Su Liberalizzazioni.it Carlo Lottieri, traendo spunto dall’ormai “celebre” studio di tre ricercatori della Banca d’Italia, svolge alcune considerazioni epistemologiche sulla modellistica e sulla prescrittività che da essa discende. In sintesi ed in sostanza, Carlo contesta che dalle premesse metodologiche alla base dei modelli econometrici realizzati vengano tratte indicazioni di politica economica. Secondo Lottieri,

(…) La ricerca appare basata su premesse metodologiche lontane da quanti si collocano nella tradizione liberale classica e specialmente da quanti sono di scuola “austriaca”

E ancora:

Per quanti si collocano in una prospettiva “liberista”, quello che gli operai faranno – nel 2008 – di un loro eventuale salario rafforzato non è egualmente importante: ridurre le imposte è necessario e utile anche qualora gli operai decidessero di mettere i loro euro sotto il materasso

Proseguendo l’analisi dei miti legati al signoraggio, in questo post tentiamo di rispondere alle più comuni domande sull’assetto istituzionale ed il funzionamento della nostra banca centrale. Cenni storici, formazione e destinazione dell’utile, cambiamenti previsti dal legislatore nella compagine proprietaria. L’obiettivo, come sempre, è quello di divulgare per demistificare.

Questo articolo rappresenta un tentativo di spiegare cosa è il signoraggio, come si produce ai nostri giorni, quale è la fondamentale differenza tra signoraggio nominale, reale ed imposta da inflazione, quale è il ruolo delle banche commerciali nel processo di creazione della moneta, attraverso il meccanismo del moltiplicatore dei depositi indotto dalla riserva obbligatoria. L’imperfetta conoscenza dei meccanismi economici alla base del processo di creazione della moneta ha concorso ad alimentare alcuni miti intorno al concetto di “moneta fiduciaria”. Riteniamo quindi opportuno e necessario tentare il debunking di tali miti.

L’ormai mitologico Greg Mankiw ci spiega che il voto di scambio non necessariamente riduce l’efficienza (cioè il miglioramento di condizione delle parti coinvolte nello scambio), ma certamente determina l’insorgere di rilevanti esternalità, impedendo di applicare ad esso la tradizionale analisi economica basata sullo scambio volontario. Ad esempio, riprendendo pedissequamente l’esempio da egli proposto, ipotizzate che vi siano tre elettori (Andy, Ben e Carl), che devono votare per decidere la fornitura di un bene pubblico (cioè un programma elettorale) del valore di 9 dollari, da finanziare con tassazione in parti uguali di 3 dollari.

L’Insee, l’ufficio centrale di statistiche, ha lanciato la scorsa settimana in Francia un indice dei prezzi “personalizzato”: dopo inglesi e tedeschi, anche i francesi potranno cioè controllare l’evoluzione dei prezzi dei prodotti del loro paniere.

Con questo nuovo indice, l’Insee intende rispondere alle critiche formulate sia a destra che a sinistra all’indice ufficiale, accusato di non riflettere il costo della vita. Secondo responsabili politici, sindacali e rappresentanti dei consumatori il tasso ufficiale di inflazione (+1,6% su un anno), sottostimerebbe la reale dinamica dei prezzi. L’IPC, segnala l’Insee, è inoltre rifiutato in blocco da tutti quelli che guadagnano meno di 1.500 euro al mese.

Grazie a questo nuovo indice, ognuno potrà misurare il rincaro della sua spesa e compararlo con l’IPC, l’indice dei prezzi al consumo che, precisa l’Insee, continuerà a restare come unico riferimento ufficiale. L’indice personalizzato servirà però ai francesi per modificare le loro voci di bilancio e misurare ciò che i consumatori constatano intuitivamente, spiega sempre l’Insee.

Un anno fa, il 30 gennaio 2006, sul sito de lavoce.info, compariva un articolo a firma del professor Nouriel Roubini, docente di Economics and International Business alla Stern School of Business della New York University, in cui l’autore vaticinava l’assai tangibile rischio di una più o meno imminente deriva argentina per l’Italia. Posizione legittima, se solo fosse stata supportata da argomentazioni altrettanto robuste. Invece, Roubini (piuttosto irritato per essere stato strapazzato in modo assai poco urbano qualche giorno prima da Giulio Tremonti a Davos) arrivava a ipotizzare la probabile uscita dell’Italia dall’euro, definendo il Bel Paese addirittura affetto da stagdeflazione, cioè da stagnazione (verissimo) e deflazione (ma quando mai?).

Il rischio dell’argentinizzazione dell’italia (cambio fisso e perdita di competitività, crescenti deficit di bilancio pubblico e delle partite correnti) esisteva ed esiste tuttora, in linea teorica, ma non propriamente nei termini e con il timing previsto da Roubini. Ma un anno fa era assai facile trovare ampia risonanza e consenso mediatici con argomentazioni strillate come questa, come dimostra anche la piccola canea di tifosi prodiani che si scatenarono sul blog in inglese di Roubini, affermando che il destino argentino dell’Italia era cosa già compiuta, visto il ruolo giocato dall’allora governo italiano di “fanfaroni mafiosi“. Inutilmente (come potete leggere nei commenti del 31 gennaio 2006 al post su lavoce) cercammo di convincere il professor Roubini della frettolosità e superficialità della sua analisi; la sua risposta non rispose alcunché alle nostre obiezioni di merito e metodo, corredate da valutazioni di mercato dei capitali che quotidianamente ci scorrevano sotto gli occhi, e non indicavano nessun collasso italiano, né a breve né a medio termine.

Una buona formazione sui temi economici di base è il fondamento per buone politiche economiche. In una democrazia, i cittadini ottengono (quasi sempre) il governo che votano. Se le persone hanno idee confuse o distorte sul modo in cui l’economia funziona, il risultato è una cattiva policy. Scrive Newsweek, nel tentativo di analizzare le cause della minore crescita economica europea rispetto agli Stati Uniti:

In France, books approved by the Education Ministry promote statist policies and voodoo economics. “Economic growth imposes a way of life that fosters stress, nervous depression, circulatory disease and even cancer,” reports “20th-Century History,” a popular high-school text published by Hatier. Another suggests Margaret Thatcher and Ronald Reagan were dangerous free-market extremists whose reforms plunged their countries into chaos and despair.

Chi scrive ha assistito, mesi addietro, ad un convegno sull’etica degli affari e d’impresa, in cui un docente universitario si è esibito in questa balzana definizione di giusto profitto: