Come ci informa Ansa, Fiat e Fiat Industrial puntano a tenersi stretto Sergio Marchionne, amministratore delegato della prima e presidente della seconda, con un piano di assegnazione di azioni gratuite nel prossimo triennio che – ai valori attuali dei due titoli – vale circa 50 milioni di euro.

I bei tempi andati:

L’amministratore delegato di Fiat e Chrysler, Sergio Marchionne, ribadisce che se la Fiat 500 venderà 50.000-80.000 unità l’anno negli Stati Uniti sarà un “grande successo”. Lo afferma Marchionne a Forbes, sottolineando che la Fiat 500 “è stata disegnata per competere con la Mini Cooper perché, e lo dico con molta umiltà, è una vettura piccola bella. E questo è quello che la Mini vende e ritengo che possiamo competere con la Mini in questo segmento” perché “dal punto di vista del prezzo siamo molto meglio e abbiamo molto da offrire” (Ansa, 11 febbraio 2011)

Confermando quella che appare una tendenza ormai acquisita delle grandi imprese italiane, la Fiat non paga a Sergio Marchionne il bonus legato al conseguimento dei risultati (che nel triennio 2008-2010 non sono stati centrati), ma compensa con l’ennesimo retention bonus, ufficialmente legato all’implementazione delle operazioni di ristrutturazione e sviluppo del gruppo.

Per Fiat il valore a libro della partecipazione del 10% circa di Rcs MediaGroup a fine esercizio è superiore di 53 milioni di euro rispetto alla quotazione di borsa (a fine 2009 era superiore per 34 milioni di euro). E’ quanto si legge nel progetto di bilancio del gruppo di Torino, dove si nota che la quotazione di borsa di Rcs “peraltro continua ad essere al di sotto del valore contabile dei mezzi propri della società”‘.

Su Linkiesta, l’analista finanziario indipendente Andrew Sentance segnala che Fiat avrebbe pesantemente “bucato” il piano industriale 2006-2010 soprattutto a causa dei marchi Alfa e Lancia:

«Alfa e Lancia, semplicemente, non stanno vendendo tante auto quante erano state preventivate e annunciate. Nel piano industriale 2006-2010, era previsto che nel 2010 l’Alfa e la Lancia avrebbero venduto entrambe 300.000 auto l’anno. Se ne stanno invece vendendo circa 100.000, esattamente come quattro anni fa. Anche con la migliore forza lavoro al mondo, non si può pensare di far profitti se viene venduto un terzo delle auto che si era prestabilito di vendere. L’altro grosso buco è la Cina, oggi il più grande mercato automobilistico mondiale. Là dove l’azienda dovrebbe star vendendo ormai 300.000 auto, non è neppure presente»

Nulla di male, s’intende. C’è la crisi e i marchi tedeschi si sono mangiati la Cina: non potete pretendere che per simili dettagli un piano industriale venga attualizzato, cioè riscritto o cestinato.

Ora che il referendum di Mirafiori è passato, e torme di liberisti affollano colonne di giornali, blog e social network spiegando che l’esito è cosa buona e giusta (e lo è, così la palla torna nella metà campo del condottiero dei due mondi, che potrà dimostrare la sua visione strategica globale senza più l’alibi della scarsa produttività del lavoro italiano), vorremmo omaggiarvi di quello che crediamo dovrebbe diventare il motto di questo paese: l’armiamoci e partite, l’eccezione alla regola, la cultura della deroga, il dura lex (economica) sed lex, applicato alla nostra morale così poco calvinista, in fondo. Per non dire così profondamente cattolica, ma non vorremmo che qualcuno si offendesse.

Nel primo giorno di quotazione in borsa della Fiat “una e bina”, con la SpA dell’auto e Fiat Industrial, che aggrega i veicoli industriali Iveco ed i trattori di Case New Holland, e mentre Sergio Marchionne manda a stendere quanti (primo fra tutti il Partito democratico ed il suo responsabile economico, Stefano Fassina) chiedono di conoscere tempistica e modalità del famoso investimento da 20 miliardi per “Fabbrica Italia”, prosegue il dibattito sulla “svolta” di Corso Marconi nelle relazioni industriali.

Continua, intensificandosi, il triste processo di trombonizzazione di Giampaolo Pansa, l’uomo di sinistra che per lustri ha menato memorabili fendenti alla sinistra ipocrita e parolaia di questo paese. Col passare degli anni, purtroppo, Pansa è andato tuttavia incontro a quel fin troppo noto processo di cristallizzazione narrativa che tutti conosciamo ed apprendiamo per vicinanza ad uno dei nostri cari anziani.