà, prima che della storia. Ma è una dinamica che noi italiani conosciamo sin troppo bene. “Liberateci da queste catene e vedrete cosa riusciremo a fare”, è la sintesi. Usciamo dall’euro, o dalla Ue, e vedrete di cosa saremo capaci. Pioveranno soldi dal cielo, letteralmente. Oppure no.

Il trucco del drenaggio fiscale

Ma Sunak, con la sua manovra di aumento delle entrate di settimane addietro, ha messo mano anche ad un altro strumento che noi italiani abbiamo conosciuto e torneremo a riconoscere: il cosiddetto fiscal drag, che gonfia le entrate nominali per lo stato. Come funziona? Semplice: si blocca l’indicizzazione all’inflazione degli scaglioni d’imposta e delle detrazioni e deduzioni nominali, oltre che delle varie no-tax area.

In tal modo, al crescere di prezzi e redditi nominali, dato che il sistema tributario è progressivo, un numero crescente di contribuenti si ritrova a pagare più tasse, anche se il suo reddito reale si è ridotto. Se si soffre di illusione monetaria, il gioco per le casse pubbliche è fatto.

Vediamo qualche numero britannico. Entro il 2026, saranno oltre cinque milioni i contribuenti britannici nello scaglione d’imposta del 40%. Erano tre milioni nel 2010. Potete star certi che i redditi reali britannici (cioè al netto dell’inflazione) non sono avanzati a questo passo, nel corso di questi tre lustri. Anzi, hanno avuto la maggiore contrazione in Europa.

Si stima che, entro il 2026, il solo drenaggio fiscale escogitato da Sunak farà entrare nelle casse pubbliche britanniche un “tesoretto nominale” di circa 9 miliardi di sterline. Un cialtrone vero, di rito italiano, penserebbe a “redistribuirlo”; un governante dotato di minimo senso del pudore lo terrebbe per chiudere i buchi, a meno che la situazione sociale non stia precipitando.

Quando i cittadini realizzano che stanno venendo depredati da queste misure, il governo pro tempore corre ai ripari. Nei casi più rigorosi, reintroducendo l’indicizzazione degli scaglioni d’imposta e di deduzioni e detrazioni. In quelli più clowneschi, inventandosi “restituzioni” parziali del fiscal drag, con annessa grancassa mediatica, per mostrare quanto ci si prende cura dei sudditi stressati. Indovinate in quale delle due categorie si sono storicamente collocati i governi italiani?

Il benchmark britannico e il limes ombelicale

Comunque vada, gli spasmi del governo britannico servono da benchmark. Serve una crescente spesa pubblica per evitare che il disagio sociale porti a esplosioni di collera che metterebbero a rischio la struttura oligarchica della società. I più miopi si attardano a sognare il ritorno a epoche “frugali”, non rendendosi conto che c’è un tempo per ogni cosa. I più “astuti”, visto che nulla s’inventa, mettono mano ad espedienti per aumentare surrettiziamente il prelievo fiscale, sin quando possibile.

Quello che simili vicende dovrebbero insegnare, alla parte più avvertita dell’opinione pubblica italiana, è che occorre gettare l’occhio oltre il limes del proprio ombelico. Oltre che essere pienamente consapevoli che la classe politica tende a vivere di espedienti e illusionismi.

Anche per questo motivo, fa sorridere amaramente l’inanità delle zuffe da comari italiane sul leggendario “sgravio fiscale” Irpef, che verrà fagocitato dall’inflazione e dal drenaggio fiscale da essa indotto.

Vero che la complessità della realtà è fortemente ansiogena e in reazione ad essa sono sorti i movimenti populisti, che ormai permeano anche le élite “serie”, che fondono senza sosta proiettili d’argento. Ma sono palliativi e metadone, come noto. Gli schiaffi che si stampano sulle facce britanniche, oggi, e da sempre su quelle italiane, sono un costante richiamo alla complessità della realtà. Che continuerà a divertirsi con i cercatori di scorciatoie anche molto tempo dopo che Mister Johnson e i suoi colleghi di ogni paese saranno stati consegnati agli archivi o alla discarica della storia.

Photo by: Ryanair on Twitter

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