I miei parassiti sono più liberali dei tuoi

Nei giorni scorsi Renato Brunetta e Daniele Capezzone hanno inviato a l’Occidentale un lungo articolo-manifesto, nel quale tentano di fare il punto sulla prima parte della legislatura e sulle cosiddette “sfide strategiche” che attendono il paese ed il partito che lo governa. La prima parte delle riflessioni di Brunetta e Capezzone (d’ora in avanti B&C) è una pedante puntualizzazione manichea su buoni e cattivi, che ha almeno il merito di non fare di tutte le categorie un fascio, come invece era sembrato nei mesi scorsi, ascoltando le infuocate invettive erga omnes del ministro. E così, ecco che ci sono “cattivi dipendenti pubblici, cattiva politica, cattiva magistratura, cattive banche, cattiva finanza, cattiva editoria”. E pure dei cattivi sindacati perché, spiegano B&C, “arricchiti economicamente ma impoveriti politicamente e civilmente dalla trattenuta automatica praticata su lavoratori e pensionati spesso ignari”.

Da quest’ultima considerazione, vecchio cavallo di battaglia radicale rimasticato da Capezzone, si inferisce in primo luogo che i sindacati sono tutti cattivi perché tutti adottano la pratica della ritenuta automatica sulla busta paga o sulla pensione; e secondariamente che lavoratori e pensionati sono sufficientemente rincoglioniti da non accorgersi della trattenuta sindacale. A parte ciò, per B&C vi sono buoni e cattivi in ogni categoria (bontà loro), ma i buoni sono così fessi da aver scelto di delegare “l’organizzazione e la gestione dei beni e dei servizi pubblici (scuola, cultura, università, salute, giustizia, burocrazia), attualmente egemonizzati da una ridotta e potentissima casta”.

Quando sarebbe successo il misfatto non è dato sapere, ma urge combatterlo. Si ripropone quindi il tema delle ormai celebri “élite di merda” contro le quali l’attuale governo profonde quotidianamente ogni propria energia. Questi corpi sociali malvagi sono uniti da un unico filo rosso che, passando per il golpe di Mani Pulite giunge, senza soluzione di continuità, fino allo sfigatissimo Partito democratico:

«(…) gli eredi del ’68 e le borghesie più chiuse hanno avuto grande spazio ai vertici della sinistra politica: gli uni captati e cooptati dagli altri, e viceversa, con la trasformazione degli “indipendenti di sinistra” di altre stagioni in vere e proprie guide di ciò che resta dell’apparato del Pci-Pds-Ds-Pd. Lo spettacolo dei banchieri in coda per le primarie prodiane resta una testimonianza plastica di questo fenomeno»

Noi lo ripetiamo da tempo: accusare il Pd, questo Pd, di ogni nequizie, è vilipendio di cadavere, ma fate come volete. E qui siamo al cuore della sfida strategica del Pdl, partito che avrebbe garantito la “migliore condizione possibile dei conti pubblici, ed insieme una buona difesa della base produttiva ed occupazionale”. Nessuno resterà indietro: salvo i precari, s’intende. Il Pdl è l’alfa e l’omega. Non solo un partito monarchico e anarchico, ma pure un partito conservatore e rivoluzionario:

«Conservatore perché è un grande movimento capace di esprimere il senso comune di un popolo, la sua tradizione e le sue radici; rivoluzionario perché è il partito che vuole e sa sconfiggere l’Italia delle rendite e del privilegio»

Se vi sembra che queste parole riecheggino sinistramente quelle che si sentivano nel Ventennio, accuse di disfattismo e antipatriottismo incluse, abbiamo le stesse sensazioni. Il torrenziale articolo di B&C non è esattamente un programma, ma l’elenco delle direttrici strategiche lungo le quali si starebbe muovendo l’azione di governo. Un libro dei sogni e della propaganda: non è un caso che coautore del testo sia Capezzone, uno dei politici politicanti italiani più screditati per opportunismo e capacità di inventarsi luoghi comuni travestiti da “programmi”, che in realtà sono unicamente funzionali alla sua carriera politica di piccolo trombettiere. Ma questo “manifesto” del Pdl zoppica anche per coerenza interna, oltre ad uscire piuttosto ammaccato dall’impatto con la realtà. Come per l’esempio delle privatizzazioni:

«A questo proposito, non va dimenticato il modo – grave e dannoso per il Paese – in cui sono avvenute tante cosiddette “privatizzazioni”, che meglio andrebbero definite come vere e proprie spoliazioni: con l’Italia che si è ritrovata improvvisamente priva – in tempi serrati e a prezzi da svendita – di gangli essenziali del proprio sistema produttivo, e senza alcun beneficio concorrenziale e di mercato per i cittadini, ma con un frequente passaggio da monopoli o oligopoli pubblici a monopoli e oligopoli privati»

Esempio che sarebbe anche condivisibile, perché innegabilmente vero in premessa, se non avessimo davanti agli occhi la quotidiana caporetto del nostro vettore nazionale, caso da manuale di passaggio da posizione dominante pubblica a monopolio privato, con danno per i contribuenti e gli utenti ed a favore di esponenti di quel capitalismo assistito beneficiato anche nella stagione prodiana delle privatizzazioni. Ecco la rupture del Pdl, cari sudditi. E non basta fare melina a centrocampo trastullandosi con un qualche embrione di riforma dei servizi pubblici locali (come sta accadendo oggi), quando la realtà è quella della costruzione di un cartello di rentiers di Stato, a vari livelli, dagli ordini professionali alle concessionarie pubbliche, a cui finora si sono sottratte le banche proprio perché uscite dalla crisi meglio delle consorelle di altri paesi, e quindi non sufficientemente deboli per essere costrette ad andare a Canossa.

Basterebbe legiferare organicamente, iniettando maggiore competizione nel sistema, ma si preferisce trattare dietro le quinte, usando gli strepiti tipici di un consumerismo demagogico ed impotente. Meglio, molto meglio, usare il “primato della politica”, cioè discrezionalità e non regole, per smantellare la coalizione di affaristi, capitalisti da debito e parassiti assortiti che si è formata nei decenni intorno alla sinistra e riaggregarla al carro del centrodestra. Il cittadino, utente e consumatore, può attendere.

Perché dovrebbe ormai essere chiaro che questo è lo schema: crearsi di volta in volta un capro espiatorio da additare alla plebe schiumante, e proseguire nell’immobilismo o, peggio, nella conduzione dei propri affari. Non c’è un indicatore che sia uno che suggerisca che la tesi governativa del cambiamento, così vigorosamente ribadita in questo manifesto di B&C, abbia anche solo un qualche fondamento. Per contro c’è solo un quotidiano florilegio di teorie cospirazionistiche ai danni del premier che B&C, con supremo sprezzo del ridicolo, riescono ancora a considerare un outsider.

Se siete sempre convinti che questo governo si differenzi decisivamente dai precedenti per liberalismo e rottura di rendite parassitarie (o di merda, come preferite), abbiamo un ponte che vorremmo vendervi.

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